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Un anno è una misura giusta per comprendere e valutare quanto è accaduto? Non quando circa tremila morti attendono una risposta. Non quando il mondo intero sente di vivere giorno dopo giorno su una polveriera, e ciascuno, per se stesso e per la collettività di cui fa parte, a prescindere dalle proprie convinzioni, percepisce acutamente la precarietà del proprio vivere.
L’11 settembre del 2002, una data difficile, perché l’ossessione della ritualità accompagna ogni gesto umano. L’incubo di una ripetizione possibile, più devastante e ancora più annichilente, ci ha accompagnato in questa lunga e breve attesa di un gesto folle che potrebbe mettere in crisi quel tanto di tranquillità che ciascuno ha tentato di costruirsi attorno, sia per un atavico istinto di sopravvivenza sia perché il benessere ci ha convinti che ci spetti.
L’attentato a Kazai, l’arresto di due terroristi in Germania, gli annunci di attacchi americani e inglesi a Saddam, il persistere delle condizioni del conflitto israelo-palestinese, ma anche la limitatezza dei risultati dei lavori di Jhoannesbourg, segno di un’evidente difficoltà dei paesi ricchi e potenti a sanare lo scandalo della povertà e del degrado ambientale nel mondo che pur governano attraverso le loro Borse, non basta tutto questo a minare quella pretesa di tranquillità personale che ci costruiamo attorno come una difesa dovuta o come un arrogante diritto?
Mi chiesi allora cosa avesse cambiato quell’evento nella mia scrittura, nella scrittura. Ipotizzavo che il senso stesso dello scrivere fosse stato messo in crisi. Che nessuna catena di parole potesse essere adeguata a dire l’orrore e insieme a cercarne le ragioni. Molto si è scritto ancora e molto si scriverà oggi, l’anniversario.
Io credo, però, che da allora ogni parola abbia un peso diverso, come diverso è il peso della responsabilità di chi usa la parola come strumento per interrogarsi, per interrogare, per capire e capirsi. Per questo oggi vorrei invitare tutti a tacere, ad ascoltare per poter meglio misurare il peso delle proprie parole e di quelle altrui. Il peso che esse potrebbero, possono, devono avere, nella ricerca di una soluzione che alleggerisca le tensioni sul nostro pianeta. Quando ognuno troverà un’infinitesima parola per farlo, insieme troveremo una leggerezza nuova, non egoista, non superficiale, non banale, non ingannevolmente risolutiva, ma onestamente consapevole.
11 Settembre 2002
Lorenza Colicigno
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