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Le  parole  del  tempo

 
 

Quannë Marzë vòlë fa, facë chiuovë e névëcà

a cura di Lorenza Colicigno

 

 

 

 
     
 

Anche quando Marzo è ormai lontano, non è certo lontano il ricordo del rigore di molte sue giornate, più simili alle giornate di dicembre che a quelle primaverili. A questo i potentini sono abituati, se è vero che a Potenza , come dice - guarda caso! - un nostro proverbio, bisogna aspettarsi sei mesë rë freddë e tre mesë rë freschë (Sei misë dë friddë e tre misë dë frischë).
Marzo pazzerello, dunque, lo dicono un po’ tutti i detti popolari.
Nel patrimonio paremiologico italiano, e non di meno in quello lucano, il mese di Marzo occupa un posto di rilievo, numerosi, infatti, sono i detti che ne rilevano le caratteristiche di variabilità climatica, ma anche il ruolo essenziale rispetto alla buona cura degli animali e all’abbondanza del raccolto.
Questo, ovviamente, perché Marzo abbraccia il periodo più delicato dell’anno, dall’uscita dai rigori invernali all’ingresso della Primavera: Vere novo, gelidus canis cum montibus umor/liquitur et Zephiro putris se gleba resolvit/…(A Primavera, quando il gelo si scioglie sui monti imbiancati e la zolla umida si apre allo zefiro) oppure Quid…dicam/…quae vigilanda viris? …cum ruit imbriferum ver,/ spicea iam campis cum messis inhorruit et cum/ frumenta in viridi stipula lactentia turgent (Che dire… delle cose che gli uomini devono osservare, …quando precipita la pioggia primaverile, e ormai i campi sono irti di spighe e il grano sugli steli verdi si gonfia dei suoi umori) Virgilio, Georgiche, I, vv. 43 – 44; 311 – 315.
Citiamo ora alcuni dei nostri detti attraverso i quali ben si delinea il profilo del mese di Marzo…ed anche dei suoi emuli umani. 
Marz’ ié pacc’ (Cervellino),
Si Marz’ n’grugna t’ dèva u dit cu tutta l’ogna, si Marz n’grifa t’ fa d’và pur la cammisa (Ricerca Scuola Elementare V circolo, a cura di L. Laraia).
Altri detti si riferiscono al mondo agricolo: Marze asciutte, paglia p’ tutte;‘U gele d’ marze nun’t face vede’ ‘u sfarze; Marze chiuvenne, grane accuglienne; Quanne marze vaie chiuvenne, piglia ‘a racana e va’ zappenne (Cantisani).
L’osservazione diretta dei fenomeni della natura è alla base di questi detti esperienziali e prescrittivi, che costituivano l’indispensabile premessa per garantirsi i migliori raccolti: ventos et varium caeli praediscere morem/cura sit (i venti e il vario tenore del cielo sia cura osservare) Virgilio, I, vv. 51 – 52. 
Al mondo pastorale si riferisce quest’altro detto, che cito nelle sue diverse varianti: Marz catazze, tutte ri pecore allu iazze, e si m’ingrìlle lu cappidde, nun reste ne pecore e manghe vuvutizze (Bigalke); Marz’ cata Marz’! r’ pecur’ a lu iazz’. S’ m’inchicch’ lu capidd’ nun rest’ né caprett’ né vuvutidd’ (Cervellino); Marze pazze, tutte ri pecore allu iazze (Bigalke).
Sempre dalle Georgiche di Virgilio possiamo trarre precetti che rimandano ai nostri detti pastorali: glacies ne frigida laedat/ molle pecus…(che il gelo acuto non danneggi il morbido armento), III, vv. 298 – 299, oppure omni studio glaciem ventosque nivales,/…avertes (allontanerai con ogni espediente il ghiaccio e i soffi nevosi), III, 318 – 319. 
Oggi questi detti sopravvivono nella memoria alle trasformazioni nel campo della pastorizia e delle coltivazioni, dovute all’uso ormai diffuso di mezzi tecnologici più o meno avanzati, che certo distolgono lo sguardo dal cielo per posarlo sulle televisive previsioni del tempo.
L’uomo si è liberato, dunque, almeno in parte dalla schiavitù della terra, di scotellariana memoria, per rendersi schiavo dei mass – media? 
Pongo quest’interrogativo senza alcuna intenzione di essere annoverata tra i pedanti laudatores temporis acti, anzi mi piace collocarmi tra coloro che guardano ad un futuro in cui la tecnologia, anche la più avanzata, si ponga al servizio del rispetto della natura e, quindi, crei le condizioni per un rapporto più equilibrato con essa insieme ad una più equilibrata distribuzione del benessere.
E che dire, allora, potrebbe chiedere qualcuno di voi, dell’inevitabile e irrimediabile declino della tradizionale cultura contadina?
Un bell’oggetto di discussione, su cui potremmo riflettere insieme. Qual è il vostro parere? Non vi resta che aprire un dibattito su questo tema. Sarò felice di ospitare i vostri interventi in questa rubrica.
Oggi dei detti citati è prevalente l’uso paremiaco (proverbiale) per il tradizionale parallelismo, come si è già detto, tra Marzo e le persone …pazzerelle.
E’ efficace e gustosa, del resto, la personificazione del mese, attraverso l’attribuzione ad esso di atteggiamenti tipici del mondo animale, ma riferiti per metafora a stati d’animo umanissimi: n’grugna, n’grifa, m’inchicch’ (m’ingrille) lu capidd’. 
Il carattere aggressivo di questo mese è del resto implicito nel suo nome; infatti Marzo è il mese di Marte, dio della vegetazione e della guerra; nel primo caso il nome si fa risalire ad una radice indeuropea Marut, divinità del vento, nel secondo significato ad una radice mediterranea del tipo marit (Devoto).
Una curiosità: quando nel periodo della rivoluzione francese (sec.XVIII), nell’intenzione di rompere con la tradizione si rinominarono i mesi dell’anno, al mese di Marzo fu dato il nome di “Ventoso”, un omaggio al suo etimo ed insieme alla sua natura volubile, come il vento, appunto!

 
     
     

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