Ri ~Vista

dicembre

2003

6

Anno III

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  Col  cuore  antico  
  Facciamoci un brindisi   

 

Alceo di Mitilene

Farmm. 96 (Athen. 10, 430 c.d.)

Mario Romeo, Lu monne scappa

 lirici greci in dialetto picernese

casa editrice Il Salice 1989 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

Traduzione di Mario Romeo
Beviamo! / Perché dobbiamo aspettare che fa notte? / Il giorno vola. / Prendi il bicchiere pił bello che hai, / amico mio. / Il vino, / la cosa pił bella / che Dio ci ha dato, / ci fa dimenticare i guai. / Riempilo tutto / quanto il bicchiere: / facciamoci un brindisi.
 
 

 

 

 

 

traduzione di Salvatore Quasimodo

(Milano, Mondadori, 1940)

percorso a cura di Lorenza Colicigno

 

 

 

 

 

 

Beviamo. Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Sémele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all'orlo:
e l'una segua subito l'altra. 

Il brindisi č un'occasione notevole di creativitą linguistica, esso č un tipo specifico di composizione "all'improvviso", che per l'uso della rima richiede una certa abilitą tecnica, sostenuta, consapevolmente o meno, da una lunga tradizione; questa affonda le sue radici nella cultura orale mediterranea, di cui la cultura greca ha per prima fissato nella scrittura le condizioni reali. Dell'invito a bere di Alceo, poeta lirico greco del sec. VII/VI a. C., la traduzione di Quasimodo (Milano, Mondadori, 1940)Quasimodo non restituisce l'espressione alcaica "un dito č il giorno", preferendo all'immagine, che rimanda all'unitą di misura pił piccola della cultura greca, il concetto; voglio ricordarvi, perņ, che l'espressione alcaica č ancora ben viva nella cultura meridionale, in particolare nelle urbes graecae, come Napoli, dove non č difficile sentir dire: lu jornė č nu digėtė. Mario Romeo in "Lu monne scappa" (Il salice, Potenza, 1989) ha tradotto in Picernese un buon numero di frammenti dei lirici greci, con risultati veramente apprezzabili, ben sottolineati nelle prefazioni degli studiosi Franco Fanciullo e Nicola De Blasi. In particolare quest'ultimo, rilevando le peculiaritą del metodo del traduttore, fa notare come l'autonomia dal testo di riferimento restituisce al modello antico la vivacitą dell'occasione comunicativa e la funzionalitą alla vita quotidiana, che certamente esso aveva e che la tradizione classicista ha reso sempre pił labile. Il confronto tra la traduzione di un frammento di Saffo di F. M. Pontani (Torino, Einaudi, 1969), traduzione letteraria, ma non aulica, come lo sono invece le precedenti di Fraccaroli (1910) e Romagnoli (1932), ci consente di annullare, per cosģ dire, l'abisso temporale tra il frammento di Saffo e la restituzione in dialetto picernese. "Convito divino/il cratere era colmo/d'ambrosia./Ermete prese un'anfora,/versņ. Tutti gli dei/reggevano le coppe,/libavano. Allo sposo/fecero auguri di felicitą" (Pontani); "Bbrģndėsė/lu rėcciolė era chienė rė vinė./Lu patronė lu mesė/a li bbėcchierė./E tuttė a l'adderta/ncumpagnia/fascemė nu bbrindėsė/a li sposė" (Romeo). Il metodo usato, quello dell'attualizzazione dei testi, passa attraverso la resa del testo antico nel linguaggio della conversazione quotidiana, quindi nel dialetto, come afferma N. De Blasi: "Sembra che nessun elemento passi indenne attraverso il viaggio dall'Olimpo a Picerno: il convito diventa brindisi, il cratere si trasforma in rustico rėcciolė, l'ambrosia si fa vino (e poteva essere direttamente aglianico), Ermete si fa patronė, le coppe bicchieri; ma una in particolare sembra la modificazione che giustifica e rende coerenti tutte le altre: l'immissione diretta nel testo della prima persona. Protagonisti non sono pił gli dei, ma "noi", ovvero l'insieme di chi scrive e di chi legge, sodali di una festosa compagnia." Attraverso un altro frammento di Saffo, M. Romeo ci invita ad intonare un brindisi ad un banchetto di matrimonio, occasione per eccellenza di vita comunitaria: Spósė cuntčntė/quéstė so li nnņzzė ca vulivė,/la guagliņtta ca vulivė/č tutta rė la toja./Spósa ggentilė,/ąja essė fėlicė:/l'uócchiė tujė só ddócė/e ra lu visė sė lčggė l'amorė./Aguriė, spósa!/Tant'aguriė a ttģ,/spösė cuntčntė (Auguri agli sposi: Sposo contento, queste sono le nozze che volevi, la ragazza che volevi č tutta tua. Sposa gentile, devi essere felice: gli occhi tuoi sono dolci e dal viso si legge l'amore. Auguri, sposa! Tanti auguri a te, sposo contento, M. Romeo). Cosģ nella traduzione del frammento 96 (Athen. 10,430 c. d.) "il figlio di Semele e di Zeus" diventa "Ddģė", all'immagine delle coppe, diventate familiari bicchieri, che si susseguono creando nel testo alcaico un gradevole omoteleuto, si sostituisce quella schietta ed essenziale, che solo il dialetto ancora consente, del brindisi che le accompagna: fascémmėnė nu nduzzė. Mai il mondo antico e quello contemporaneo sono stati cosģ vicini, cosģ "noi" riscopriamo davvero le nostre radici, senza nulla rinnegare dell'oggi; soprattutto il fatto che possiamo parlare del dialetto ed in dialetto, proprio perché riconosciamo il valore unitario della lingua italiana, pur nelle sue molteplici varianti (nazionale, regionale, colta, standard, televisiva, generazionale, etc.); e, soprattutto, sappiano cercarne le radici, senza la cui coscienza ogni lingua, nazionale o locale, non sarebbe altro che un ghetto linguistico. 
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Cosģ lontani, cosģ vicini.

 

       
       
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