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Il
caso si risolse, in modo imprevisto, nel dicembre del 2001, ed aveva a
che fare con le scale di Potenza.
Ad ognuna di esse do un nome. Quella del primo incontro. Quella della
scivolata. Quella della mosca cieca. Quella dei videogiochi. Quella del
gioco delle parti. Quest’ultima è la più lunga, e ad ogni piazzale
mi fermo per riprendere fiato e cerco un nuovo personaggio o una
situazione insolita. È la scala del romanzo.
Quelle brevi sono le scale dei racconti.
Tutto iniziò, anni prima, con la paura dei luoghi chiusi, una parola
che mi sfugge di continuo (deve farlo) e che mi ricorda le suore. Una
parola che sa di muffa e che si attorciglia intorno a quattro vocali.
Questa fobia mi porta a salire e scendere (a me che sono nato nel
deserto) l’altrui scale. Da bambino rincorrevo canguri al limite del
bush australiano, sotto il cielo verde di pappagalli. Ora vivo nella
città delle mille scale, e ad ognuna associo un mio scritto, un
racconto. A volte un pensiero. Se la scala esaurisce la sua esistenza in
solo tre gradini, vi cerco un titolo, un’idea molto volatile.
Scendo e salgo il cuore della città con il taccuino in mano e ciò è
in parte negativo, perché mi sfuggono le persone, e loro sfuggono me. A
volte, alzando gli occhi, colgo un bagliore di uno sguardo o il
fuggevole volo di un profumo. Ma sono immerso nella pagina degli
appunti, ed è quella sensazione che riverso sulla pagina; e quella
sensazione fuggevole diventa una donna, un incontro. Se la scalinata
finisce, finisce l’incontro.
Un giorno mi accorsi, scorrendo le annotazioni, che un mio racconto era
monco, ne mancava la parte centrale. Saltai su buttando in aria il gatto
e il buonumore: dove era finito quel frammento di creazione? Dove avevo
perso il senno? Quale scala di Potenza mi aveva ispirato e poi tradito?
E poi: stavo scendendo o salendo?
È una questione fondamentale: nel salire innanzitutto faccio più
fatica, ed io ho da portarmi appresso anni epa e affanni; andando verso
l’alto, quindi, ho il tempo di scrivere e appuntare di più, e tra una
ansimata e una tastata al cuore per accertarmi della sua efficienza
osservo con più precisione: i profumi corrispondono a persone, dallo
scalpicciare dei piedi risalgo alla pienezza di una figura, il chiasso
di un gruppo diventa meno fuggevole e ne distinguo le amenità; dedico
insomma più tempo alla parte antropologica; salendo anche pochi gradini
vado verso l’Alto con la maiuscola per cui l’ispirazione è più
aerea ecc., ma questa è una stupidaggine che mi dice sempre una mia
amica che, con questa scusa dell’Alto con la maiuscola, non mi concede
niente di basso con la minuscola.
Nello scendere, la scrittura e l’osservazione sono più veloci, a
volte frenetiche, e lo stile del racconto ne risente: lo scritto è
nervoso, coinvolgente, giocoso, con frasi brevi e ritmiche.
Rilessi gli appunti. È un racconto da discesa, questo. Lo riconosco. Ma
non aveva un senso perché era monco nella parte di sviluppo. Oddìo,
era comunque leggibile, e proprio perché non aveva un senso era più
criptico, e chi lo avesse letto avrebbe detto che avevo fatto un salto
di qualità, avevo scritto un capolavoro perché bla bla.
Si può creare un capolavoro per sbaglio? mi chiesi. Lo rilessi ancora.
No, a me non piaceva. Mi serviva il pezzo mancante.
Dunque: era lungo almeno cento gradini. Io li misuro così, i racconti
scritti sulle scale di Potenza. Quello era un cento gradini in discesa.
Allora partiva di sicuro da Via Pretoria e dintorni: è solitamente il
mio punto di partenza o arrivo. Divago ogni tanto altrove, ma quel
racconto aveva un’aria da zona centrale, non periferica.
Non c’era data, ed era un problema.
Allora dovevo cercare un’altra partenza.
L’argomento.
