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I fuochi del Basento

di Raffaele Nigro

a cura di Bartolomeo Di Monaco

 

"I fuochi del Basento", Raffaele Nigro, Giunti, 1889, pagg. 246, Euro 9,30

 
     
 

Ha poca importanza sapere se si tratti effettivamente di memorie familiari dell'autore, che peraltro non ne fa mai esplicito cenno, anche se ciò è presumibile; sta di fatto che questi ricordi consentono pure a noi di fare un viaggio nella storia della Lucania, in particolare delle terre intorno all'Ofanto, con Pasquale Nigro che, sul finire del Settecento, raccontava ai figli e ai nipoti le gesta del brigante Angelo Del Duca, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, e poi con il figlio Francesco Nigro, il cui sogno era quello di riuscire a leggere e a scrivere e aveva nel sangue, come altri discendenti della famiglia, la musica dei cantastorie, ma che presto, rivoltatosi contro i padroni, si troverà a fare il capobrigante. 
L'ambientazione delle sue gesta è quella del periodo che vide l'invasione del Regno delle Due Sicilie di re Ferdinando I ("re Nasone") da parte dei francesi di Napoleone, guidati dal generale Pallavicino. Questa guerra, con il continuo reclutamento di giovani per organizzare "un imponente esercito straccione", e contrastare il forte ed inarrestabile esercito francese, incombe sulla storia narrata. In mezzo stanno i briganti, e i fuochi richiamati dal titolo sono, in principio, i fuochi dei bivacchi dei loro leggeri e fugaci accampamenti e, poi, quelli dei viaggiatori che attraversavano quelle terre, o dei due eserciti che si fronteggiano, o dei disertori datisi alla macchia sui monti per non finire a combattere in Siberia. 
Quando re Ferdinando decide la fuga, il vento francese della libertà incoraggerà i primi ardimentosi a rivendicare le terre dei latifondi ("Ci si camminava col cavallo per giornate intere senza mai sconfinare, da dove nasceva a dove moriva il sole") e affrancare i contadini "dalle servitù, dalle decime, dai terraggi." Francesco Nigro, "il generale", che non ha mai abbandonato la sua passione per i libri di cui va facendo incetta nelle sue scorrerie, decide di schierarsi dalla parte degli insorti.
"Ma una casa grande, con due tre piani, che uno lo voglio per i miei figli, uno per noi due e uno, il più alto, dove solo tuo marito può metterci piede, con tanti bei mobili e vetrate, che riempirò di libri, con lanterne e statue di legno". 
La guerra avrà alterne fortune e noi ci troviamo a percorrere lo svolgimento di un'epopea, con la sensazione quasi tangibile di avere intorno a noi la massa degli avvenimenti e dei personaggi che colmarono quegli anni. La storia di Francesco Nigro e della sua discendenza non è mai, infatti, una storia personale, ma si trascina dietro, sempre, quella più ampia che interessò le terre del Basento. Il Basento, l'Ofanto fin nella Puglia, e anche il Bradano, segnano con le loro acque e le loro selve i confini ("aveva sempre un occhio all'Oltreofanto, da dove arrivavano solitamente i viaggiatori") di questo enorme corpus tanto denso di umori, di vita contadina, di tradizioni, di memorie, di sofferenze, di miseria ("per la prima volta, ho assaggiato carne umana"), di superstizioni, leggende, fantasmi, miracoli, apparizioni, ombre.
Lessi "Ombre sull'Ofanto" in forza di un istinto che mi attirava verso questo titolo e questo autore del Sud. Non mi ingannavo; e ora "I fuochi del Basento", che è precedente all'altro, conferma e moltiplica, con la potenza e la suggestione delle grandi storie, l'autorevolezza di questo autore, che ben si inserisce, a mio avviso, nel filone della grande letteratura meridionalista, che ha visto fiorire opere quali, ad esempio: I Malavoglia, I Viceré, Fontamara, Cristo si è fermato a Eboli. 
Una scoperta che lo allinea ai miei scrittori italiani viventi preferiti, quali Sgorlon e Abate.
Valga la descrizione, al capitolo 27, della morte di mamma Teresa Parlante Nigro, la quale riesce a raccogliere e rammemorare tutti i secoli che hanno segnato una donna del Sud: non ne ho ancora letta una eguale per forza di immagine, per suggestione, tenerezza; nonché il matrimonio di Teresa Addolorata, con quel superbo rituale antico: la sposa "Per otto giorni non sarebbe uscita di casa, perché nessuno leggesse sul suo volto i segni del peccato."
