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Letteratura

italiana  e  straniera

 

Rinascimento e globalità

di Raffaele Nigro
 
     
  Di primo acchito sono portato a vedere delle consonanze tra globalizzazione odierna e aspirazione rinascimentale all’universalità, Internet,l’uso di una lingua sopranazionale come l’angloamericano,la pubblicità,il linguaggio iconico,la mondializzazione delle multinazionali, ma a un’analisi più puntuale le consonanze diventano piuttosto dissonanze. 
Quando Carlo V entra in Bologna,tra i tanti che osservano dai margini delle strade il corteo c’è Francesco Berni. Berni irride cavalieri e aristocratici che si sono venduti al re. Il suo spirito corrosivo e sardonico non riesce a condividere l’asservimento a una configurazione imperiale del mondo, soprattutto se l’impero propone papi fiamminghi e viene a limitare la grandezza di signorie come Firenze, Venezia o Milano. Si voterà allora alla lode del fumo e della polvere e inneggerà alla peste come rigeneratrice di sentimenti autentici. Ma è già il tempo in cui si va chiudendo una stagione breve e titanica nella quale ci sono state giocosità e libertà ma anche tensioni e inquietudini.Io non so pensare infatti al Rinascimento libero da un contrasto stridente tra la ricerca di armonia e di quiete quali esprimeva l’Ariosto e l’infelicità che veniva al poeta dal suo noioso incarico militare, tra la grandezza inventiva di Leonardo e le sue inquietudini esistenziali, tra la giocosità del Pulci e le amarezze che gli procurava la scarsa munificenza di Lorenzo il Magnifico.Allora io credo che vada innanzitutto rivisto il volto del Rinascimento, un’ età in cui l’immagine di un re che unifica nelle proprie mani l’Europa e la scoperta del Nuovo Mondo allargano l’immagine della frontiera nelle menti degli intellettuali che non tuttavia si dicono soddisfatti del regno in cui vivono se propongono l’alternativa di una repubblica che imiti una classicità vagheggiata e straniante. Una sorta di mondo hollivudiano al quale tendiamo oggi tutti quanti,un mondo virtuale e impossibile. Di qui nasce un fortissimo stridore tra l’ansia di universalità e la scoperta della costrizione e della limitatezza. Il bisogno di superamento del contrasto produce un momento straordinario,in cui all’uomo a una dimensione si sostituisce un uomo enciclopedico,quello tracciato dal Burkardt e nel quale è viva la tensione verso l’immenso,il globale, l’universale e il titanico,ma dove è anche sconsiderata la voglia di godimento e di felicità,dopo la lunga notte medievale delle migrazioni di massa, delle tribolazioni e della rinuncia. Nell’era globale si verifica un identico contrasto, nascono i Social Forum,le proteste degli antiglobal ma queste tensioni non producono movimento creativo,non si trasformano in genialità inventiva,perché la spinta umanitaria e politica si conclude lì, perché in definitiva,se si escludono alcune frange, gli oppositori della globalizzazione si appiattiscono nel vivere all’interno del benessere economico e negli agi che la stessa globalità offre senza il terrore di perdere da un momento all’altro tutto questo. O vivono il tutto come evento mediatico e di superficie e non con profonde e insanabili angosce.Come sembrano vivere gli uomini del Rinascimento nonostante le libertà e l’apparente quiete.
Io credo che la grandezza del Rinascimento stia nella scoperta dell’Io quale coacervo di molte complessità,leggero come Icaro e al tempo stesso terragno, carnale, fangoso e poi geniale, al pari del suo creatore,come lo descrivono Pico e Machiavelli,che ricordano la superbia di Adamo pronto a ergersi di fronte a Dio e a sfidarlo,ma pronti a macerarsi per il peccato dim superbia. Una scoperta che va in varie direzioni. In direzione della scienza, che tra non molto andrà incontro all’empirismo medico e filosofico e che si preoccupa di migliorare le condizioni di vita e tuttavia pare glorificare Dio attraverso l’utilizzo al massimo grado delle qualità razionali dell’uomo. In questo mi pare ci sia piena consonanza con la modernità. Anche se la modernità ha portato una frattura spaventosa tra scienza e coscienza, spingendosi a provare clonazioni,annientamento della natura, scissioni atomiche a scopo offensivo. L’uomo insomma ha diretto contro l’uomo la scienza e le sue derivazioni.
