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Finalmente un libro di poesia. Non di poesie. Non vorrei essere polemico (o forse sì): qui basta che qualcuno metta su carta le sue impressioni, i suoi sentimenti, i suoi turbamenti, li sottoponga a qualche amico misericordioso e poco sincero, ed ecco fatto il poeta. Non è così: la poesia è studio, tecnica (l’etimo lo conoscete, no?), ricerca della parola, della musica, dell’aderenza all’idea; quando l’hai letta, una poesia ti deve dare qualcosa, e ti deve dire qualcosa.
Questo Canto è un vero libro di poesia, una prova di alto valore.
Annamaria Rofrano è poetessa e scrittrice potentina, che ha ottenuto premi e riconoscimenti in tutt’Italia, ha avuto prestigiosi recensori (Giorgio Barberi Squarotti, Francesco D’Episcopo, Antonio Coppola, Maria Grazia Lenisa) e ha scritto libri di gran valore: Nell’occhio caldo del girasole, e Vertigine mediterranea, tutt’e due con le edizioni Ermes di Potenza. Il suo più recente lavoro, dallo strano titolo Il canto di Fedeìsa, presso lo stesso editore, è un’opera di alto valore poetico. Alcune poesie di questo libro sono state musicate da Antonio Labate, che ha vestito di note anche alcuni testi di Albino Pierro.
Questo libro, come oggetto: ha carta pergamenata, stampa a sanguigna, preziose miniature tratte dal Codex Palatinus Germanicus 848, dal De aritmetica, de musica di Severino Boezio (miniatura della corte angioina).
Due personalità sono presenti nel libro e nel titolo; due personalità sono ispiratrici; ma non dimentichiamo che la voce cantante è quella di una poetessa dei nostri giorni, che presta la sua voce e la sua sensibilità alle altre due voci, quella di Federico II e quella di Isabella Morra.
Fedeisa vuol dire Federico e Isabella (Morra), ed è parola inventata, sintesi di due nomi e di due personalità: una (Federico II di Svevia) vissuta agli albori del XIII secolo, l’altra tre secoli più tardi. L’uno è un vincente, l’altra è una perdente. L’uno è una persona fattiva, un intellettuale ma anche un sovrano, più fatti e meno sogni; l’altra è una sognatrice, è una vera donna in carne e ossa che agogna un destino di sposa. L’imperatore e la poetessa (esponente autorevole e appassionata del petrarchismo cinquecentesco) si trovano congiunti da una terra, la Basilicata, e da una vicenda che supera le frontiere dello spazio e del tempo. L’idea vincente è proprio questo superamento dello spazio e del tempo, questa proiezione in un tempo atemporale e in uno spaziale assoluto.
Ma Isabella? Chi è, in fondo, Isabella Morra? Vissuta solo 28 anni, nata a Favale (Valsinni) da famiglia baronale, visse sempre nelle terre avite sul Sinni, mentre il padre, dopo aver subito un processo politico per tradimento, andò viaggiando a Roma e in Francia. Isabella fu implicata in un intrigo amoroso col nobile spagnolo don Diego Sandoval de Castro, anch’egli poeta, marito di Antonia Caracciolo; la relazione, se mai vi fu, o comunque l’affettuosa amicizia di Isabella e Diego era malvista dai fratelli, che la uccisero. Più tardi anche Diego de Castro fu attirato in un’imboscata e ucciso.
Le liriche della poetessa furono raccolte integralmente solo nel 1693, a Napoli, insieme a quelle di Veronica Gambara e Lucrezia Marinella (e qui sarebbe doveroso aprire una parentesi sulla poesia scritte da donne, e sulla loro assenza totale da antologie e testi scolastici).
I temi della sua poesia sono quelli in parte riverberati nel libro della Rofrano: la sofferenza, la sognante e rassegnata solitudine.
