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Anno I

Donne e scrittura

INDIANA di George Sand

a cura di Eleonora Bellini 

 

Un profilo di donna, quello di Indiana,

storia di una donna per l’emancipazione di tutte le donne

 
     
 

“La causa che difendevo è quella della metà del genere umano, quella dell’intero genere umano: perché l’infelicità della donna implica quella dell’uomo, come l’infelicità dello schiavo implica quella del padrone”, scrisse George Sand nell’ Histoire de ma vie, libro di memorie di cui iniziò la composizione nel 1847, a soli 43 anni. E poi: “Scrissi Indiana con la consapevolezza, non ragionata, ma profonda e legittima, dell’ingiustizia e della barbarie delle leggi che ancora regolano l’esistenza della donna nel matrimonio, nella famiglia e nella società”. 
Indiana è il romanzo d’esordio della scrittrice francese, che proprio in occasione della sua pubblicazione adottò lo pseudonimo “maschile” di George Sand. 
L’opera, attraverso la quale Aurore (il nome completo impostole alla nascita, avvenuta a Parigi il 1° luglio 1804, era quello di Amandine Aurore Lucile Dupin) “conquistò la propria libertà, la propria dignità di donna, la stessa sua identità” come scrive Béatrice Didier nell’edizione del romanzo da lei curata per la collezione folio classique di Gallimard (Parigi, 1984), vide la luce nel 1832, dopo che la scrittrice, appena ventottenne, aveva già sperimentato un matrimonio precoce e subito fallito, la nascita di due figli, nonché alcune travolgenti passioni, tanto profonde quanto amare. 
Il libro conobbe un successo immediato, stupefacente. Articoli elogiativi ed entusiasti apparvero su tutta la stampa francese dell’epoca, fino alla consacrazione pronunciata da Sainte-Beuve che vi riconobbe: “stili di vita e personaggi quali ne esistono attorno a noi, linguaggio spontaneo, scene d’interno familiare, passioni violente, non comuni, ma sinceramente sperimentate o osservate, come se ne sviluppano ancora dentro tanti cuori sotto l’uniformità apparente e la frivola regolarità della nostra vita” (Le national, 5 ottobre 1932). 
Ma chi è Indiana, la protagonista del romanzo, che molti non mancarono di identificare con la stessa George Sand? Anima sentimentale e romantica, sposa diciannovenne accanto ad un marito piuttosto anziano e piuttosto ottuso, uno di quegli uomini che definiamo “tutti d’un pezzo”, Indiana alla sua prima apparizione nella storia ci viene descritta “tanto pallida, tanto triste (...) tanto giovane, chiusa in un vecchio ménage, accanto a un vecchio marito, simile ad un fiore nato ieri e fatto sbocciare dentro un vaso gotico...” La sofferenza è il doloroso segreto della sua vita priva di amore; la tristezza, subdola e atroce malattia, s’impossessa dei suoi giorni. Deve dunque accadere qualcosa, o giungere qualcuno, capace di strappare la giovane donna alla sua profonda e devastante malinconia. Entra in scena a questo punto Raymond, giovane viveur, dal bell’aspetto e dall’eloquenza menzognera. Raymond non merita nulla, non vale nulla, recita la propria parte di amante - e di tante donne contemporaneamente - come “un predicatore pronuncia il proprio sermone, come un avvocato pronuncia la propria arringa”. Tuttavia la povera Indiana “sentiva il bisogno di legarsi a qualcuno. Tutto ciò che le offriva una speranza di interessamento e di protezione nella sua vita solitaria e infelice era accolto da lei con trasporto”. 
E la storia continua, a metà tra il romanzo di costume e la favola. La tesi della scrittrice, il suo messaggio, il dettato della sua stessa esperienza è facile da sintetizzare: le donne, autentiche, altruiste e sentimentali, soffrono a causa dell’aridità di cuore degli uomini, ma ancor più a causa di costumi sociali e di leggi che le obbligano ad una perenne “minore età”. Nella buona società il matrimonio consente alla donna di raggiungere uno status e, nei limiti delle regole del gioco, anche qualche libertà, o forse sarebbe meglio dire intrigo, in amore. Colei che non si adegua all’ipocrisia sociale - ed è il caso di Indiana e della stessa George Sand - rimane priva di chances, viene esclusa, spesso disprezzata: “Non rompete le catene che vi legano alla società, rispettate le sue leggi se vi tutelano, apprezzate i suoi giudizi se per voi sono giusti; ma se un giorno la società vi calunnia e vi respinge, abbiate l’orgoglio sufficiente per sapervi infischiare di lei”. 
Così fece la scrittrice e così fece Indiana. Per vie ed in modi diversi, che qui non riveliamo. Chi leggerà il romanzo potrà scoprirne con piacere il finale, un finale assai moderno, fin attuale. Purtroppo non ci risulta che esistano in commercio edizioni italiane recenti di Indiana. Se non sbagliamo e se qualche editore vuol tentare l’impresa eccoci pronte a fornirgliene traduzione e commento. Intanto leggiamo qui l’inizio della storia. 

 
     
  La prima pagina di INDIANA:

“ In una piovosa e fredda sera d’autunno, in un piccolo castello della Brie, tre persone meditabonde erano gravemente impegnate nel contemplare il fuoco dei tizzoni del focolare ed il lento avanzare della lancetta del pendolo. Due di questi silenziosi ospiti sembravano abbandonarsi in completa sottomissione alla vaga noia che pesava su di loro; ma il terzo dava segni di aperta ribellione: si agitava sulla sedia, soffocava a mezzo alcuni melanconici sbadigli e picchiettava le molle sui ceppi scoppiettanti con l’evidente intenzione di combattere la comune nemica.
Questa persona, molto più anziana delle altre due, era il padrone di casa, il colonnello Delmare, vecchio eroe a mezzo salario, uomo un tempo bello, ora grasso, calvo, con baffi grigi ed occhi terribili; padrone eccellente al cospetto di chi tremava, moglie, servitù, cavalli e cani. Alla fine si alzò, evidentemente spazientito dal non saper rompere il silenzio, e cominciò a camminare pesantemente per tutta la lunghezza del salone, senza perdere per un istante la rigidezza che si conviene a tutti i movimenti di un vecchio militare, facendo leva sulle reni e facendo contemporaneamente dietro front, con quella fierezza perpetua di sé che caratterizza il militare da parata e l’ufficiale modello.
Ma erano finiti, quei giorni di gloria in cui il luogotenente Delmare insieme all’aria dei campi respirava il trionfo; l’ufficiale superiore a riposo, dimenticato, adesso, dalla patria ingrata, si vedeva condannato a subire tutte le conseguenze del matrimonio. Era il marito di una donna giovane e bella, il proprietario di un confortevole maniero con tutte le sue dépendances e, in più, un industriale fortunato nelle sue speculazioni; conseguentemente a ciò il colonnello era di cattivo umore, e soprattutto quella sera: perché il tempo era umido e lui soffriva di reumatismi.” 
 
     

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