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dicembre

2003

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Anno III

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Letteratura

italiana  e  straniera

 
 

Sedere a tavola con Nigro

A cura di Antonietta Pepe

 
     
  Sedere a tavola con Nigro potrebbe diventare un racconto breve, ci provo, forse il gioco rende meglio della cronaca.
E’ lì, seduto al posto che normalmente spetta all’ospite d’onore, con la sua espressione tranquilla, con lo sguardo sereno di attesa, senza attese particolari.
Il sorriso è di disponibilità e presenza.
E’ una figura familiare, ha tutti gli atteggiamenti di chi si sente a casa, fra appartenenti alla sua terra eppure emana il fascino carismatico di colui che ha percorso strade lontane e ha molto vissuto da raccontare. 
La fama che lo precede rassicura, non sono imprese eroiche, gesta di clamore, spettacoli ambulanti, è solo uomo di pensiero che diventa pensiero pubblico, azioni che diventano pensieri, veri e immaginari, scritti. E’ un uomo che sa usare l’arma più potente: la parola e non sai quanto sia penetrante o tagliente sul reale.
La mia curiosità è una priorità oggi, lascio cadere ogni altro pensiero per essere nel ristorante dove egli pranzerà dopo la premiazione letteraria.
Sul palco, in mattinata, l’ho visto appoggiato allo schienale della sedia centrale con lo sguardo spesso perso nelle sue percezioni, come se le parole ascoltate finissero immediatamente nel suo selettore automatico.
I capelli grigio ferro, striati di bianco deciso, appena più lunghi del consueto, come la barba, incorniciano il viso di promettente saggio.
Quando con scioltezza finalmente si è alzato per parlare, non dietro la cattedra, ma offrendo tutto il suo essere alla comunicazione immediata, ho lasciato che le parole scorressero in me come prima mi erano parse scorrere in lui.
Niente di scontato, eppure pensavo di poterne prevedere alcuni percorsi visto che lo avevo già ascoltato nel chiostro del Convento acheruntino, qualche anno fà in una serata ventosa.
In quell’occasione mi aveva dato visioni poetiche e storiche sull’anima della mediterraneità. Il mediterraneo come culla di una civiltà afro-europea, una magia di calore e razionalità, fantasia e storia, colori desertici, mare e insenature portuali di terre arricchitesi di scambi di ogni genere.
Ora cambiava direzione, aveva centrato l’attenzione sulla verticalità appenninica.
La cultura dei monti, che sembrano avere meno dignità delle alte cime perennemente imbiancate. Ero destabilizzata, ascoltavo con attenzione tesa allo spasimo.
I miei monti, i miei appennini, quelle care curve che abbracciano il mio orizzonte di vita finalmente diventavano luogo di attenzione particolare.
Egli proponeva un premio letterario per racconti ambientati in questi luoghi chiusi e protetti, impervi e tortuosi, boschivi, ricchi di sorgenti torrenziali, intrisi di storie, di lavoro duro e piccole cose dimenticate.
La linearità del discorso non dava spazi a concessioni pietose, anzi era un canto di realtà da promuovere, un passato da nobilitare nella sua essenza storica, narrativa, condivisa lungo tutta l’estensione della penisola.
La mia voglia di fantasia e di gioco hanno preso il sopravvento sulla razionalità, dopo lo scrosciare degli applausi, mi sono vista nella mia classe, con il pallone planetario fra le mani, raccontare ai miei alunni di fine quarta elementare, che il loro mondo era il centro di due itinerari, l’uno parallelo, l’altro meridiano che segnavano un’evoluzione storica che li caratterizzava e che avrebbero dovuto portare come dono verso il futuro: riconoscersi nel proprio ambiente di vita per appartenere e condividere.
Entro nel ristorante, consapevole di estraniarmi dal mio gruppo di amici, un lieve disagio mi rende incerta, ma la curiosità non teme conseguenze.
Il luogo è una ristrutturazione di antichi spazi angusti di una casa gentilizia acheruntina, erano gli spazi del lavoro e delle stalle.
Ora è un simpatico luogo di ristoro turistico che offre vini tipici e piatti dai sapori impastati di modalità antiche e alimenti del mercato locale.
Mi siedo con rispetto alla tavola dello scrittore, accanto a lui ci sono i dirigenti della scuola, di fronte a me un signore che non conosco, non è un finalista del premio, non è un personaggio presentato al pubblico. Lo sento parlare con confidenza con Nigro, si danno del tu, raccontano al giovane sindaco, che intanto è sopraggiunto e gli si è seduto accanto, delle raccombolesche imprese che spesso le nostre strade impongono a coloro che devono raggiungerci in orario.
Si ironizza sulla mancanza di indicazioni chiare, si chiamano in aiuto santi che con apparizioni fanno da vigili ai dispersi!
Mi ci vuole un po’ di tempo per capire la delicatezza di sollevare problemi reali con lo scherzo. Il sindaco ride con spontaneità, sa quanto costa essere consapevole del disagio ma dover aspettare interventi burocratici di competenza.
Il ghiaccio è sciolto, la conversazione scorre, il signore ignoto diventa per me l’autista dello scrittore, del giornalista, del responsabile di reti televisive, attività di cui mi hanno detto si occupa Nigro.