E poi la filologia, vista dai rinascimentali come mezzo di levitazione verso la perfezione. La retorica,intesa come strumento politico capace di sostituirsi alle armi, una strada aperta da Lorenzo Valla e da Machiavelli e praticata spavaldamente attraverso l’epistolografia dall’Aretino. Uno Sgarbi un Mentana,un Vespa,un Lerner o un Ferrara del 500? Tutti strumenti profondamente umani,tendenti a creare quella città armoniosa fondata sulla razionalità e a porre in chiaro i rapporti tra il signore, che ha scoperto le vie del mecenatismo o piuttosto della pubblicità diretta o indiretta attraverso la protezione del creativo e l’intellettuale che sente di avere finalmente in mano un’arma di offesa e di difesa.Il quarto potere,l’informazione,gli scoop e la scrittura scandalistica usata con o senza rispetto per la deontologia professionale.
La città del sole che Campanella proverà a costruire a distanza di un cinquantennio come città della logica si fa nel mondo rinascimentale città della filologia,della lingua comune che apre il dialogo tra intellettuali e pone una qualche assonanza col presente, dove il fax e l’e-mail ripropongono il dialogo scritto,il contrasto delle opinioni ma non l’azzeramento del chiasso,l’elogio della riflessione.
Ma più o meno volontariamente,nel 500 sortisce una sfida al cristianesimo condotta in varie forme. L’imitazione della classicità è la fondamentale e porta l’attenzione dei rinascimentali sull’uomo,sulla sua centralità nell’universo materiale e filosofico.Bisogna partire dalle agnizioni dell’Umanesimo,dalla ricerca spasmodica di codici che vive la corte di Lorenzo e quella del figlio, Leone X, dall’esaltazione dell’etica ciceroniana e della cultura neoplatonica di Marsilio Ficino. Lo intuisce bene Erasmo quando nel Ciceroniano irride Ipologo Nosopono e Buleforo, macchiette di umanisti ridotte a larve dagli studi, creature che si incontrano nell’Europa del tempo e che Erasmo identifica in Cristoforo di Longwail, o nei pontaniani o negli adepti dell’Accademia Romana di Pomponio Leto. E sostiene che inneggiare a Cicerone per la pulitezza imitativa o a Lucrezio per le sue argomentazioni religiose significa rinnegare Cristo.Sostituirgli una universalità di tipo pagano.E’ la nostra fuga verso il nichilismo indifferente? La fuga verso il vuoto totale che sta vivendo l’Occidente da oltre un secolo? Mi pare di no,per la profondità culturale del mondo di riferimento degli umanisti.Perché lì c’era una finalità costruttiva di segno positivo, laddove per noi c’è il rinnegamento di ogni valore,l’esaltazione della malattia mortale,l’innamoramento per il nulla e la riduzione di ogni aspirazione a puro oggetto materiale,a fatto di economia e finanza,a valore di borsa,di mercato,di affare.
La ricerca di universalità c’era stata già col mondo latino. Roma era arrivata in Bretagna e nel Sahara.Aveva riproposto il sogno di Alessandro Magno. E dopo di Roma il cristianesimo aveva fatto altrettanto.Ma l’universalità che cercano i rinascimentali è di altro tenore,è una universalità laica,fondata cioè sulla convinzione che l’uomo nasca e muoia dalla terra e con la terra,che se Dio gli ha dato il fiato fiatandogli in faccia è lui il ricostruttore dell’armonia terrena.
