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Tratto
da La Stampa -10 agosto 2002
Nei confronti delle democrazie dell'Occidente, Osama bin Laden, Al Qaeda, i taleban e, più in generale, l'islamismo radicale pongono sfide ideologiche per certi versi più serie di quelle che incarnava il comunismo. Ma alla lunga è difficile vedere nell'Islam un'alternativa di governo realistica per le società esistenti nel mondo reale. Oltre ad offrire pochi motivi di attrazione per i non musulmani, l'islamismo radicale non arriva a soddisfare le aspirazioni della maggioranza degli stessi musulmani. Sappiamo, ad esempio, quanto sia impopolare nei paesi che negli ultimi anni hanno conosciuto governi teocratici di ispirazione islamica come l'Iran e l'Afghanistan. Con le loro armi di distruzione di massa, i fanatici integralisti possono rappresentare una minaccia grave e immediata, ma sono lontani dal costituire una vera sfida ideologica.
Gli attentati dell'11 settembre possono sembrare una battuta di arresto, ma la modernizzazione e la globalizzazione continueranno ad essere i principi strutturanti della politica internazionale. Eppure il terrorismo di matrice islamica ha suscitato alcuni importanti interrogativi. Dobbiamo misurare la tenuta del concetto di «Occidente» e stabilire se gli Stati Uniti e la loro politica estera diventeranno i problemi centrali della politica internazionale.
All'indomani dell'11 settembre abbiamo assistito ad un'ondata di appoggio agli Stati Uniti. I governi europei si sono apprestati a collaborare alla «guerra al terrorismo». Ma la manifestazione di dominio militare assoluto degli Stati Uniti che culminò con la distruzione di Al Qaeda e dei taleban in Afghanistan ha fatto nascere nuove espressioni di anti-americanismo. Dopo che nel suo discorso sullo stato dell'Unione nel mese di gennaio George W. Bush allineò l'Iraq, l'Iran e la Corea del nord lungo «l'asse del male», non soltanto gli intellettuali ma anche gli uomini politici e l'opinione pubblica dell'Europa hanno cominciato a muovere le loro critiche nei confronti degli Stati Uniti. Cosa sta succedendo? La fine della storia che indicava come uniche alternative possibili la democrazia liberale e l'economia di mercato doveva essere la vittoria dei valori e delle istituzioni di tutto l'Occidente e non semplicemente di quelli degli Stati Uniti. La guerra fredda era stata combattuta da alleanze formatesi in nomi dei valori condivisi di libertà e democrazia, eppure si è aperto un abisso fra gli europei e gli statunitensi. Si è smarrita la nozione di una percezione unificata del mondo. Ha ancora senso parlare di «Occidente» nel secolo XXI? Oppure la linea di rottura sulla globalizzazione non divide più l'Occidente dal Resto del mondo, bensì gli Stati Uniti dal Resto del mondo?
Dopo il discorso sull'«asse del male» il contenzioso fra gli Stati Uniti e l'Europa riguarda principalmente l'unilateralismo dei primi e il loro atteggiamento nei confronti del sistema giuridico internazionale: il ritiro dal Protocollo di Kyoto sul riscaldamento globale, la mancata ratifica dell'Accordo di Rio de Janeiro sulla biodiversità, il ritiro dal Trattato sui missili, il rifiuto a bandire le mine antiuomo, il trattamento riservato ai prigionieri di Al Qaeda nella base di Guantánamo, il rifiuto della convenzioni sull'armamento biologico e più recentemente l'ostilità nei confronti della Corte Penale Internazionale. Ma agli occhi degli europei l'aspetto più grave dell'unilateralismo dell'amministrazione Bush è l'intenzione di rovesciare l'attuale regime iracheno, se fosse necessario attraverso una invasione dell'esercito degli Stati Uniti. Il discorso di gennaio segnò il cambiamento di rotta nella politica estera degli Stati Uniti, passati dalla deterrenza alla lotta aperta nei confronti del terrorismo. Il discorso di George W Bush davanti ai cadetti di West Point nel mese di giugno ha dispiegato questa nuova dottrina secondo la quale «non vinceremo la guerra al terrorismo in difesa». Il presidente ha ribadito: «Dobbiamo portare la battaglia di fronte al nemico, smantellare i suoi piani e sradicare le peggiori minacce prima che diventino realtà. Nel mondo in cui siamo entrati, l'unica strada per arrivare alla sicurezza è quella dell'azione».
Il punto di vista europeo è che l'Europa cerca di creare un ordine internazionale solido adatto alle esigenze del Dopo Guerra Fredda, un mondo privo di scontri ideologici forti e rivalità militari su vasta scala che tenderebbe a risolvere i conflitti attraverso il consenso, il dialogo e il negoziato. Gli europei aborriscono l'idea di una dottrina della guerra aperta ai terroristi e agli stati che sponsorizzano il terrorismo in cui soltanto gli Stati Uniti decidono quando e dove adoperare la forza.
A rendere nevralgici i rapporti transatlantici negli anni che verranno è una profonda questione di principio che non riguarda i valori della democrazia liberale bensì la fonte ultima di legittimazione della democrazia.
