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Recensioni

Recensiamo i recensori

a cura di Elio Paoloni

 

Questa pazza fede, Tim Parks, Einaudi, recensione di G. P. Ormezzano

 
     
 

Le recensioni sono un genere letterario. Spesso sono più vivaci e
interessanti del testo di cui si occupano. Ma se ne parla solo per
convalidare o contestare una tesi. Se proprio si deve occuparsene, ci si
occupa del contenuto, dei giudizi espressi sulla singola opera o delle
considerazioni più generali intorno a ciò che ci si dovrebbe aspettare dalla
letteratura.
Io sono attratto dalle recensioni in quanto tali, dalla loro forma, dal
mestiere che le sostiene, dalla personalità del critico, dagli entusiasmi
genuini e dalle mal dissimulate avversioni.
Per rimarcare il mio assoluto disinteresse per la sostanza dei giudizi
espressi, mi occuperò della recensione a un libro che NON ho letto (Questa
pazza fede, Tim Parks, Einaudi). Il libro parla di calcio (è il reportage di
una stagione del Verona) e per recensirlo, L'Indice (n. 7/8) non si è
affidata al solito letterato, ma a un intenditore, un cronista sportivo:
Gian Paolo Ormezzano. Che "chiede la prima persona singolare". Si sente
parte in causa perché patisce da sempre i giornalisti sportivi britannici,
che stronca senza appello. Ma poi c'è il resoconto, dopo la diffidenza
iniziale (rafforzata dalla viscerale antipatia per gli ultras gialloblu "i
più brutti e cattivi e scostanti d'Italia e quindi d'Europa e del mondo, a
priori razzisti e bestemmiatori, drogati e ubriachi, nazisti e feroci.")
della scoperta di uno scrittore capace "di rendere leggibile, piacevole,
anche l'avventura più trucida, nel cervello di un ultrà (o in quel che resta
del cervello)" e di raccontare i gol "come noi, che pure quando scriviamo di
calcio pensiamo di essere un felice impasto di Shakespeare, Manzoni,
Cervantes, Dickens, Proust et Hemingway, manco ci sogniamo". E questa
scoperta è resa vivamente, con entusiasmo ma con ordine - paragrafi staccati
contrassegnati da lettere, dalla a) alla l). Ormezzano mette in gioco con
umiltà e ironia il suo ruolo, le contrastanti impressioni dell'approccio e
conclude che non sarà mai uno scrittore. Io credo invece che lo sia. Perché
ogni volta che ho letto un suo pezzo (raramente perché non seguo il calcio)
sono rimasto abbagliato dal suo piglio, dalla sua logica rigorosa, messa in
campo con fantasia, brio, eleganza ma senza enfasi, anzi. E perché questa
sua recensione spicca, tra tante altre grigiamente professorali, come un
vessillo ultrà su gradinate di cemento.

Qualcosa di Tim Parks l'ho letta anch'io: Adulterio, che non è l'ennesimo
romanzo su una passione, bensì un sillabario (Europa, Fantasmi, Destino,
ecc.) tra diario e saggio, in cui non compare la voce "Calcio". Ma il calcio
c'è, deuteragonista dell'Adulterio che dà il titolo al libro e parametro d'
ogni argomento. Non tutto mi è piaciuto, alcune associazioni - o
giustapposizioni, e soprattutto alcuni raffronti calcio-vita mi sono parsi
tirati per i capelli, ma l'onestà di un capitolo come Carità è merce
rarissima in questi tempi di retorica solidaristica. Qui un esperienza di
lavoro, i colloqui, i sentimenti, le citazioni, si fondono in un distaccato,
ma per nulla indifferente, "discorso" sulla generosità, che vale da solo
ogni centesimo dei 10,33 ? di questo libro Adelphi.

 
     
     

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