Io credo fosse stata la scuola araba di Salerno,l’aristotelismo interpretato da Averroè e Avicenna ad aprire gli occhi a Bernardino Telesio. E Telesio che insegna a Napoli ai primi del 500 spiega che le cose hanno origine dalla contrapposizione del caldo e del freddo e avvia i principi di filosofia naturale che vedranno impegnati uomini straordinari come Cardano, Zabarella, Vanini, Tafuri. E’ il principio della materialità o la materialità del principio a ribaltare questo universalismo rispetto all’universalismo di medievali come Alberto Magno.La stessa ricerca di un linguaggio fatto di cose e non di parole quale riconosceva il Berni nella poesia di Michelangelo o come pretendeva il Burchiello quando irrideva gli Studianti partiti verso Atene che ripetevano stancamente il vocabolario del Petrarca senza averne la forza,senza averne il sentimento. Petrarca aveva costruito in Europa una universalità lirica pari a quella linguistica che stava offrendo Cicerone e tuttavia c’erano dei ratti, dei nemici di questi universalismi ed erano gli autori che perpetuavano la linea giocosa dei poeti borghesi del due e trecento,i toscani che si chiamavano Domenico di Giovanni,il Pistoia, l’Orcagna, lo Za, Folengo. Agnizioni di universalità dunque e nel contempo fughe verso forme regionalistiche di poesia,proprio come oggi osserviamo certe scritture universali e globalizzanti quali quelle di Eco, di Baricco, di De Carlo e in contrapposizione l’esplosione della neodialettalità. Da un lato il narrare sopranazionale dei grandi venditori di storie angloamericani come Follett Grisham Cricton e in contrapposizione il narrare legato alla piazza del paese,i Macondo o le contee di Yoknapataupa. Così contro il parlare forbito nato dall’imitazione e dalle regole dell’elocuzione proposte e imposte dal Bembo si levano voci dialettali come quella del Ruzante,o le scritture dei Mariazi pavani o degli gliommeri napoletani o delle maccheronee,proprio come alle lingue e alle storie sovraregionali e sovranazionali si impongono oggi il grand melò di Dario Fo e di Totò o la lingua padana di Testori,quelle di Loi,Pierro, Guerra, o persino quella furbamente siciliese di Camilleri.
Un aiuto al sogno di universalizzare viene agli intellettuali del 500 dalla diffusione della stampa. Improvvisamente si possono diffondere le idee a molte miglia di distanza e a un numero sempre più vasto di leggenti e nasce dalla fortuna politica di Carlo V,contro il quale si levano tuttavia le armi di alcuni sovrani europei e quelle dei turchi. E in tutto questo sembra riprodotta la nostra stagione, grazie alle fotocopiatrici,ai quotidiani e a Internet. E per via del contrasto tra Occidente e Oriente,tra un Bush che potrebbe essere Carlo V redivivo e Bin Laden come il pirata Barbarossa.
Dal 1480,dalla presa di Otranto, l’Europa vive nel terrore degli attacchi,delle sortite. Il Barbarossa si spinge spesso sulle coste del regno aragonese a rapire uomini e dame.Fino al 1571,anno di Lepanto, l’Occidente riunito in nome del papa e di Cristo,l’odierna Nato in versione teocratica, è teso a difendersi da questi assalti. La stessa tenaglia che l’islamismo sta proponendo in questi anni,in cui una mondialità parziale,giocata cioè tra coloro che vogliono gestire le sorti dell’economia mondiale ha provocato quelle antiche divisioni che un principe tedesco in qualche modo aveva provato a superare animato da uno spirito politico furbo e moderno,Federico II di Svevia,nel XIII secolo.
E non c’è solo l’Islam a dividere nel 500 il mondo e a frenare le ansie di universalità,ci sono le guerre luterane che tuttavia vanno proprio nella direzione di un rinnovato rapporto tra l’uomo e Dio, un rinnovato modo di interpretare il dialogo,il peccato e la redenzione.
Un mondo dunque fratto,attraversato piuttosto da inquietudini e da incertezze e che scatena negli intellettuali un sogno impossibile di serenità, di armonia e un invito agli uomini:“chi vuol esser lieto sia,del diman non c’è certezza”. Prendere il meglio,qui e ora. La necessità del godimento scatena le menti alla ricerca del come passare il tempo, tra rappresentazioni sceniche e ascolto nelle lunghe sere di cantari antichi e moderni, dall’Aspramonte, all’Innamorato al Furioso e poi i sontuosi cortei mascherati,tra Ferrara e Firenze, dove esplode l’inventiva degli architetti e dei pittori, esplodono i canti carnascialeschi,con i trionfi delle metafore e delle creature della divinazione, i Tarocchi del Mantenga, dei Visconti. Giochi fatti per predire il futuro,scacciare l’incertezza.la paura del domani,sbendare