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“Fra tutti quanti hanno anima e ragione, noi donne siamo le creature più infelici”: con Medea, Euripide, il grande tragediografo greco, presunto misogino, ha consegnato ai posteri una delle massime creazioni di tutti i tempi, una figura di donna palpitante fino al parossismo, un capolavoro d’analisi psicologica e d’indagine acuta e sottile del cuore femminile sondato in profondità, fin nelle pieghe più oscure, un’attenta riflessione sulla passione amorosa e sulla grandezza d’animo di colei che non esita a sacrificare la vita dei suoi stessi figli in nome dell’amore, di fronte alla quale i personaggi maschili appaiono ancora più egoisti e meschini.
In questa tragedia il dramma rappresentato è quello dell’amore coniugale tradito, della gelosia e della disperazione, che induce al peggiore dei delitti: l'uccisione dei propri figli.
Medea, la maga barbarica, è animata da sentimenti violenti, è eroina dell’odio, eppure fino alla fine è combattuta sulla decisione irrimediabile e fatale, incerta tra l’amore materno e il desiderio della vendetta: "No, no, cuor mio, non compiere lo scempio…Inevitabile destino è questo, e sfuggirgli non posso”.
Infine, consapevole del destino di distruzione ed infelicità che le si prepara, dopo aver baciato e ribaciato i suoi figli, li uccide.
"Intendo ben che scempio son per compiere ma più che il senno può la passione, che di gran mali pei mortali è causa”.
Medea per Giasone ha abbandonato tutta, la famiglia, la patria, per aiutarlo nella conquista del vello d’oro in Colchide ha persino ucciso Absirto, il suo stesso fratello, gli ha offerto l'amore di sposa, gli ha dedicato ogni sua energia, ma quando il marito, chiuso nel suo egoismo, la tradisce, e la ripudia apertamente per sposare Glauce, la figlia del re Cleonte, ed ereditare il trono, tutto l’amore si trasforma in odio cocente e strumento di morte, trascinando e distruggendo chiunque incontri sul suo cammino.
E’ dal ripudio che scaturisce la sofferenza (violenta ma non passiva, giacché appare subito chiaro che la donna medita vendetta) e che s’innesca il dramma, alimentato dal ricordo di tutto ciò che ha perduto per sacrificarlo all’uomo amato.
Medea si offre subito come personaggio dal carattere eroico, non tocca cibo, non ascolta consigli e non è intimorita dalle minacce, chiusa nel dolore medita e conclude da dominante l’azione, inflessibilmente concentrata, fermamente risoluta sul suo proposito, sola nella disperazione, dapprima inviando alla nuova sposa una veste incantata che divora le carni di lei e del padre che l’abbraccia, poi, pur di straziare il cuore di Giasone, uccide i loro figli.
Quando Giasone arriverà, per cercare di preservare i figli dalla vendetta, non troverà altro che i loro cadaveri coi quali, sul carro di Helios, tirato da dragoni alati, trasvola la sciagurata Medea.
Per l’uccisione dei figli da parte della stessa madre, crimine mostruoso e addirittura impossibile per i Greci dell’età di Pericle, alla Medea di Euripide, presentata sulla scena nel 431, i giudici ateniesi non assegnarono il primo premio, eppure già allora forte fu l’impressione lasciata nel pubblico. Quando poi, durante il IV secolo, nell’arte si cominciò ad attribuire maggior importanza ai valori umani piuttosto che a quelli eroici, il dramma di Medea fu compreso nella sua vera grandezza ed ancora oggi continua ad affascinare. |
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