Mi piace sapere che alla tavola del potere rappresentato siederemo come due spettatori, due persone che vivono il reale, nella quotidianità del fare produttivo e non delegato, il potere esecutivo di qualità.
Finalmente alcune colleghe ci raggiungono e siedono i posti vuoti che molti avevano lasciato vuoti per rispetto a rappresentanze o per vivere un pranzo meno impegnativo.
I piatti cominciano a colorare la tavola, antipasto di verdure grigliate, salumi rossi e trasparenti, formaggi dagli odori familiari.
Nigro appare sornione, ascolta il dirigente alla sua destra, che pare non vedere il suo piatto, pur di confrontarsi con l’uomo di cultura sulle problematiche di promozione della comunità affidatagli.
Il tempo è breve, il bisogno di creare reti di solidarietà di pensiero e di azioni condivise vince sulla fame fisica.
Si apre un discorso animato, a volte sembra che ognuno parli una lingua intrisa di significati vissuti e diversi. Nigro è presente, sa cogliere i passaggi esperienziali, condivide lo sforzo del pensare propositivo, interviene con la leggerezza del distacco di chi ha già superato la soglia del non sentirsi ascoltato, con la gravità di chi sa che c’è ancora molto da fare.
Non so stare zitta, intervengo, ho bisogno di spiegazioni sui meridiani e sui paralleli culturali, l’intuizione non mi basta, voglio parlarne.
Lo stile dell’intervento vuole essere provocatorio e scherzoso, egli mi sorride e ne parla con chiarezza. Ascolto e di ogni sua espressione ne faccio immagine mentale.
La realtà appenninica anche se diversificata nelle vicende storiche, ha una vita reale condivisa, poco conosciuta. Un fascino a molti ancora ignota.
I tempi sui monti scorrono lenti, sia in senso quotidiano che storico; era proprio della tortuosità dei tornanti, con il manto stradale sempre a rischio, il bisogno di un’autarchia che era creatività silenziosa.
Oggi se non ci fermiamo a farne tesoro, se non ci collochiamo in una “NICCHIA” di specificità, rischiamo di essere colonie o luoghi da cui allontanarci per vivere alla moda, perdendo radici come erranti senza storia.
Il signore “autista” sorride, sembra condividere la mia affermazione che in questi luoghi a volte è meglio non fare che denaturarli.
Faccio la proposta di un laboratorio di idee, di progetti possibili, di menti che insieme ricerchino soluzioni di futuro, cariche di suggestioni e vissuti da conservare.
Un’immagine attraversa il mio esporre: mi rivedo bambina giocare con i giunchi che mio padre utilizzava per legare la vigna, altri per farne contenitori; rivedo nelle strade del paese uomini intrecciare salici per i diversi cesti da destinare agli svariati usi familiari; ma il mio stupore diventava gioia quando li vedevo spaccare le canne, tirate a lucido, per tesserle in grossi lenzuoli stesi per terra che poi erano chiusi a cilindro per contenere il grano. Per noi bambini era vietato giocare, sia per la paura di tagli, sia perché avremmo reso inutile un lavoro importante.
Ora tutto questo è sparito sui miei monti, i giunchi nessuno li taglia perché si rinnovino, le canne sono un impiccio alla coltivazione, i salici sono belli solo se piangenti nel giardino.
Risorse inutili? Solo il bisogno rende l’uomo creativo?
E… che dire delle donne che raccoglievano semi di finocchio per il salame, fiori di anice nei boschi per le friselle da offrire nelle pause delle paranze estive di mietitori ?
Non può esistere storia e mercato per questi doni della natura silvestre?
Forse un giorno non esisteranno più.
Mentre scrivo mi accorgo che il tempo del racconto è pari al succedersi del pranzo.
Siamo alla frutta, ci si alza, al bar il caffè segna il rito del congedo.
Mi chiedono di occuparmi di accompagnare al treno un giovane ragazzo che è venuto da Catania per ritirare uno dei premi del concorso letterario di cui Nigro è presidente.
Saluto velocemente e entro nella mia funzione di disponibilità all’esecuzione di compiti necessari.
Ormai è pomeriggio inoltrato, torno a scuola per rassicurare circa la partenza del giovane, chiedo se ci sono altre consegne. Tutto tranquillo.
Davanti alla scuola media rivedo il signore ignoto, aspetta Nigro. Penso sia cortese tenergli compagnia, scherzare sui temi discussi e gli confesso che mi piace non essere fra gli specialisti del potere.
Gli chiedo di potergli dare del tu, nonostante sia molto gelosa di questa abitudine, preferisco il lei perché non permette invasioni tacite.
Gli racconto che mi diverte considerarmi come persona normale una vera privilegiata nella vita. So che i tanti ruoli di potere sono di servizio specializzato, spesso sclerotizzano rapporti e personalità.
Lui sorride, espone le sue idee con garbo.
Sopraggiunge Nigro con i due dirigenti, c’è affabilità nel gruppo, ci si saluta scherzosamente, ci avviciniamo alla macchina.
Maledizione non imparerò mai a distinguerle!
Nigro apre la portiera e sale al posto di guida!
Io sono interdetta!
Chi è il signore con cui ho parlato?
 
     
     
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