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Beviamo.
Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Sémele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti di acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all'orlo:
e l'una segua subito l'altra.
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Il
brindisi č un'occasione notevole di creativitą linguistica, esso č un
tipo specifico di composizione "all'improvviso", che per l'uso
della rima richiede una certa abilitą tecnica, sostenuta,
consapevolmente o meno, da una lunga tradizione; questa affonda le sue
radici nella cultura orale mediterranea, di cui la cultura greca ha per
prima fissato nella scrittura le condizioni reali. Dell'invito a bere di
Alceo, poeta lirico greco del sec. VII/VI a. C., la traduzione di
Quasimodo (Milano, Mondadori, 1940)Quasimodo non restituisce
l'espressione alcaica "un dito č il giorno", preferendo
all'immagine, che rimanda all'unitą di misura pił piccola della
cultura greca, il concetto; voglio ricordarvi, perņ, che l'espressione
alcaica č ancora ben viva nella cultura meridionale, in particolare
nelle urbes graecae, come Napoli, dove non č difficile sentir dire: lu
jornė č nu digėtė. Mario Romeo in "Lu monne scappa" (Il
salice, Potenza, 1989) ha tradotto in Picernese un buon numero di
frammenti dei lirici greci, con risultati veramente apprezzabili, ben
sottolineati nelle prefazioni degli studiosi Franco Fanciullo e Nicola
De Blasi. In particolare quest'ultimo, rilevando le peculiaritą del
metodo del traduttore, fa notare come l'autonomia dal testo di
riferimento restituisce al modello antico la vivacitą dell'occasione
comunicativa e la funzionalitą alla vita quotidiana, che certamente
esso aveva e che la tradizione classicista ha reso sempre pił labile.
Il confronto tra la traduzione di un frammento di Saffo di F. M. Pontani
(Torino, Einaudi, 1969), traduzione letteraria, ma non aulica, come lo
sono invece le precedenti di Fraccaroli (1910) e Romagnoli (1932), ci
consente di annullare, per cosģ dire, l'abisso temporale tra il
frammento di Saffo e la restituzione in dialetto picernese.
"Convito divino/il cratere era colmo/d'ambrosia./Ermete prese
un'anfora,/versņ. Tutti gli dei/reggevano le coppe,/libavano. Allo
sposo/fecero auguri di felicitą" (Pontani); "Bbrģndėsė/lu
rėcciolė era chienė rė vinė./Lu patronė lu mesė/a li bbėcchierė./E
tuttė a l'adderta/ncumpagnia/fascemė nu bbrindėsė/a li sposė"
(Romeo). Il metodo usato, quello dell'attualizzazione dei testi, passa
attraverso la resa del testo antico nel linguaggio della conversazione
quotidiana, quindi nel dialetto, come afferma N. De Blasi: "Sembra
che nessun elemento passi indenne attraverso il viaggio dall'Olimpo a
Picerno: il convito diventa brindisi, il cratere si trasforma in rustico
rėcciolė, l'ambrosia si fa vino (e poteva essere direttamente
aglianico), Ermete si fa patronė, le coppe bicchieri; ma una in
particolare sembra la modificazione che giustifica e rende coerenti
tutte le altre: l'immissione diretta nel testo della prima persona.
Protagonisti non sono pił gli dei, ma "noi", ovvero l'insieme
di chi scrive e di chi legge, sodali di una festosa compagnia."
Attraverso un altro frammento di Saffo, M. Romeo ci invita ad intonare
un brindisi ad un banchetto di matrimonio, occasione per eccellenza di
vita comunitaria: Spósė cuntčntė/quéstė so li nnņzzė ca vulivė,/la
guagliņtta ca vulivė/č tutta rė la toja./Spósa ggentilė,/ąja essė
fėlicė:/l'uócchiė tujė só ddócė/e ra lu visė sė lčggė l'amorė./Aguriė,
spósa!/Tant'aguriė a ttģ,/spösė cuntčntė (Auguri agli sposi:
Sposo contento, queste sono le nozze che volevi, la ragazza che volevi
č tutta tua. Sposa gentile, devi essere felice: gli occhi tuoi sono
dolci e dal viso si legge l'amore. Auguri, sposa! Tanti auguri a te,
sposo contento, M. Romeo). Cosģ nella traduzione del frammento 96 (Athen.
10,430 c. d.) "il figlio di Semele e di Zeus" diventa "Ddģė",
all'immagine delle coppe, diventate familiari bicchieri, che si
susseguono creando nel testo alcaico un gradevole omoteleuto, si
sostituisce quella schietta ed essenziale, che solo il dialetto ancora
consente, del brindisi che le accompagna: fascémmėnė nu nduzzė. Mai
il mondo antico e quello contemporaneo sono stati cosģ vicini, cosģ
"noi" riscopriamo davvero le nostre radici, senza nulla
rinnegare dell'oggi; soprattutto il fatto che possiamo parlare del
dialetto ed in dialetto, proprio perché riconosciamo il valore unitario
della lingua italiana, pur nelle sue molteplici varianti (nazionale,
regionale, colta, standard, televisiva, generazionale, etc.); e,
soprattutto, sappiano cercarne le radici, senza la cui coscienza ogni
lingua, nazionale o locale, non sarebbe altro che un ghetto linguistico.
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Cosģ
lontani, cosģ vicini. |
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