La mosca cieca. Non il gioco, ma proprio l’insetto. Ecco, ricordavo
qualcosa. Una mosca che venne a sbattere sui miei occhiali. Così nacque
l’idea. Per parlare filosoficamente, le idee ci sono tutte,
nell’aria, esistono di per sé, lo scrittore non fa che catturarle
come fa il cacciatore di farfalle, e gli dà un’anima. È un demiurgo,
in fondo.
Il racconto della mosca cieca. L’idea mi piaceva, e quindi: quale
scala potevo aver preso? Anche qui c’è un distinguo: se l’idea è
debole, opto per alcuni percorsi; se è forte, per altri. Quindi ora
avevo due elementi, anzi tre. Conosco le poche scalinate in discesa che
mi piacciono, e allora mi avviai di corsa alla ricerca della tessera
perduta del mosaico, prendendo al volo una mia amica con propensioni
verso il basso. Dopo aver invano cercato un parcheggio gratis, dalle
parti della Posta, dopo aver lasciato quattro frecce in terza fila
vicino al Teatro Due Torri, dopo aver zigzagato con la pulzella al
guinzaglio verso il fiume in piena di Via Pretoria (era l’ora che
volge al chiacchierìo), mi fermai impavido sulla strada, a un
centimetro dai cerchioni di una macchina e a un millimetro dalle male
parole del conducente: mi misi le mani sui fianchi, alzai la testa, mi
guardai a destra e a sinistra come un esploratore nella giungla, poi
decisi: la scala era a sinistra. La indicai con decisione centrando in
pieno l’occhio di un vigile, basso prima e nervoso poi. Ci fiondammo,
io e la poveretta, nonché il vigile orbo, verso il posto in cui avevo
perso il pezzo del racconto.
- Che state cercando? – chiese lui, che aveva finalmente capito, dai
nostri borbottamenti, che la nostra non era una fuga d’amore ma una
ricerca disperata.
- Una scala – disse la ragazza, che non poteva lì su due piedi, anzi
su uno perché eravamo di corsa, spiegare che cercavamo un’idea e non
una cosa concreta.
- Qui ce n’è una – disse lui, indicando il Banco di Napoli. Poi
aggiunse: - E lì ce n’è un’altra.
- Sono in salita o in discesa? – chiesi perfido e ansimante, e lui
rispose che erano in discesa. Poi si accorse della trappola e si dileguò
verso la caserma dei carabinieri, fischiando a un’auto immaginaria la
sua disperazione.
- È questa! – dissi ad un tratto. – Riconosco l’odore.
- Di che?
- Della verdura. È nell’aria. Qui si piazza una vecchia con roba
paesana.
- Ma ora non c’è – protestò la ragazza, che ci vedeva bene.
- No. Ma c’è lo stesso.
Questa affermazione la fece stramazzare al suolo, ed è così che,
inchinandomi in uno sprazzo di perduta umiltà per sollevarla dal suolo,
scorsi - lì, in quell'angolo, fulgida e viva - l’idea che mi era
sfuggita. Avevo appena preso la fanciulla per le ascelle, ma a quel
punto la lasciai ricadere e mi avviai, come in estasi, verso il
frammento perduto. Era a un paio di metri da me, a non più di due
gradini più in basso, era lì che mi aveva fulminato. Stavo finalmente
per impossessarmene di nuovo, stavo per divenirne padrone per sempre,
avevo tutti i sensi all’erta per carpire nel nulla un qualcosa, quando
una fiumana di ragazzi che saliva la scala mi travolse e mi costrinse al
muro, sommergendomi di parole dialettali e gergali, annaffiandomi di
sensazioni e idee nuove, per cui, ubriaco ormai, tornai dalla ragazza,
seduta su un gradino.
- Embè? – chiese.
- È sfuggita. È persa per sempre – dissi, sedendomi al suo fianco.
- E allora? E il tuo racconto? Lo lasci monco?
- Pazienza - dissi rassegnato, circondandole le spalle col braccio -
Rimarrà un capolavoro.
Ridacchiò, poi si alzò e mi tirò su. Ci avviammo per Via Pretoria.
Diedi una fugace occhiata alle mie spalle, all'angolo di quella
scalinata. Ormai i ragazzi erano sciamati via e l'idea era perduta per
sempre.
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