Ri ~Vista

dicembre

2003

6

Anno III

quadrimestrale

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Un racconto

 

di Claudio Elliott

 

Il falco cinquanta per settanta

 
     
 

Il falco tagliò l'orizzonte planando. Quella mattina si sentiva inquieto. Il sole non era del solito rosso fuoco, e le nuvole gli erano parse sbiadite. La rugiada, che in genere ammanta l'erba notturna, quella mattina era già evaporata. O forse non si era neanche posata. 
Il falco si sentiva inquieto. I rumori della natura, quei suoni, quei bisbigli, quegli squittii, quegli sbadigli, quelle voragini di silenzio intervallate a sferzanti abbai canini, ecco: i rumori della natura quella mattina non giungevano alla sua sensibilità così allenata. 
Era davvero inquieto, il falco: la sua planata larga e alta si fece nervosa, il suo sguardo superbo e penetrante si fece interrogativo e trepidante. Qualcosa di davvero strano stava accadendo: non percepiva il solito movimento rapido misto a pavidità dei piccoli roditori tra l'erba giallastra di luglio; non riusciva a udire il suono mai troppo estasiante dei serpentelli che, ignari, percorrevano le solite strade. Quella mattina non riusciva neanche a bearsi dell'aria che, scivolando attorno alle sue ali, lo sollevava e lo coccolava e lo dondolava e lo sollevava di nuovo. No, quella mattina non c'era neanche l'aria. Il falco tagliò l'orizzonte planando, sempre più inquieto. 
Una sensazione strana: si sentiva osservato. Non gli era mai capitato prima. Neanche dalla sua compagna di voli e di accoppiamenti si era mai sentito così scandagliato, scrutato, quasi sezionato.Neanche dai suoi piccoli, nei caldi nidi lì sulle rupi. Era una percezione assolutamente innaturale: era lui il Re del Cielo che dall’alto dominava tutto, e più su di lui non c’erano che aria e aria e nuvole e nuvole. Girò il collo verso l’alto (un gesto che non aveva mai fatto prima mentre planava nel cielo) e la sensazione crebbe. Non vide niente, ma qualcosa c’era.
E gli alberi? Quei pini e quegli abeti e quei cedri erano meno imponenti del solito, il loro verde era meno verde. Non vedeva il movimento delle fronde, non ruzzavano gli uccelli tra un ramo e l’altro e non cinguettavano.
Era inquieto e l’inquietudine gli prese le ali. Sentiva un peso innaturale nell’aria e sentiva quegli occhi su di sé. Non poteva essere un altro rapace, un altro falco, o un gheppio o una poiana: ognuno aveva i suoi territori aerei da percorrere, e comunque lui li dominava dall’alto. In genere.
Quella mattina insolita anche il fiume, il suo punto di riferimento più sicuro, scorreva più lento, sembrava quasi fermo, e il suo azzurro era meno azzurro del solito.
Planò inquieto nell’aria ferma, il falco. La sensazione di essere osservato aumentava ogni volta che una corrente d’aria appena accennata gli faceva cambiare direzione. Fino al giorno prima gli piaceva farsi trasportare dall’indifferenza dei refoli di vento, perché controllava il suo territorio senza stancarsi, da lassù, cullato e sicuro, maestoso e superbo. Fino al giorno prima: ora si sentiva prigioniero. Ecco la sensazione. Ricordava la sua compagna che era stata presa, dopo essere stata ferita da un cacciatore, ed era stata messa in una gabbia affinché guarisse: liberata poi, gli aveva raccontato della sua prigionia, gli aveva fatto vivere la sua limitatezza.
Così si sentiva, quel giorno. Osservato e prigioniero.
Quella casa, poi, laggiù. La vedeva sempre, ed era poco interessante. Un cane chiassoso e un ragazzino davanti a una tela da pittore. Come sempre. Quel cane era insopportabile, perché quando lo vedeva abbaiava, ed era un suono sgradevole a cui lui ribatteva col suo verso squillante e insistente. Era uno strano concerto di suoni. 
Ma quel giorno il cane era zitto, accucciato ai piedi del ragazzino, e non reagiva alla sua presenza, alla presenza del falco.
Per un attimo, uno solo, un piccolo infinito attimo lungo come l’eternità, fissò le sue pupille da rapace negli occhi neri del piccolo pittore. E fu la fine.
Si divincolò, si scosse, si rivoltò nell'aria rarefatta, aveva la sensazione di cadere (lui, il Re del Cielo) ma più si muoveva più diventava immobile: era tutto inutile: il ragazzino lo aveva disegnato, e ora si trovava prigioniero di una tela. Orizzontale. Cinquanta per settanta.

 
     
     
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