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Tra i nuovi autori della letteratura italiana, uno dei più interessanti mi pare senz'altro Vitaliano Trevisan, classe 1960, di Vicenza. Di lui avevo già apprezzato I Quindicimila passi ed ora esce per Einaudi Stile libero il suo romanzo d'esordio, Un mondo meraviglioso, (già uscito nel 1997 per Theoria) che ho letto con un forte coinvolgimento emotivo. Sarà perché prediligo i romanzi - come questo di Trevisan - scritti in prima persona, dove c'è una certa aria dostoevskijana, un flusso di pensieri che si muovono liberamente nelle direzioni più strambe, dove il tessuto narrativo è fatto, più che di una trama, di varie ossessioni, piccoli deliri, divagazioni attorno a un nucleo emotivo forte, sofferto, dove predomina l'inquietudine del protagonista narrante che ti fa fare con lui un percorso soprattutto mentale. Un mondo meraviglioso è praticamente un lungo monologo di Thomas, la voce narrante, che ha il "privilegio" di un periodo di disoccupazione che lo libera dalle costrizioni temporali , spaziali e mentali, di quella che è una tipica giornata di lavoro. Quindi Thomas ha molto tempo per camminare, per leggere, fantasticare, prendere appunti sul suo taccuino, guardarsi attorno, sedersi per ore su una panchina del parco, pensare, rimuginare, ricordare. Questo monologo è come un lungo assolo di jazz, dove il ritmo è fatto di improvvisazioni attorno a un tema centrale: il disagio di vivere. Un disagio che si manifesta in un ribellismo che oscilla tra nevrosi e funzione catartica della scrittura. A volte, scrivere, può salvarti la vita. Complicandotela. