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Syfridina contessa di Caserta

di Angela Picca

a cura di Raffaele Nigro

 

Angela Picca, Syfridina contessa di Caserta (1200-1279), Roma, 2000

 
     
 

Di Syfridina contessa di Caserta (1200-1279) rimasta prigioniera nel castello di Trani per dieci anni scrive in questi giorni un dramma Angela Picca, una bolognese innamorata del Mezzogiorno e della sua storia.

Fu Alighiero Chiusano a scrivere uno degli ultimi romanzi su Konradin, rappresentante conclusivo della famiglia Hohenstaufen, mentre la Syfridina della Picca riprende quel tema e lo sviluppa raccontando da un’angolazione femminile ascesa e caduta di Manfredi e di Corradino.Due re le cui azioni si svolgono sotto l’ala costantemente presente di un grande vecchio, quel Federico II di Svevia al quale già la letteratura di formazione ghibellina coeva assegnava una statura gigantesca.

Syfridina vive tra i primi del 200 e il 1279, madre di Riccardo conte di Caserta e consuocera di Federico. Riccardo ha sposato infatti una figlia naturale dell’imperatore,Violante,dalla quale ha un figlio Corrado.
Il luogo dell’azione è il castello di Caserta,una o più stanze,gli spalti,il cortile,ricordo lontano dell’Amleto scekspiriano,al quale rinvia il fantasma di Violante apparso per qualche attimo sugli spalti. E la vicenda copre gli anni compresi tra il 1265 e il 1268. Syfridina sta tessendo un arazzo che ricorda l’arazzo di Bayeux, nel senso che vi si raffigura la storia della propria casata.Ma una storia di lutti,di guai, di violenze,di guerre. Angela Picca costruisce una figura di donna smagata e ormai priva di sogni “Ho portato di più l’abito da lutto che il velo da sposa” rivela al figlio.Una donna che ha dovuto fare le veci del marito defunto,amministrando la giustizia,scovando gli usurai, condannando a morte gli assassini,fino a “mutare natura e a diventare dura come le pietre”.Il suo sogno non era coltivare la vendetta ma inseguire la pace e partecipare a un progetto gigantesco,il progetto degli Svevi, unire l’Italia sotto un solo scettro.Il sogno imperiale.Creatura tessuta di carattere virile e di progetti politici,ma anche dotata di notevole spirito materno e fortemente legata a intuizioni esistenziali: ”Dovremmo sempre vivere come se ogni attimo fosse l’ultimo” consiglia il figlio,ovvero dialogando con gli altri,senza timore di mettere a nudo la propria anima.
La fede nella storia e nella memoria di sé e del proprio passato è l’elemento che sostiene in vita Syfridina,figura divisa tra sogno romantico e malattia decadente,tra titanismo e cupio dissolvi,tra volontà di attacco e ripiegamento sull’accettazione della sconfitta. Una Syfridina nella quale leggo la posizione dell’autrice,divisa a sua volta tra la tessitura dell’epos,l’orditura di una trama generazionale che si imbriga nelle battaglie,nelle date,negli avvenimenti delle grandi corti e poi si lascia catturare dal bisogno della quotidianità, dall’annalismo e quindi dalla necessità di raccontare le cronache e i piccoli eventi che non avranno mai dignità di storia.
”Dove finirà ciò che abbiamo amato?- si chiede la Picca insieme a Sifrydina- La torre che hai costruito…un giorno non ci sarà più.Come i tuoi avi hanno usato le antiche pietre longobarde,altri useranno le nostre per fare più belle le loro dimore …finchè un incendio appiccato da soldati ignoranti,distruggerà le memorie che abbiamo custodito gelosamente.Allora sì che saremo veramente morti:quando nessuno saprà più della nostra esistenza.Abbiamo una sola speranza:che qualcuno ascolti la voce di queste pietre e ci faccia vivere nel ricordo”. 
E’ la poetica foscoliana delle illusioni,la storia come fonte di sopravvivenza, o trionfo petrarchesco,l’eternità che la storia prospetta contro la limitatezza della vita. E proprio la chiusa del dramma stigmatizza questo principio. Al messo di Carlo d’Angiò,Guglielmo Estendardo,che le prospetta la via del chiostro, Syfridina contrappone una scelta maschia,la prigionia nel castello di Trani. In questo è la scelta politica dell’autrice,in un tempo di attestazione della libertà della donna e di esaltazione della sua dignità. 
Questo il nucleo drammaturgico della vicenda. Manfredi di Svevia, casualmente in visita al castello di Caserta,abusa della contessa Violante, moglie di Riccardo e sua sorellastra. Riccardo viene informato dalla moglie,tace e sembra accettare l’onta,ma nel momento in cui Carlo d’Angiò si avvicina al regno di Napoli,si presenta l’opportunità di vendicarsi. Riccardo,posto a guardia del ponte di Ceprano per fermare l’avanzata di Carlo,non da battaglia, si fa da parte e lascia passare il nemico.
Dopo di che l’esercito svevo non conosce che sconfitte, Manfredi viene battuto e ucciso a Benevento e il nipote Corradino cade in un’imboscata a Tagliacozzo. Così si chiude il cerchio e la vicenda precipita verso una tragedia individuale e corale.La famiglia Hohenstaufen è decimata,i ghibellini sconfitti,gli angioini si sono impossessati del regno e Sifrydina raggiunge Trani.
Angela Picca ricostruisce una storia minuziosa con la puntigliosità del saggista.Alle sue spalle c’è una documentazione certosina che fa del racconto un progetto storico utile anche a dissipare dubbi archivistici e documentali.Ma io non credo sia in questo la qualità del testo,perché anzi è proprio la necessità del rispetto della storia e delle sue connessioni a tendere talvolta trappole al lettore e all’autrice.Nel senso che ci si impiglia in figure di secondo e di terzo piano funzionali alla spiegazione della storia ma inutili per la matassa della vicenda sentimentale. E forse il testo fatica ad esplodere in tutte le sue potenzialità proprio per questa incertezza,tra l’orditura della trama storica, la costruzione degli alberi genealogici,la ricostruzione degli eventi,dei molti fatti storicamente accertati, intendo la preoccupazione del cronista e il nucleo drammaturgico vero e proprio,che riguarda l’interiorità di Sifrydina,il dramma di una famiglia in via di distruzione ricostruito e fatto esplodere attraverso le sofferenze di una donna. Mentre la qualità del testo resta nella duttilità dei dialoghi,nella facilità con cui la Picca sa introdurre gli argomenti attraverso le battute dei personaggi,la resa scenica dunque che non diminuisce neppure quando il testo viene semplicemente accostato per pura lettura. Resta diviso il linguaggio,tra segno alto e basso,proprio per la presenza di due piani di riferimento,la storia e la cronaca,due dimensioni nelle quali si consuma la vicenda di Syfridina.

 
     
     

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