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Anno I
Col  cuore  antico
  Speculazione  edilizia   

 

Q. Orazio Flacco

Carmina, XV, II

I. Calvino, «La speculazione edilizia»

 in Botteghe oscure, settembre 1957, n. 20,

ora pubblicato da Mondadori, Milano 1995, p. 3-5. 

 
       

 

Iam pauca aratro iugera regiae
moles relinquent, undique latius
extenta uisentur Lucrino
stagna lacu platanusque caelebs 

euincet ulmos; tum uiolaria et
myrtus et omnis copia narium
spargent oliuetis odorem
fertilibus domino priori; 

tum spissa ramis laurea feruidos
excludet ictus. Non ita Romuli
praescriptum et intonsi Catonis
auspiciis ueterumque norma. 

Priuatus illis census erat breuis,
commune magnum; nulla decempedis
metata priuatis opacam
porticus excipiebat Arcton, 

nec fortuitum spernere caespitem
leges sinebant, oppida publico
sumptu iubentes et deorum
templa nouo decorare saxo.






Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio — il muro, il fico, la nona, le canne, la scogliera — le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva; questo era il modo in cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la Riviera
Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare. La febbre del cemento si era impadronita della Riviera: là vedevi il palazzo già abitato, con le cassette dei gerani tutti uguali al balconi, qua il caseggiato appena finito, coi vetri segnati da serpenti di gesso, che attendeva le famigliole lombarde smaniose dei bagni; più in là ancora un castello d’impalcature e, sotto, la betoniera che gira e il cartello dell’agenzia per l’acquisto dei locali.
Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell’altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soprelevamenti. A ***, la città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d’eucalipti e di magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi.
Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e il porto, più in qua il mucchio di case muffite e lichenose delia città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti s’infittiva l’oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei campi di garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro.
Sua madre, ogni volta che lui veniva a *** per prima cosa lo faceva salire sul terrazzo, (lui, con la sua nostalgia pigra, distratta e subito disappetente sarebbe ripartito senz’andarci); «Adesso ti faccio vedere la novità», e gli indicava le nuove fabbriche: «Là i Sampieri soprelevano, quello è un palazzo nuovo di certi di Novara, e le monache, anche le monache, ti ricordi il giardino coi bambù che si vedeva là sotto? Ora guarda che scavo, chissà quanti piani vogliono fare con quelle fondamenta! E l’araucaria della villa Van Moen, la più bella della Riviera, adesso l’impresa Baudino ha comprato tutta l’area, una pianta che avrebbe dovuto preoccuparsene il Comune, andata in legna da bruciare; del resto, trapiantarla era impossibile, le radici chissa dove arrivavano. Vieni da questa parte, ora; qui a levante, vista da toglierci non ne avevano più, ma gòarda quel nuovo tetto che è spuntato: ebbene, adesso il sole alla mattina arriva qui mezz’ora dopo». 

 

       

 

traduzione di Lorenza Colicigno

percorso a cura di Lorenza Colicigno

 

       

 

Edifici regali lasceranno poco spazio 
all'aratro, dovunque vedremo piscine 
estendersi più del lago Lucrino, mentre 
il platano infecondo toglierà 

spazio all'olmo; allora viole mammole 
e mirti e i fiori odorosi spargeranno 
profumi dove gli oliveti furono
fertili per il padrone un tempo;

allora i fitti allori escluderanno 
i caldi raggi del sole. Non così 
avevano prescritto gli auspici di Romolo 
e dell'ispido Catone, e la norma degli antichi.

Era povero il censo di ogni individuo, ricco
al contrario il censo pubblico; nessuna loggia 
privata, misurabile ormai solo con il decèmpede, 
poteva accogliere l'ombra opaca dell'Orsa;

né le leggi permettevano di disprezzare
i tuguri improvvisati, mentre imponevano 
di adornare a spese pubbliche le rocche 
e i templi degli dei con rari marmi.

Due punti di vista lontanissimi per distanza temporale e spaziale, accomunati da una profonda sensibilità verso il paesaggio, un'attenzione sofferta e impotente alla deformazione dei suoi profili tradizionali, alla sua salvaguardia contro un uso privato dissennato. 
Ottiche profondamente diverse intuiamo essere sottese a questi due testi.
L'ottica di Q. Orazio Flacco, energica e acuta, come solo il verso lirico può consentirgli, mira al passato, alla veterum norma: la ricchezza privata lo sconcerta, la Roma di Augusto, che egli sa bene essere ormai irrimediabilmente lontana dal modello dell'intonso Catone, pullula di nuovi ricchi: essi disprezzano la misura dell'etica pubblica, non conoscono le regole del bonus agricola, se preferiscono l'estetico, ma sterile platano, al fertile olmo maritale, se disprezzano l'essenzialità dei tuguri arcaici, mentre esibiscono il lusso sfrenato delle loro dimore. Di questi ricchi, insaziabili di denaro e di potere, il moderato Orazio ci offre un impietoso ritratto, attraverso le loro piscine smisurate, le loro logge smisurate, attraverso l'ombra smisurata del fitto alloro dei loro giardini. Il sole, il cielo notturno, la natura, insomma, è la vera sconfitta in quest'impari lotta contro il progresso: la trasformazione del paesaggio urbano diventa così lo specchio di una profonda trasformazione sociale, che non cambierà solo la Roma dei Cesari.
L'ottica di Italo Calvino, segnata di una nostalgia pigra tutta moderna, distratta e subito inappetente, si distende nel ritmo di una prosa pensosa. Il passato è l'aurucaria più bella della Riviera, monumento di cui avrebbe dovuto occuparsi il Comune, ora andata in legna da bruciare, le palme Washingtonia abbattute dalla scure, le villette diroccate dai picconi, gli ombrosi giardini di eucalipti, un tempo attaversati da vecchi colonelli inglesi e da anziane miss, ora ribaltati dalle scavatrici, tutto questo rimanda ad un tempo di privilegi sociali e di misurati, discreti spazi privati. Il presente è il fittume di casamenti cittadini di sei otto piani, che affacciano più finestre e balconi che possono verso il mare. E' la febbre del cemento, la speculazione edilizia, che sfrutta e manovra i desideri delle classi medie, disposte a mettere in comune la propria intimità, tra "muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro". 
All'estendersi smisurato in dimensione orizzontale della ricca Roma augustea, "...latius extenta...", di cui ci parla Orazio, corrisponde la verticalità delle nuove costruzioni della piccolo-borghese Riviera, descritta da Calvino, i cui "edifici nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell'altro", mentre "in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei sopraelevamenti".
Comune ai due scrittori è la consapevolezza dell'inevitabile conflitto tra interessi privati e interessi pubblici: privatus census da un lato, publico sumptu dall'altro, nel testo oraziano; speculazione edilizia da un lato, mancate tutele dell'Ente pubblico (Comune) dall'altro, nel testo calviniano.
Al centro l'egoismo dominante dei singoli, che distrugge irrimediabilmente l'integrità e la bellezza della natura, mentre travolge ideali, valori, rispetto umano. 

.

Così lontani, così vicini.

 

       
       

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