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Recensioni

 La banda Bellini

di Marco Philopat

a cura di Antonio Califano

 

La banda Bellini, Marco Philopat, ShaKe Ed. Underground, Milano 2002

 
     
 

La storia si sviluppa in un arco temporale che va dal 1968 al 1977, racconta dall’interno, in soggettiva, la nascita e la crisi del movimento milanese attraverso gli occhi di Andrea Bellini giovane proletario del Casoretto che diventa il capo di una banda di servizio d’ordine milanese che attraversa i drammatici avvenimenti della storia politica milanese di quegli anni, dalla strage di Piazza Fontana alla nascita del movimento armato.
La banda si forma sulla memoria dell’antifascismo milanese e si organizza sul modello dei servizi d'ordine della Statale, i famosi Kathanga. Questo lo sfondo da cui nascela banda Bellini, ma sono tutto tranne che dei subordinati e degli esecutori degli ordini del movimento studentesco: rivivono, invece, in maniera originale e creativa, lo sviluppo dell'organizzazione di massa del nuovo proletariato milanese. La crisi del rapporto con gli “statalini” del Movimento Studentesco di “Cuccetta” avviene molto in fretta, quando Andrea Bellini e gli altri prendono le distanze dall'ideologia stalinista che li domina. 
La banda è organicamente proiettata verso i movimenti e anticipa l’arrivo dell’ ”autonomia” costruisce rapporti con l’Unione Inquilini per legarsi al territorio e a Lotta Continua, per aprirsi al sociale . Andrea Bellini e la sua banda vivono il passaggio dall’ operaio di fabbrica per lo più meridionale al movimento sociale metropolitano degli anni Sessanta-Settanta. 
È un passaggio durissimo, dall'operaismo e dalla lotta antifascista alla rottura con i sindacati, dalle lotte nei quartieri sulle riappropriazioni alle lotte contro i fascisti e i signori della droga, dal radicamento nei quartieri operai alla vita e alla lotta nei quartieri degradati dalla disoccupazione e dalla droga. 
Andrea e la sua banda vivono tuto questo fino in fondo, fino a esserne disorientati e frustrati, Quando la banda Bellini è spinta e assorbita nell'Autonomia, essa è già in crisi: la kermesse di Parco Lambro, l'attacco militare alla Confindustria “ con tutti quei ragazzini che sparacchiavano”, il carnevale violento della Scala, ma anche la stessa nascita del Leoncavallo.
Un racconto in prima persona, in prima fila che ci porta a tu per tu con la storia più recente, gli scontri di piazza, i morti, le occupazioni, i gruppi, le organizzazioni politiche, i primi centri sociali, l’occupazione del Leoncavallo e poi la crisi ,la deriva del terrorismo e la diffusione dell’eroina, la morte di Fausto e Iaio. 
Una cavalcata western nella Milano degli anni settanta, un western politico metropolitano con le immagini del Mucchio Selvaggio in testa e la musica di Morricone ( il famoso Scion Scion di “Giù la Testa”) nelle orecchie, molti personaggi con strambi nomi dietro i quali è facile scoprire quelli veri di quegli anni tragici e epici, fatti di scontri in piazza, antifascismo militante, passioni, sesso, periferia con lo sfondo della strategia della tensione, le Stragi di Stato, poco prima che droga e anni di piombo spegnessero e cancellassero quasi per intero una generazione insieme ad una grande stagione di lotta e democrazia, e consegnassero il paese alla completa stupidità degli anni ottanta. Una frattura generazionale e giovanile non ancora colmata e di cui si pagano ancora le conseguenze, di cui pagano le conseguenze soprattutto i giovani, i diciottenni e i ventenni di oggi. Un libro per ricordare, in prima persona, in maniera lieve ma intensa, con un linguaggio parlato, un biascicato rincorrersi di nonsense, il nostro Giovane Holden versione do you remember sixteeneight. Un romanzo che è anche romanzo di formazione, che racconta in maniera lieve anche truculenze ed episodi grevi ma che come in un saggio di sociologia urbana ci fa cogliere le trasformazioni, le mode, le crisi ideologiche il passaggio dal taylorismo al postfordismo, il femminismo, il tutto pervaso da una sottile ironia, un ricorso mai pesante al caricaturale. 
Una scrittura minimalista per riproporre una oralità gergale e minimalista caratterizza l’intero romanzo, all’inizio si incontra qualche difficoltà ad abituarsi, poi ti entra dentro come un flusso vitale e ne scopri la musicalità , la dura musicalità del punkrock.
Le ultime pagine sono pura invenzione cinematografica, un finale come Il mucchio Selvaggio in cui le parole diventano rumori e onomatopee da effetti sonori, solo per coprire, appena un poco, una delicata tristezza che traspare da poche righe in prima persona” Basta – basta! Sono talmente distrutto che ora non so se riesco a finirla ‘sta storia….Non mi piace certo ricordare la mia ritirata – ecco tutto – mi fermo qua- tanto del resto non è che ci sia molto da dire – un po’ di prigione- un cancretto ai testicoli – nessun figlio da crescere.”

 
     
     

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