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I giovani lasciano la Basilicata. I piccoli paesi della Basilicata si spopolano. La Basilicata fa i conti, ancora in negativo, con la disoccupazione giovanile. Titoli che spesso vediamo sui nostri giornali, notizie che ci raggiungono spesso, e
non so neppure, se e in quanti esse generano qualche emozione.
Ma puņ accadere che gli spazi lasciati vuoti da giovani lucani, in giro per il mondo per studio, per lavoro, per piacere, e quant'altro, vengano poi pił o meno inaspettatamente riempiti da loro lavori, quasi una restituzione dovuta al depauperamento del territorio. E` il caso di un vero e proprio gioiello, una raccolta di 25 poesie, scritte da Francesco Arleo tra il 1994 e il 2001 nel dialetto di Castronuovo Sant'Andrea, "paese - come si legge nell'Introduzione - in perenne equilibrio, la cui vita si nutre della costante preoccupazione del terreno instabile". La prefazione č di Franco Loi, con cui sento di condividere alcune emozioni e riflessioni: E` con vero piacere e stupore che scrivo queste poche righe per la poesia in lucano di un giovane. Il piacere di scoprire un Arleo che scrive poesie nella lingua dei suoi padri; lo stupore di trovare in questi versi la drammatica contraddizione in cui vivono le giovani generazioni espresse in immagini e riflessioni nella lingua e nelle vicende di una collettivitą. Quella che Pasolini definiva la "frattura col passato" si rivela qui nel titolo della raccolta: fuga da un luogo, da una gente, da una tradizione, da un dolore. Ma un poeta conscio di cosa vada perduto in questa fuga: i costumi degli avi, la frequentazione della natura, il rapporto con le piccole cose, la condivisione dell'esperienza. Francesco Arleo viene da una terra, quella lucana, aspra, forte, avara, una terra di emigrazione. Quindi il titolo č emblematico in tutti i sensi...E non puņ che esprimere ciņ che sente in sé e attorno a sé: lo smarrimento di andare errabondo per luoghi e tra gente che non sa dargli conforto né riferimenti, il ricadere sull'individualitą del peso della vita e il crescere attorno a sé nella solitudine della cittą, della disperazione. E tutto questo la poesia lo esprime con una qualitą musicale rilevante, un'acutezza che č propria della terra e della lingua, una maturitą tecnica che dą ordine e compostezza al suo dire". Il testo di Francesco Arleo, stampato a tiratura limitata a 99 copie, arricchite da due disegni di Domenico Masotti, fa i conti con l'ereditą di Albino Pierro, con il quale sembra colloquiare
nell'Introduzione. Al poeta di Tursi il quale pensava che la morte dei dialetti fosse la "...distruzione di un monumento d'importanza capitale e forse pił...Come mezzi di comunicazione abituali i dialetti si perderanno, ma resteranno come mezzi espressivi privilegiati, consacrati alla poesia e alla lirica", F. Arleo risponde cosģ: " Trascorsi alcuni anni dalla morte di Pierro, il discorso resta in piedi. Lo spazio antropologico della memoria, si apre con il "mezzo privilegiato", per fortuna i paesi e le campagne lucane, lacerano la "cultura buona" aggrappandosi al dialetto. Dialetto che trasforma, come indicato da Percoco, "u mėccatłrė -(il fazzoletto)-" in "u fazzślettė', ecco allora la volontą di fermarlo con l'inchiostro. Il monumento tocca ripulirlo senza tingerlo di colori non suoi; non č solo restauro e conservazione, č, piuttosto, cura del tempo e di arcaicitą estranee al contemporaneo sincretismo linguistico. La lingua stessa, per continuare con il poeta di Tursi, diventa "terra del ricordo". Arleo fa anche i conti con un altro interprete della realtą dei paesi del Sud, Carlo Levi, al quale č dedicata questa lirica dal titolo "Cristė add'arrėvėtė"
Addėrčtė,Carlł
Ičrė scurė u młnnė ch'čiė dittė:
Brėgantė stąvičnė nd'ą crčtė
Munacicchė chiangičnė pe cappičllė
Łagnłnė cłrrģčnė scałzė.
Mņ, Cristė add'arrėvčtė a n'drasattė
E pė purtč ł benė ca scrėvģčsė
Na dčtė scarpė e cammisė
Ną l'učtė chģantė e risė.
(Cristo č arrivato. Dietro te, Carlo! Era buio il mondo conosciuto:// Briganti stavano nell'argilla! Monacicchi piangevano per cappelli! Bambini correvano scalzi.//Ora, Cristo č arrivato all'improvviso! E per portare il bene che scrivevi! Ci ha dato scarpe e camice/ Ci ha tolto pianto e riso, trad. a cura dell'autore). In effetti le liriche di Francesco Arleo risuonano, per un pessimismo che il dialetto interpreta, e direi quasi giustifica, perfettamente, di intonazioni e di immagini dolenti, spesso indurite dalla rabbia dell'impotenza perché "Da stł ma1annė non n'zė sčnė/Stą terre jč fatté pė ģ su1ė scerijannė (Da questo malanno non si sana /Questa terra č fatta per andarsene soltanto, da "U Malannė ); altre volte rese epiche dalla coscienza di avere radici in un antėnėtė dal "pedė grannė pė stą fermė n'derrė (un antenato dal piede enorme per stare fermo in terra, da "Arčdė"), altre volte addolcite dalla memoria di "Faccė meiė, dė gentė cłntčntė" (Facce mie di gente contenta, da "Faccė meiė"), altre volte turbate da un senso di inappartenenza "c'aggiė stétė ma non c'erė/pėcchģ ij singė sembė a duvė non 'aggė mejiė stčtė" (ci sono stato, ma non c'ero/perché io sono sempre stato dove non sono mai stato, da "Ij c'aggiė stétė ma non c'erė"). Ma chi č Francesco Arleo? Ecco come egli si presenta ai lettori nella notizia posta a conclusione della silloge lirica: "Fino ai sedici ho esplorato "calanchi". Migrazioni da niente. Chilometri pochi, dialetti diversi. Da Sammarella a Santa Lania, passando per Castronuovo. Nomi che hanno quasi nulla da spartire con la letteratura di questo e del secolo passato. Scrivo per tentare un ritorno a quei luoghi. Ma il tentativo č un viaggio destinato al fallimento, ecco perché queste pagine portano sul pennacchio "Scrijatinnė", una voce che invita alla fuga." Ma davvero si puņ tornare con le parole, si puņ annullare l'assenza con la poesia? Credo di sģ. Con alcune liriche di questa silloge piccola, ma intensa, Francesco Arleo ha vinto il Festival Romapoesia 2003, sono convinta che avrą dedicato questo successo al paese la cui lingua parla con il cuore. |
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