la fortuna,come oggi giochiamo al lotto con la vita, con le malattie,il cancro come la peste,l’aids come il colera o l’antrace.Un mondo gaudente che è costretto a nascondere la licenziosità nei doppi sensi. Jean Toscan ha scoperto solo una diecina di anni fa questo aspetto della poesia rinascimentale italiana, il doppio intendimento, il linguaggio criptato. E perché questo? Perché la chiesa e la morale concedevano sì libertà ma in contesti protetti, al chiuso. Basti pensare all’Aretino,a quanti guai gli portarono i Sonetti dei XVI modi. Dovette scappare a Venezia. Vivere cercando protezioni e inimicandosi molti e aggredendo molti altri. E anzi proprio questo tema apre il capitolo dei contrasti esistenti nella società intellettuale. Aristotelici e platonici se le suonavano di santa ragione. Antonio Persio allievo di Telesio dopo essere stato a Padova che era roccaforte dell’aristotelismo propone agli studenti veneziani duemila tesi antiplatoniche.Durante il confronto scoppia la rissa e Persio è costretto a fuggire.Ma se queste contrapposizioni erano su versanti teoretici e nobili le pugnalate che Achille Dalla Volta sferrò all’Aretino per difendere il vescovo Giberti o l’assassinio di un leccese avversario di Annibal Caro o le contumelie tra iscritti all’Accademia Fiorentina dicono quanto fossero sentiti i problemi teoretici. Oggi quelle diatribe sono diventate solo di natura politica ed economica .I contrasti nell’era della globalizzazione, mentre tutti fuggono dall’identità culturale all’affacciarsi di un qualche benessere e non si discute più di grandi temi culturali che sottendano poi i problemi del fondamento.Sono morti con la morte del marxismo,con la fine dell’esistenzialismo.Siamo migranti in massa verso una superficialità televisiva e godereccia e ogni idea ha ormai un prezzo fatto di audience.
Tuttavia,l’utilizzo della metafora a senso osceno ci consegna fenomeni che sembrano contraddirci. Nella Roma vaticana e clericale si aggirava una moltitudine di uomini soli. I giovani accoliti e i baccellieri erano preda quotidiana dei loro superiori. Tant’è che se la lue fu detta mal francese la sodomia era conosciuta come male italiano.Tuttavia questo veniva tollerato,in ragione del fatto che Mecenate,Virgilio e Orazio avevano praticato l’ideale della pederastia. E furono apprezzati la cortigianeria e il meretricio, come attestano i registri delle prostitute veneziane e romane. Il che favorì una pallida forma di emancipazione femminile, una poesia prodotta da donne e che costituiva bagaglio di formazione della cortigiana,da Gaspara Stampa a Veronica Franco,a Laura Terracina. Erano le nostre Moana Pozzi,o erano le nostre attrici di grido,il jet set di Holliwood e delle rassegne cinematografiche. Improvvisamente,grazie al clima tollerante di uomini fatti papi per convenienze politiche si diffuse una sorta di follia o di delirio.Come quando siamo sulla soglia della giovinezza e finalmente la partenza per l’università ci libera da qualche imposizione paterna.Si scatena in Europa quella febbre che ritroveremo a fine Ottocento e che conosciamo come Simbolismo e poi Scapigliatura.Il Mauro,il Molza,il Bini,il Firenzuola, Benvenuto Cellini, conducono vite strane ed estreme,abbandonano mogli e figli,si danno alla vita scioperata e avventurosa.Alcuni diventano dei Chatwin ante litteram, girano il mondo come invasati dalla voglia di consumare la vita, altri si danno al bere e alle donne, si lasciano cogliere dalla sifilide o finiscono in prigione.E’ una sorta di male di vivere o la consapevolezza che l’uomo che si è liberato di Dio può finalmente tutto ma è anche terribilmente solo di fronte a se stesso e alla propria limitatezza,alla propria misera materialità. In tutto questo si levava terribile e infelice la laus pulveris et phumi di Francesco Berni. Annunciava a metà del terzo decennio del Cinquecento l’arrivo di una stagione di angosce e di coercizioni e la fine della libertà e di tutte le illusioni.
 
     
     

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