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Le  parole  del  tempo

Discë u pappëlë a la noscë 2

a cura di Lorenza Colicigno

 

 

 
     
 

Voglio subito ringraziare il giovane Stefano Petraccone e ancor di più sua nonna, la signora Grazia Loguercio, novantenne. Ci scrive Stefano che la nonna “ha sempre avuto una memoria eccezionale nel ricordo preciso e puntuale della sua vita con una predisposizione naturale per i proverbi popolari che riesce sempre a pronunciare nelle occasioni giuste”. Mi è sembrata veramente interessante la lettera di Stefano, perché mi ha consentito di verificare l’attenzione dei giovani per i detti dialettali, ma anche e soprattutto come possa ancora essere saldo il rapporto tra generazioni così lontane. Certo la memoria di nonna Grazia ha trovato alimento nell’attenzione che il nipote le ha rivolto, egli, infatti, afferma che, ascoltandola, ha potuto raccogliere, dall’età di 17 anni, ben cinque quaderni zeppi di proverbi, modi di dire, brevi racconti.
I proverbi, del resto, non vanno considerati come reperti d’archeologia linguistica o come brandelli non più riconducibili ad un abito etnolinguistico compiuto ed organico, idoneo a significare uno status socio - culturale specifico o addirittura a delineare i tratti di un’intera civiltà.
Basterebbe rileggere I Malavoglia di G. Verga, per capire come attraverso i proverbi, più che attraverso le azioni, l’autore sia riuscito a delineare con tanta precisione il profilo di quella arcaica società siciliana. 
Bene, vi anticipo che in una prossima rubrica parleremo di uno dei proverbi che mi ha inviato Stefano, di cui ho raccolto versioni leggermente diverse.

Oggi riprenderemo il proverbio: Discë u pappële a la noscë, dammë tempë ca të spërtusë, il cui commento non è stato pubblicato nel n.0 della Ri ~ Vista.
Farne la traduzione potrebbe essere superfluo, tuttavia è bene proporla soprattutto per chi avesse avuto difficoltà di lettura dovute all’uso di segni grafici poco chiari ed anche per richiamarne le diverse varianti:
Dice il pappolo (piccolo insetto dal dorso ricoperto di piccolissime scaglie nerastre, che si sviluppa nelle dispense, in particolare nei sacchi di legumi secchi, di cui si nutre) alla noce “Dammi tempo che ti perforo” (Colicigno)
Dice il pappolo alla fava: “Dammi tempo che ti perforo” (Triani)
Disse la goccia al fontanile: “Dammi tempo che ti bucherò” (Cantisani).
Il valore paremiaco (proverbiale) deriva al detto dal parallelismo pappolo/goccia con persona tenace; noce/fava/fontanile - perforo/bucherò con azione tenace e prolungata nel tempo, intesa al superamento dell’ostacolo. 
Tale parallelismo giustifica l’uso del proverbio in particolare nelle occasioni nelle quali una persona metta in dubbio la capacità di un’altra di superare un ostacolo; la persona le cui capacità sono state messe in dubbio rileva, attraverso l’uso del proverbio, pronunciato solitamente con il tono di sfida e la gestualità tipica di chi ostenta sicurezza, l’inopportunità dello scetticismo del suo interlocutore. Il tempo, infatti, darà ragione del fatto che con la tenacia e la costanza si possono superare anche difficoltà insormontabili, soprattutto quando si appare o si è considerati impari all’impresa. 
Si può ritenere, data la diversità di durezza dei materiali, fava, noce, fontanile, che il proverbio sia utilizzato in relazione ad ostacoli più o meno insormontabili, lo spessore temporale dell’azione, infatti, va dal tempo breve in cui un insettino quasi microscopico può bucare una fava (certamente secca), al tempo lungo, addirittura secolare, in cui una goccia può scavare e bucare un fontanile di pietra.
Nelle tre varianti il proverbio richiama l’ambiente delle attività domestiche, i sacchi in cui si conservavano i legumi e la frutta secca e i fontanili presso cui si abbeveravano gli animali o si lavavano i panni. 
In particolare, la variante goccia/fontanile rimanda ad una società collettiva, il cui centro era appunto costituito dalla fontana pubblica, si potrebbe azzardare l’idea di una datazione più antica di questa variante, le altre, infatti, possono richiamare un ambiente familiare più o meno chiuso, considerando ad uso collettivo (grandi famiglie patriarcali - solai, grandi sacchi) o individuale (ambiti familiari ristretti, dispense, piccoli sacchi) la conservazione dei legumi o della frutta secca.
La presenza di varianti con riferimento ad alimenti diversi, la fava e la noce, può richiamare la diversità degli ambienti d’uso dei proverbi in questione, o in relazione al maggiore o minore valore attribuito all’alimento citato o alla maggiore o minore produzione di esso.
Certo tutte le varianti parlano di una società abituata alle difficoltà, in cui si confrontano due atteggiamenti mentali e comportamentali, quello rinunciatario, passivo ed immobilista, quello tenace e convinto della possibilità di dominare gli eventi, anche i più difficili.
Possiamo riconoscerci ancor oggi in questa dinamica?

 
     
     

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