Ri ~Vista

dicembre

2003

6

Anno III

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Le  parole  del  tempo

 
 

U bbčnė, da tčrra včnė 

a cura di Lorenza Colicigno

 

 

 

 
     
 

23 novembre 2003 

 
 

Si puņ scrivere qualcosa in una data come questa del 23 Novembre, senza riandare ad un lontano, ma indimenticabile giorno di ventitré anni fa? Certamente no. Che dire delle questioni irrisolte, della ricostruzione non completata, delle ferite che, direttamente o indirettamente, ancora sono disseminate sul territorio? Ma come non dire, anche, di quanto č stato ricostruito, dell’occasione, benché tragica, di rinnovare il patrimonio edilizio dei centri pił gravemente colpiti, di analizzare pił attentamente la natura del suolo lucano per prepararsi a difendersi dall’inevitabile ripetersi di eventi sismici. In Basilicata č indubbiamente cresciuta una cultura del territorio anche “grazie” al terremoto, ma, poiché non amo la retorica delle rievocazioni, e tanto meno delle celebrazioni, la cosa migliore mi sembra affrontare questo scomodo compagno di vita (e non senza un’intenzione apotropaica) con l’animo dei nostri anziani, che sapevano guardare alle avversitą con un tocco di sensata ironia: Piglia a Sant’ Tocola e tuculallė; ma si gią tocola (Prendi San Tocola – San Terremoto - e scuotilo, ma se gią si muove.., attestazione orale, E. M. Ligrani); in questo detto, che ha come protagonista uno dei tanti santi inventati della tradizione popolare, prevale l’idea dell’inutilitą di attardarsi su situazioni gią esaminate, sviscerate e ormai definite; č ad esso sottesa una visione concreta ed essenziale della vita, in cui la consapevolezza dei concreti limiti dell’uomo vale ben pił che elucubrare e rivangare su di essi. Un altro detto focalizza l’elemento istintivamente conseguente ad una scossa sismica, il movimento rapido, la fuga precipitosa: “Mariantņ, u tėrramotė” - “Mo mo” (“Maria Antonia, il terremoto!” - “Ora, ora”, attestazione orale, E. M. Ligrani); la protagonista di questo dialogo-monologo non č tanto la paradigmatica Maria Antonia, figura che, bloccata nella sua assenza dalla realtą, nel suo totale disimpegno, ne appare del tutto appagata, quanto piuttosto chi ne subisce le conseguenze, rassegnato ma non tanto da rinunciare ad investire l’antagonista con il suo “spirito” critico. 
Oggi un altro tipo di “terremoto” sconvolge la nostra terra: il “terremoto nucleare”. Mi sembra giusto, dunque, rivolgere ad esso il mio sguardo e le mie parole. Aggiungere la mia voce a quella di quanti sono scesi e scenderanno nelle piazze, nelle strade della nostra Regione, per difenderla anche solo dalla definizione di “pattumiera nucleare”, č un dovere e un diritto che eserciterņ sapendo che nessuna parola va sprecata, e che, anzi, ogni parola va spesa per l’obiettivo giusto e onesto di bloccare un progetto tanto iniquo. Ma cosa dire, dopo aver fermamente affermato la mia contrarietą al decreto che destina il territorio di Scanzano a diventare un cimitero di scorie nucleari? Il senso del mio intervento č tutto nel detto che ho scelto come titolo di questa edizione della mia rubrica: U bbčnė, da tčrra včnė (Il bene viene dalla terra). L’ho tratto dalla raccolta curata da R. Bigalke, che opportunamente mette in evidenza come nella cultura contadina lucana “u bbenė” sia espressione sintetica di aspetti morali e materiali. Proprio perché radicata nella terra, la riflessione sul bene e sul male esclude elucubrazioni astratte e rimanda alle relazioni concrete tra i suoi protagonisti: uomini, animali, insetti, piante; e rimanda all’ambiente in cui si muovono: a tčrra e lu ciélė e li muntagnė, li vaddonė, li fiumė e li fiumarė, li majesė, li vignė, li boschė, li sualė, li pprčtė, d’acqua, a neva, lu marė, a duna, lu včntė. Potrei continuare questo elenco fino ad enumerare tutti gli elementi della natura e passare poi ad enumerare gli animali e gli insetti che li abitano, e ad illustrare tutte le metafore che dalla comunione con la terra prendono senso e significato; potrei riempire lo spazio destinato a questa rubrica di detti che contengono l’intero universo della sapienza contadina, una civiltą né ignorante né piattamente rassegnata, come forse qualcuno ha pensato che fosse. Tra le pieghe di questo territorio, che ha conosciuto il latifondo, le lotte per la terra e la riforma agraria, che sta avanzando verso la modernitą senza rompere del tutto i vincoli con la terra, passando, non senza fatica, dalla schiavitł della campagna al suo dominio tecnologico, anche e soprattutto imparando a valorizzare le colture biologiche, in questo territorio, dunque, la notizia del decreto governativo in questione non poteva non suscitare una reazione tanto unanime. Ci sono detti e proverbi che meglio di altri ci fanno comprendere le radici di questa reazione; ne ho scelti per voi alcuni: Risciune tu, e rusciune ie, pecora moscia mia (Digiuno io, digiuna tu, pecora moscia mia, R. Bigalke); A terra ca sė vestė tė vestė (La terra che si riveste, ti veste, informatore di Potenza non censito); variante A terre ca si veste ti veste (R. Bigalke); A terrė ‘ndó nascė, t’abbituė a pascė (La terra dove nasci t’abitua a condurre la vita, M. Martone); A terrė rai quillė ca lė rai, pochė ó assai (La terra dą ciņ che le dai, poco o assai, M. Martone). Al di lą del senso letterale, tutti questi detti sottintendono un rapporto organico tra uomini, animali e terra, il destino degli uni dipende dal destino degli altri, e da questa interdipendenza deriva il benessere del corpo e dell’anima. La terra č misura dell’uomo, sembra dire questo detto raccolto da Mario Martone: A terrė a parmė e l’ņmmė bėlėndą (La terra a palmi – cm. 26.4 – e l’uomo secondo volontą). La terra, dunque, sia che abbia la natura difficile d’a terrė r’u rėmagnė (La terra del ridurre, del perdere), quella dei dirupi e delle frane, sia che abbia una natura generosa, a terra negurė caccė u megliė granė (La terra nera produce il miglio grano), č ricchezza: Terrė e orė nu pperdėnė mai valorė (Terra e oro non perdono mai valore). In nome di questa ricchezza quanto forti le tensioni sociali nel passato e nel presente, quanto dolorosi i conflitti che hanno attraversato la nostra storia, ma oggi č il momento dell’unitą; un’unitą che non nasconde le differenze, ma dą ad esse il giusto senso che dovrebbero sempre avere nella vita democratica, quello del confronto che poggia sulle salde fondamenta della comune identitą; la terra č per i Lucani il pił importante elemento di queste fondamenta, i Lucani riconoscono i bisogni della terra, come i propri, e dicono: A terré volė acquė (La terra chiede acqua, M. Martone), ma oggi aggiungono: nu volė scorie radioattive. Arrivederci al prossimo proverbio.

 
     
     
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