Scanzano  atto  primo

 

RACCONTI DI SCANZANO JONICO

 

Pietà impietosa

 

     
 

Forse un tempo, molto tempo fa, avrei potuto intitolare così questo mio editoriale: A ciascuno la sua battaglia! Ma il fatto è che oggi questo “ciascuno” ha un’identità tanto vasta da coincidere con il mondo. Mentre a Roma si tiene la cerimonia ufficiale di commiato dagli eroici morti di Nassiriya con tutte le intonazioni “epiche” di cui il potere è capace, a Scanzano si dimostra con un’epica da antieroi, periferici, marginali, contro un decreto che impone sul territorio di questo Comune lucano il deposito nazionale di scorie radioattive di ogni livello, leggere e pesanti. La pietà dello Stato, doverosa e dovuta, verso i nostri carabinieri, verso i nostri militari, vittime consapevoli della fede nella guerra, mostra il proprio volto impietoso nei confronti dei lucani vivi…ma per quanto ancora! Il mio pensiero di pacifista è rivolto, con tutto il rispetto dovuto e autenticamente sentito, nei confronti dei nostri connazionali morti in Irak, né voglio in alcun modo incrinare la mia genuina pietà con discorsi sull’inopportunità di quella guerra. Ma oggi mi incalza anche la pietà per i vivi. Sono, per fortuna, le popolazioni, e non certo solo quelle lucane, che sembrano ristabilire equilibri: straripante la presenza dentro e fuori la Basilica di San Paolo, massiccia la presenza dei “fatti” di Nassiriya sui mass-media, altrettanto attiva la presenza sulle strade e sulle piazze della Basilicata di popolazioni direttamente ed indirettamente coinvolte nel “fatto” di Scanzano. E i mass-media accompagnano questa promessa di massacro civile con il loro occhio avido di vittime, e amplificano l’antitesi pietosi/impietosi che delinea nettamente il profilo dei nostri governanti. Resta il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, si pone il problema della gestione democratica di questioni di tale rilievo. Questioni che mettono in crisi, solo a pronunciarle, l’economia di intere popolazioni, e non solo delle intere popolazioni lucane, che hanno da sempre un problema di piccoli numeri (Gli abitanti della Basilicata-Lucania sono solo seicentomila, neppure un quartiere di Napoli!), ma per le intere popolazioni meridionali, e per le intere popolazioni del Mediterraneo. Il sito indicato per lo smaltimento dei residui radioattivi nazionali non è distante dal bel mar Ionio, è in una zona sismica, è in una zona agricola che va specializzandosi in colture biologiche, con quali criteri è stato dunque scelto? Io voglio immaginare, con amara ironia, davvero amara ironia, quel dito avventuroso che scorrendo lungo un’innocente carta geografica dell’Italia, ad un tratto si sarà imbattuto in questo nome tutto meridionale, poco elegante e raffinato, di un paese decisamente a Sud: Scanzano? Dove? nel buco del culo dell’Italia e del mondo? Voglio immaginare che quel dito avventuroso sia stato guidato dal disprezzo e dall’ignoranza, perché se dovessi immaginare un’intenzione di scelta per interessi materiali di chicchessia, non potrei neppure più parlare di pietà/impietosa, ma dovrei parlare di un disegno delittuoso, o di un affare sporco, perpetrato ai danni di popolazioni che già scontano pesantemente gli squilibri del nostro Paese, squilibri di cui si stanno liberando con sforzi e progressi costanti. Ma forse è proprio questo che rompe certi radicati equilibri mentali e politici? Non è forse proprio questo lento e faticoso riscatto che disturba? A noi tutti l‘ardua sentenza.

 
     
  Scanzano  atto  secondo  
     
  L’eroe collettivo  
     
 

L’eroe collettivo ha vinto la sua battaglia: il nome di Scanzano Ionico, il comune della Basilicata che il D.L. 269 condannava a diventare il cimitero nuclerare d’Italia, non compare più sul D.L. emendato; di più, il ministro all’ambiente, Matteoli, intervistato da Fabio Fazio, nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”, ha affermato che, “visto ciò che è accaduto a Scanzano, nessuna località italiana è ormai utile per questa necessità nei termini previsti dal decreto, né si può pensare di riprendere il discorso sull’energia nucleare”. Una buona notizia, soprattutto per noi lucani, che, dimostrando con tanta tenacia e determinazione la nostra contrarietà al D.L. 269, giammai avremmo voluto rovesciare su altri il problema. Resta intatto nella sua gravità il tema del nucleare e dello smaltimento delle scorie. Ma su tutto si può discutere, quando si parte dal rispetto di tutti, singoli e collettività. Anzi, dopo questa bella vittoria della partecipazione democratica, ogni discorso è possibile, ogni problema è affrontabile, con la convinzione di poter giungere a soluzioni condivise. Chi oggi si ostina a definire “piazza” il popolo che dimostra per il rispetto dei propri diritti, non ha capito quello che è accaduto a Scanzano. Questo luogo periferico dell’Italia è ormai la patria di una nuova realtà sociale e politica. Chi è stato a Scanzano, come me, può ben definire il senso della manifestazione dei sessantamila lucani (che sono in tutto seicentomila!): la verifica che quel “vulgo”, che molta parte della tradizione culturale e politica italiana, e non solo, ha amato definire “disperso” e “pazzo”, anzi “animale pazzo”, e che ancor’oggi qualche politico di primo piano con disprezzo inconcepibile definisce “piazza”, ha veramente la dignità di un popolo: quello dei mestieri e quello delle imprese agricole, quello degli operai e quello degli industriali, quello dei picchetti e dei blocchi stradali e quello dei bloccati, quello della cultura e quello dell’analfabetismo, quello dei giovani dei peircing e quello dei giovani yuppy, quello dei vecchi e quello dei bambini, quello dei sani e quello degli handicappati, e ancora e soprattutto, quello dei rappresentanti e rappresentati del centro-sinistra e quello dei rappresentati e dei rappresentanti del centro-destra; un vero popolo dagli svariati colori e profili, cui nessuno ha chiesto di nascondere la propria identità, di omologarsi. Ognuno ha portato sé stesso e la propria storia, le proprie contraddizioni e le proprie passioni: la diversità, il pluralismo, esercitati in nome di un’identità comune, di radici comuni, sono o dovrebbero essere, in ogni Paese, le fondamenta della democrazia. Ed oggi la democrazia è più forte in Italia.

 
 

Lorenza Colicigno

 
     
     
  http://www.basilicatanet.it