Gli statunitensi tendono a non riconoscere nessuna fonte di legittimità democratica superiore allo stato nazionale costituzionale. Un'organizzazione internazionale gode di legittimità perché una maggioranza democratica gliel'ha riconosciuta nel corso di un processo contrattuale negoziale. Le parti contrattanti potrebbero disconoscere questa legittimità in qualsiasi momento. Le organizzazioni e la giurisprudenza internazionale non esistono al di fuori di questa sorta di accordo volontario fra nazioni sovrane. Per gli europei la legittimità democratica scaturisce dalla volontà di una comunità internazionale molto più vasta di qualsiasi nazione individuale. Tale comunità non è incarnata in nessun ordine costituzionale globale ma conferisce legittimità alle istituzioni internazionali esistenti, le quali vengono viste come parte integrante di esso. In questo senso, la forza di pace che agisce nell'ex Jugoslavia non è il frutto di un semplice accordo fra governi bensì l'espressione morale della volontà e delle norme di una comunità internazionale più estesa. Si direbbe che la difesa a oltranza della sovranità nazionale che pratica il senatore degli Stati Uniti Jesse Helms sia propria di una certa parte della destra statunitense, mentre la sinistra sarebbe internazionalista come gli europei. Eppure, questo è vero per quanto riguarda la sicurezza e la politica internazionali, ma totalmente sbagliato se andiamo a guardare il lato economico. La sinistra non riconosce nessuna legittimità particolare né all'Organizzazione mondiale per il commercio né a nessun altro organismo internazionale di natura economica. Sospetta dell'OMC quando in nome del libero mercato essa mette in discussione le leggi sull'ambiente o sul lavoro e nelle questioni della sovranità è diffidente come Helms.
Il modello dell'unilateralismo statunitense e il multilateralismo europeo affrontano principalmente le questioni della sicurezza e della politica estera e solo secondariamente i temi ambientali. Sul piano economico, gli Stati Uniti sono irretiti da un insieme di istituzioni multilaterali nonostante godano di una posizione dominante sul piano mondiale.
L'Unione Europea ha una popolazione di 375 milioni di persone e un PIL di circa 10 milioni di miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno 280 milioni di abitanti e un PIL che ammonta a 7 milioni di miliardi di dollari. L'Europa potrebbe avere un bilancio della difesa simile a quello degli Stati Uniti ma ha deciso di non averlo e spende complessivamente 130.000 milioni di dollari, una cifra che tende a diminuire. Gli Stati Uniti, che nel 2001 hanno dedicato alla difesa 300.000 milioni di dollari, si preparano a incrementare questo capitolo di spesa. La correzione di bilancio richiesta da Bush dopo l'11 settembre supera le spese militari di tutta la Gran Bretagna. Nonostante le svolte a destra cui abbiamo assistito nel 2002, nessun candidato conservatore europeo ha parlato di aumentare le spese militari.
Nel caso europeo la capacità di dispiegare il proprio potere è in parte compromessa dal meccanismo decisionale vigente nell'UE ma non c'è dubbio che è anche una scelta politica molto netta. Nel welfare come nella lotta alla criminalità, nel sistema giuridico o nella politica estera ci sono enormi differenze fra gli Stati Uniti e il resto del mondo. La democrazia statunitense è molto più antistatalista, individualista, liberista ed ugualitaria delle altre. Per gli europei la violenza che ha caratterizzato la prima metà del XX secolo è stata la conseguenza diretta della mancanza di freni alla sovranità di alcuni stati. La casa che gli europei hanno cominciato a costruirsi negli anni cinquanta doveva imbrigliare le sovranità nazionali con una serie di regole, norme e freni che ne impedissero l'agire incontrollato. Mentre l'UE potrebbe essere un meccanismo per aggregare e proiettare il potere fuori dalle frontiere europee, la maggioranza degli europei la considera uno strumento per trascendere dalla politica di potenza.
Molti statunitensi sono convinti che dopo l'11 settembre il mondo sia diventato più pericoloso. Credono che se un leader come Saddam Hussein avesse delle armi nucleari le darebbe ai terroristi e che questo sia un pericolo per la civiltà occidentale. La consapevolezza di questa minaccia fa da sfondo alla nuova dottrina di preemption e alla volontà statunitense di combattere unilateralmente ovunque nel mondo. Al contrario, per molti europei quello dell'11 settembre è un evento isolato in cui Osama bin Laden ha avuto la fortuna di colpire in alto, ma è un evento che ha poche probabilità di ripetersi in virtù dell'innalzamento del livello di guardia. Gli europei pensano che le probabilità che Saddam apra il suo arsenale nucleare ai terroristi sono scarse e che egli possa essere «contenuto». Non occorre invadere l'Iraq, basta mettere in campo gli stessi deterrenti intervenuti dopo la Guerra del Golfo. Pensano infine che il terrorismo di matrice islamica non sia una minaccia all'Occidente in quanto tale, bensì un'azione focalizzata sugli Stati Uniti in risposta alla loro politica in Medio Oriente e nel Golfo Persico.
Il divario che si è aperto fra Europa e Stati Uniti nel 2002 è molto di più di una reazione transitoria nei confronti dell'amministrazione Bush o della situazione internazionale dopo l'11 settembre. Esso riflette due risposte opposte che la civiltà occidentale fornisce alla domanda su quale sia la sede della legittimità democratica.
(Questo è un estratto della conferenza tenuta dal professor Fukuyama l'8 agosto scorso a Melbourne per il Center of Independent Studies). Traduzione a cura del Gruppo LOGOS
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