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"Non ti muovere" è il Premio Strega di quest'anno e ciò ci fa doppiamente piacere, primo perché è stata una donna a vincere, cosa che non accadeva da qualche anno, e poi perché la giovane autrice, che alterna l'attività di scrittrice con quella di attrice (spesso con il marito Sergio Castellitto), ha raggiunto la maturità narrativa, riconosciuta da questo prestigioso premio, in pochissime tappe, con grande passione e talento.
La storia narrata è lacerante. Tragica. Ricca d'ansia.
Un giorno di pioggia, andando a scuola, la figlia quindicenne di un noto chirurgo e di una giornalista di fama internazionale, cade dal motorino, riportando un gravissimo trauma cranico. Viene portata proprio nell'ospedale dove lavora suo padre che, avvertito, cade come in trance, colto da un dolore indicibile, che quasi lo immobilizza. Nel frattempo sua madre, con la quale la ragazza ha un rapporto strettissimo, in volo per Londra, viene fatta rientrare precipitosamente.
Allora Timoteo, il padre, in tristissima attesa in una saletta attigua alla camera operatoria, comincia una lunga confessione-riflessione: si rivolge alla figlia, ma parla a se stesso. E la vita di quest'uomo rispettabile, borghese, serissimo professionista, raccontata senza pudori, nasconde nel passato un episodio segreto che lo stesso aveva quasi rimosso: molti anni prima, a causa di un'ubriacatura dovuta a due bicchierini di vodka, quasi senza accorgersene, ha violentato una donna. Poi ne è diventato l'amante, mosso dall'esigenza di riparare all'oltraggio perpetrato, ma anche da un sottile piacere.
La narrazione avanza per immagini molto forti, quasi cinematografiche, alternando momenti squallidi, scialbi, infimi, a momenti di quotidiana vita borghese, normale, tranquilla.
Timoteo descrive con lucidità "chirurgica" i ricordi, scarnificandoli fino al loro stadio più profondo ed intimo.
Una tensione vivissima salta dalle pagine ed il lettore, quasi trattenendo il fiato, va alla fine della storia per liberarsi, con il protagonista, di questo peso che egli ha sulla coscienza aggravato dalla vicinanza alla morte, tanto quasi da guardarla in faccia: non si può far altro che rimanere fermi, immobili sperando che decida di ripassare più avanti negli anni. Ed è quello che questo padre affranto chiede che avvenga per la "figlietta", come amorevolmente la chiama.
L'uomo esce dalla storia cresciuto e ridimensionato, disintegrato dal dolore, ma pulito, lavato dal lerciume che si portava sopito in fondo all'anima e la speranza della ripresa della giovane vita della figlia va, in dissolvenza filmica, a chiudere le pagine del libro. |
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