Anche la figura del cardinale Fabrizio Ruffo, che comanda l'esercito di re Nasone, a poco a poco giganteggia nel romanzo, affiancandosi a quella leggendaria di Francesco Nigro. Sono i loro movimenti, le loro conquiste di paesi e città, i loro saccheggi per le terre del Basento a riempire di fuochi e ad illuminare quell'epopea di uomini e di avvenimenti, che non manca di destare in noi lo stupore di avere sotto gli occhi, come fosse ancora presente e viva, in grazia anche di un uso sapiente di termini dialettali, una pagina di storia lontana. Leggete questa descrizione: "Nella strada polverosa passò una squadra di mietitori. Scalzi e laceri come sono i braccianti della Puglia. Riposato su un asino li guidava il caporale, si difendeva dal sole con un ombrello e aveva l'orcio fresco nella bisaccia." 
Ma il libro ci riserva altre sorprese e ci impone nuovi personaggi come Carlantonio, il figlio di Francesco, vendicativo e spavaldo, finito anche lui nel brigantaggio come il padre. Le bande di briganti, che attraversano le terre del Basento, e ora si schierano coi francesi ora coi borboni, secondo il tornaconto, oppure si scontrano tra loro per rubarsi il bottino di un'imboscata, e, infine, sono combattute sia dai francesi del generale Manhes che dai borboni di Federico Filangieri (che una svista a pag. 131 tramuterà in Ferdinando. Tra Filangieri e Carlantonio vi è una questione privata da regolare, che costituisce un altro dei motivi di interesse di questa complessa trama), sono qui veicolo di una esistenza dove legalità ed illegalità diventano parole senza senso e solo viene riconosciuta la forza bestiale della prepotenza e della sopraffazione: "aveva quindi sospeso i prigionieri agli ippocastani per i piedi e li aveva lasciati ad asciugare al sole." Il brigante Taccone, altra figura trista e imponente, presso il quale Carlantonio troverà asilo nella sua fuga, viene accolto nei paesi come un re: "Taccone re di Calabria e Basilicata e generale comandante di una truppa di trecento e passa uomini." 
Tempi, questi, in cui nessuna pietà, nessuna attenzione erano riservati ai deboli e ai codardi e le donne, le stesse spose dei briganti, erano da questi profanate e umiliate, subendo spesso in silenzio: "C'è Palomino in giro, con dieci uomini. Attacca le case di campagna, fa razzia di donne e le porta in Puglia, in certi mercati di prostituzione." Anche con costui, vedrete, "il generale" Carlantonio Nigro dovrà saldare un conto. E sempre fa capolino, in questo grande affresco storico che vede sfilarci davanti agli occhi ben quattro sovrani che vanno da re Nasone fino a re Bombetta, il filo sottile - sia pure nascosto sotto una montagna di rassegnazione - dello spirito indomito di queste martoriate popolazioni, che ogni tanto riaffiora, portate come sono, per istinto, alla rivolta, non importa contro quale padrone: "Tommaso Campanella e La repubblica del Sole qui hanno molti proseliti." 
Alcuni personaggi, tuttavia, s'incaricano di fare la differenza e di dare una straordinaria levità ad una storia che altrimenti sarebbe - prostrata la povera gente perfino dal colera - solo cinica e beffarda: Pietropaolo ("comandato dall'angelo a seguirvi, tutti di casa, nel bene e nel male"), zio Luigi ("Agitava le braccia nel vento e tracciava dei segni"), Raffaele Arcangelo ("il generale dei poveri"), Maria Fonte di Bene ("figlia del faggio e di una lepre, figlia di un lupo e di una felce?"), che è la moglie di Vitodonato e madre di Bartolomeo, l'ultimo Nigro con cui facciamo conoscenza, che riprende il nome di un antenato vissuto nel 1600 e, infine, davvero mirabile, un vero tocco di grazia, sarà la presenza, di guida e di conforto, dei morti: "Andiamo, don Francesco, finché brillano i cerogeni - disse don Tommaso. Ma teniamoci vicini. Ho da raccontarvi degli anni che non avete visto."

 
     
     

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