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Recensioni

L’aggancio

di Nadine Gordimer

a cura di Carmela Gagliardi

 

L'aggancio. Edizione, Feltrinelli, Milano, 2002, I Narratori , pag. 272

 
     
 

…Andiamo in un altro paese…
Dove va lo scrittore, adorato come un dio e torturato come una spia? 
Dove si rifugia quando si accorge che il mondo che lo circonda è uno sporco posto? 
Essendo dotato di altri sensi, oltre ai cinque in possesso dei comuni mortali, sarebbe facile rispondere: nella regione incantata della fantasia. L’ovunque dello scrittore è la sua immaginazione. 
Nel caso di Gordimer però, si potrebbe obiettare che la sua fantasia è troppo viziata dalla realtà. Questa scrittrice non scappa. Non lo ha mai fatto. Non ha mai cercato un altro posto in cui rifugiarsi, anzi, ha costretto la sua immaginazione a trasferirsi nell’altro. 
Incontrarla non è difficile. 
Tutti vediamo i vu cumprà all’angolo della strada. Chi – parlo di esseri sensibili e intelligenti – non ha mai provato la sensazione di trovarsi senza patria? Quanti la cercano ancora disperatamente. Chiariamoci, per Patria non si intende necessariamente i confini di uno stato. La Patria in qualche occasione può essere il posto dove si sta bene, il posto che si sente proprio, al quale si vuole appartenere. 
Ecco allora che a cercare un ovunque non è solo lo scrittore. I libri di Gordimer possono diventare un ovunque anche per il lettore. 
La protagonista femminile del suo ultimo romanzo “L’Aggancio” non è in cerca di una Patria. Ce l’ha già. Lei vive a Cape Town, in Sudafrica, nel suo paese. Ma un giorno come tanti, deviata nelle sue faccende, da un banale contrattempo (la sua macchina è in panne) incontra Abdu-Ibrahim, un immigrato clandestino. Julie è attratta da lui. E non è una questione di attrazione fisica per un tipo esotico. No, non è solo questo. E’ la voglia di staccarsi da tutto ciò che percepisce come falso ad avere il sopravvento in quell’aggancio. E’ la voglia di verità, di giustizia che la spinge a seguire quell’uomo quando viene espulso e deve tornare nel suo paese. Abdu-Ibrahim rappresenta per lei il posto a cui vuole appartenere: una meravigliosa regione dell’anima, chiamiamola pure amore vero. 
Non ci sono contorsioni sessuali né sdolcinate frasi d’amore, eppure, è possibile intravedere, attraverso i poliedrici riflessi delle sue parole, anche questo.
Si ritrova con il suo uomo (diventato marito) in un paese straniero. Tutto per lei è nuovo: il modo di vestirsi, di mangiare, di parlare…Paradossalmente però, è più a suo agio lì che nell’elegante casa del padre, un ricco uomo d’affari. Pur se con qualche difficoltà è riuscita a farsi accettare per quello che è. E non per il nome che porta.
Tutto potrebbe filare liscio. Ma N. Gordimer, come sa fare bene, ci sorprende con svolte inaspettate. 
Quando Ibrahim ha finalmente ottenuto il visto per emigrare ancora, questa volta negli Stati Uniti, lei decide di non partire. Perché? Perché all’improvviso decide di lasciare il suo uomo? Si è forse accorta di non amarlo come crede? 
No. Non è così facile.
Julie, ascoltando il silenzio del deserto, giunge ad un’altra scoperta: lei è il filo invisibile che può riportare Ibrahim alla madre. Lei può ridargli una Patria . 
Non si muoverà da lì. E’ lui che deve tornare. 
Certo non è facile. Ibrahim a sua volta ha deciso di staccarsi da quel mondo. Lui non si sente parte del suo popolo. Fa l’amore con Julie durante le ore di mortificazione del corpo, contravvenendo al Ramadam. Rifiuta il lavoro offerto dallo zio, che durante la sua assenza ha fatto fortuna, grazie anche alla connivenza con le istituzioni corrotte. A non farlo restare è, dunque, ciò che non può fare. Le sue nozioni di economia apprese con la laurea, nel suo paese non sono applicabili. A chi parlerà di autonomia di mercato in un posto dove non c’è libertà? 
Ibrahim è irremovibile, partirà anche senza di lei. 
Il finale del romanzo è aperto, come la finestra alla quale Julie si affaccia sorseggiando un tè. 
Cosa potrebbe succedere in seguito? 
Ibrahim sarà ancora la vittima di una tragedia mondiale? Prenderà per fatalità, una volta giunto negli Stati Uniti, l’aereo che dopo qualche ora si schianterà su una delle torri gemelle? Diventerà lui stesso uno dei Taliban? O, trattenuto dall’amore, deciderà improvvisamente di strappare quel biglietto aereo e tornare al villaggio? Nel deserto c’è sempre un'oasi da coltivare. 
Purtroppo non lo sapremo mai. 
N. Gordimer, però, nell’arco della durata del suo romanzo è riuscita a metterci al riparo. Ci ha salvato dalla martellante mediocrità dei programmi serali, quasi sempre centrati su un pallone che rotola. E…,scusate se è poco, ci ha regalato un ovunque da poter abitare.

 
     
     

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