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| Il castello, parola-magnete intorno alla quale potremmo aggregare tanta scrittura e vita delle donne (e non solo), l’immagine del castello, luogo mitico della segregazione fisica e psicologica, confine concreto e reale in cui rimase “imprigionata” Isabella Morra (Isabella Morra, nacque a Favale, oggi Valsinni, nel 1520, morì, accoltellata dai fratelli, alla fine del 1545 o all’inizio del 1546, dopo aver inutilmente desiderato di abbandonare il castello di Favale per raggiungere il padre esule presso la corte del re di Francia), ha segnato tutta la sua ricerca poetica. E così che leggendo Isabella e scrivendo da “poeta femmina” non ho potuto né voluto prescindere da quest’immagine, anzi ne ho fatto il cardine della mia ideologia e la radice del mio lessico poetico. Ritrovare in questo [SMS] di Bruno Di Pietro un invito, così incisivo nella sintesi imposta dal “genere”, così essenziale nell’intonazione ironica, mi dà l’occasione di riprendere all’amo il tema e di rilanciarlo all’immaginazione dei futuri lettori/lettrici. |
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Resta pure nel tuo castello.
Troverai un principe bello
magari uno che non dice balle
(sì, ma sulle “Pagine gialle”) |
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| Da Bruno Di Pietro
[SMS] + una quartina scostumata, i miosotìs, Napoli, 2002 |
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Nel mio tempo contratto in meccanici accelerati gesti
gestiti da un’artista, automa démodé tendenzialmente futurista nonché esibizionista, in questo tempo contratto
cerco un rimario in atto per il poeta distratto,
nel mio tempo dilatato in otiis et otiis, vagamente catulliani, se non che non c’è traccia dell’occhietto di sirmione
nel mio orizzonte, chiuso cerchio tra mediocri appennini, privo di entrambi i nettuno, forse petrarchiani, se non fosse per l’abisso tra sorga e basento, almeno penso, con più probabilità hesseiani, per la mia indianità mentale, più che orientale, in questo mio tempo dilatato cerco un rimario in ato per il poeta disperato,
mentre la mia perifericità la mia provincialità
- isabella nel suo castello ed io nel mio cervello -dove un’ammissione di marginalità lascia più ustioni da vuoto che l’ozono in fuga, principio e fine della mia fonia: solitaria finché hobby (se mai) senza pretese nonostante qualche rima in francese, spazio marginale, con qualche trovata nonmale, ancorché banale:
sottratta al tono ufficiale:
in bilico tra professorale e comicale:
eppure essenziale, anzi formale [a esto (beato) esse-non-esse],
in questo mondo mio provinciale
ha trovato un rimario in universale
per una poeta demenziale. |
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| da Quaestio de silentio, Lorenza Colicigno, ed. Il salice, Potenza 1992 |
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