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Christa Wolf scrive il romanzo Medea – Voci (edizioni e/o, Roma, 1996) a oltre dieci anni dalla prima
riscrittura radicale di un mito, quello di Cassandra. Medea non è, per la Wolf, né una fattucchiera né
un’infanticida. Un’interpretazione che si scontra con la secolare condanna di Medea. Da Euripide a Heiner
Muller diverse e contrastanti sono state le interpretazioni del suo terribile gesto, inteso come esito
dello scontro tra il mondo istintuale della Colchide e quello raziocinante della Grecia, ritenuto
superiore quest’ultimo da Euripide, guardato invece con scetticismo da Grillparzer (1821) e decisamente
rifiutato da Pasolini (Medea,1969), perché espressione della “mens momentanea” tipica della techne
razionalistica greca contrapposta ad un mondo integro, capace del tumulto della passione e di raggiungere
la dimensione metafisica. Comunque interpretata la vicenda di Medea ha sempre avuto come epilogo la tragica scelta
dell’infanticidio. Ma la Wolf non accetta questa soluzione, ella, partendo dall’analisi del nome, Medea è
colei che porta consiglio, afferma infatti che “Nel corso dei millenni la figura di Medea è stata
ribaltata nel suo opposto da un bisogno patriarcale di denigrare lo specifico
femminile… Ma Medea non poteva essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai
ucciso i suoi figli.” Partendo da questa tesi che mostra le sue adiacenze con il femminismo teorico, la
scrittrice ha ricercato e rintracciato fonti antecedenti a quelle euripidee, attestate da Apollonio Rodio
e sostanzialmente già note anche agli specialisti. Euripide avrebbe manipolato la vicenda per assolvere
gli abitanti di Corinto dalla colpa della lapidazione dei figli di Medea, quindici talenti d’argento il
suo onorario per la manipolazione della storia, secondo Robert Graves. Essi, sì, gli abitanti di Corinto,
veramente colpevoli: di non aver saputo integrare nel loro mondo impoverito dal razionalismo, la cultura
orgogliosa, vitale, primaria di Medea, di non aver voluto accettare il disvelamento della natura violenta
del potere di Creonte, responsabile dell’uccisione della figlia primogenita
Ifinoe. Caduta l’accusa più terribile, cade anche l’accusa del fratricidio, dunque anche Apsirto, la cui morte viene attribuita da
Euripide a Medea, è stato vittima della ferocia maschile, vittima della sete di potere del padre Eete, re
della Colchide. Un destino terribile, quindi, avvicina due madri, Merope, moglie di Creonte, e Idia,
moglie di Eete, esse piangono nel silenzio i loro figli, impotenti alla ribellione, Medea, invece,
reagisce con la fuga, la prima volta, con la denuncia, la seconda. Ma il mondo contro cui combatte è molto
più forte di lei, soprattutto perché lo scontro è con società passive rispetto al potere,
intolleranti verso chi è diverso, cioè capace di opporsi ad esso. Medea
innocente anche della morte di Glauce, suicida, vittima della sua memoria, con cui recupera, grazie
a Medea, lo strazio della coscienza della prigionia e della morte della sorella Ifinoe e il rimorso della
prolungata omertà. Medea innocente, dunque. “Con questo romanzo la Wolf si ripropone come figura di ‘forte’ intellettuale, capace di riscrivere la
storia alla ricerca di una verità che vuol essere coinvolgimento esistenziale, formazione della
coscienza”. E le siamo grate. |
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