Ogni poesia, nel Canto di Fedeisa, è preceduta da una breve e illuminante nota introduttiva. Tutto inizia con un incontro, e prosegue in un luogo preciso, Favale (l’attuale Valsinni) ma anche a Lagopesole, dominata ancora oggi dal maestoso castello federiciano. È insomma la terra lucana che accomuna le due anime, e di queste l’una – Federico- incede altero.
Leggendo, è come se ascoltassimo le voci di Federico e quella di Isabella, che sogna un destino di sposa, immagina un corpo di maschio, spera che il destino non sia cattivo con lei, ma spera che qualcosa di bello possa compiersi nel suo spazio stretto tra due piume.
Alcune poesie della prima parte del libro sono piene di corporalità, come si dice con una brutta parola: la bocca turgida, il sogno del corpo maschile, la febbre che scalza il piede, il fiato, la carne.
Rofrano ci presenta Isabella nella sua Valsinni: non è una descrizione, ma è un reciproco e amorevole scambio di appartenenza, come spiega l’autrice stessa. E dello stesso genere, ma più descrittiva pur nella sintassi non immediata, è la poesia Mediterraneo profugo (la poesia della Rofrano è nostra, è greca, è italica, quindi mediterranea). Questa lirica si chiude con un verbo all’infinito (essere) che è insieme un’invocazione e una speranza (Di nuovo essere in terra sul carro \ fiorito \ del sorriso vero che non muore).
Balzano fuori dal libro i personaggi, come in carne ed ossa, ed è più prepotente la figura di Federico, che dal castello di Hagenau arriva nel Sud Italia: dalle nebbie uggiose alla luminosità del Mediterraneo. Una poesia del libro, e che si chiama Nel castello di Hagenau, si apre con l’immagine di una foresta e si chiude con l’immagine di una foresta, ma di pietra: la cattedrale merlettata di pietra. Domina su tutto la figura di Federico, con gli occhi della volpe ma l’intelligenza dell’uomo politico di grandi ambizioni: modellavo in oro spazi, confini e uomini, stando al centro della grande sala. Immagine stupenda, cinematografica direi; poi, nel finale della poesia, il cuore di padre si fa breccia tra i versi della poetessa.
Unico splendore sfioriva
la foresta nella regione dei padri
se dominava l’interminabile inverno
delle brume. Riascoltavo allora
del mio sangue il moto
perpetuo, bellezza che risorge.
(…)
al centro della grande sala
modellavo in oro spazi, confini
e uomini
accompagnando il pensiero del figlio
appena nato, di quello cresciuto lontano.
(…)
In un’altra poesia, Dal castello sul mare, sono più rilevanti le voci della natura: profumo di sale, l’acqua, le spiagge, la conchiglia, la collina dell’ulivo, la luna, le corolle, la foresta, tutti elementi fisici che trascinano al finale dove, a contrasto, è l’incorporeità dell’anima a prevalere.
Nel libro, a sorpresa, compare un altro “tu” a cui Isabella-Annamaria si rivolge: per un gioco spazio temporale (che percorre in fondo tutto il libro, ma che esce dalla tematica vera e propria del testo) Isabella si scopre riferimento anonimo negli idilli di Leopardi, che pure vivrà secoli dopo. E qui il suo canto (di Isabella) si fa accorato, disteso, ma tragico, con quella “lama che brucia nel petto”, un’immagine icastica che chiude una lirica in cui lei vede in Leopardi, nei suoi canti sulla gioventù vissuta ma non goduta, un suo compagno di dolore. Ed è la prima di trittico tutto particolare. Nelle altre due, si torna ai protagonisti del libro. Isabella e Federico, in un ipotetico scambio di parole, di dichiarazioni, in un presunto incontro terreno, si parlano. Federico parla a questa fanciulla così breve in fiore, e nella lirica si nota la finezza e l’eleganza del verso che fa riferimento chiari agli interessi scientifici in campo ornitologico dell’imperatore: allodola, volo solare …
La “risposta” è piena di femminilità, di desiderio di parlare e ascoltare, abbandonarsi all’amore ed essere ricambiata nel sentimento. Isabella sembra presagire la sua imminente e tragica fine: non si può essere cerva rincorsa oltre la siepe, sente la presenza di oscuri cavalieri , ma si consola immaginando carezze di miele e il rogo della notte insieme.
