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Catullo
Liber,
LXXXV, Zanichelli, Bologna, 1968 |
Pablo
Neruda
Cento
sonetti d'amore (1957-59), XLIV in Poesie di Pablo Neruda (trad. di D.
Puccini), ed. Sansoni, 1962
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Odi
et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
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Saprai già che io t'amo e che non t'amo
dato che in due modi è fatta la vita,
la parola è un'ala del silenzio,
e nel fuoco v'e una parte di freddo.
Io t'amo per cominciare ad amarti,
per poter cominciare l'infinito
e per non cessare d'amarti mai:
proprio per questo io non t'amo ancora.
T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sfortunato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo io t'amo quando non t'amo
e per questo io t'amo quando t'amo.
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Odio
e amo. Forse mi domandi perché faccio così.
Non lo so, ma sento che è così e me ne tormento.
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L'epigramma,
forse il più famoso di Catullo, scopre un'intima contraddizione
generata da un amore senza scampo e senza storia. Resta sotteso un
moralismo sofferente, un giudizio, qui implicito, ma in altri testi
scoperto, di indegnità nei confronti di Lesbia/Clodia, la donna amata
dal poeta latino con la spensieratezza di un disinvolto anticonformismo
in una prima fase, con l'angoscia di una peste rovinosa nell'ultima. La
distinzione sottile tra bene velle e amare, impostata nell'epigramma
LXXV, si traduce in questo distico nel conflitto tra sentimenti opposti
e solo apparentemente inconciliabili. Nel profondo del cuore, o meglio
della coscienza, risiede la consapevolezza che l'odio è solo un'altra
faccia dell'amore, e che questi sentimenti antitetici possono convivere,
a costo di una grande sofferenza.
Un amore totale, una sofferenza radicale.
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Tra
i cento sonetti d'amore della raccolta in quattro parti (Mattina,
Mezzogiorno, Sera e Notte), aperta da una poesia dedicata alla moglie
Matilde Urrutia, questo che appartiene alla terza parte, la sera, si
distingue perché segna il passaggio da una visione dell'amore come
passione robusta, naturale e totale fino alla dimensione cosmica,
all'apparire di un atteggiamento pensoso e rassegnato dinanzi al
profilarsi irrimediabile della morte. Il senso del contrasto tra amare e
non amare sfugge completamente all'impostazione del conflitto catulliano,lì
infatti prevale il senso della fine di un'esperienza che sopravvive come
pura sofferenza, qui il senso di un continuo inizio, che sembra poter
sconfiggere, attraverso il gioco delle opposizioni, il declino e la
morte del sentimento, così come della vita.
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Così
lontani, così vicini. |
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