Torniamo a Federico, a quest’uomo di grande cultura e di vasti interessi, appassionato naturalista, che nell’Italia meridionale fa costruire meravigliosi castelli, ma dove approfondisce lo studio degli uccelli, seguendo gli amici migranti in fila sugli umidi sentieri. La poesia (Dalla Sicilia alla Puglia) comincia in Sicilia, e scorre su elementi ancora una volta naturalistici, che la poetessa sembra prediligere per metterli in relazione coi sensi o con gli stati d’animo: i confusi aromi nelle strade d’infanzia, il cielo, la luce che trattiene il verde, il mare e la terra …
(…) Viva natura
di me, nel verde che luce
trattiene in ogni creatura d’aria
su scheggia di tronco. Fibra
del mare e della terra ancora,
seguendo gli amici migranti
in fila sugli umidi sentieri, vergine
Daunia di pianure allungate.
Mentre a Favale (Valsinni) Isabella vive tra costrizione e desiderio di libertà. Abbarbicata ai suoi libri, in verità libera perché ha potuto studiare e si è potuta elevare. La poesia Donne in viola è sintomatica di una condizione: le donne di Valsinni nella quotidianità violenta e rude, e le poetesse del Cinquecento, ospite delle corti. Tra le une e le altre Isabella: costrizione e libertà. Le parvenze viola di donne posate alla sferza è immagine forte e piena, dove il colore viola è simbolo ma anche significato di una condizione femminile.
(…)
parvenze viola di donne
posate alla sferza
nella casa e nel campo,
anniversario del vecchio dolore
senza domanda né scampo.
E stringevo un libro, bene che apre
al respiro la misura delle cose.
(…)
La cultura umanistica della Rofrano è evidente, ma più che umanistica dovrei dire, almeno a leggere le sue poesie, mediterranea. E una cosa non esclude l’altra. Il verso dell’autrice non è semplice, ma è denso, pieno di significato, mai banale: ci ho visto un lavoro di lima, uno studio semantico, una vigoria non comune nella moderna poesia contemporanea.
Avete sicuramente notato il linguaggio della Rofrano, in queste liriche: riferimenti colti, linguaggio alto, caratterizzazione del personaggio con poche parole (si può essere demone e angelo, l’estrema distanza dal cielo all’abisso). È una forma di poesia che, più che ascoltata, va letta e meditata.
Compare in una poesia un’altra donna, questa volta reale e contemporanea a lui, Bianca Lancia, ma compare come per caso nella poesia, in un gioco di parole che rimanda alla Laura di Petrarca, i bei capei all’aura sparsi; qui abbiamo: ma a lei ritorno, Bianca di Gioia nel volto, dove Bianca è nome proprio e Gioia è la cittadina pugliese. E, per contrasto con la fanciulla in fiore di Favale, questa è una donna matura (grembo maturo di donna) in cui lui si rifugia.
Per finire, l’ultima poesia del libro, quella che chiude questa vicenda non accaduta se non in universi paralleli, quella in cui i due si uniscono, diventano Fedeisa, in una simbiosi magica e contemporaneamente panteistica; una lirica insieme terrena e religiosa.
La pioggia nel vento
gemina lieve oscillando
il lunipieno della collina.
Si fiuta da angeli
alle narici del cosmo nei covi
l’odore di ogni materia. Pacifico
canto d’ombra luminosa
a consolare i vostri simulacri
immobili al bivio,
tornerò domani e sempre
fin quando al mattino
addolcirà le promesse, i suoni
feroci. Forse la terra uscirà
fanciulla di rugiada all’idillio
tentando la forma che danza
somigliante al suo Dio.
(Il testo è una trascrizione - appena modificata - di una serata di presentazione del Canto presso la libreria Ermes di Potenza, 18 giugno 2002) |
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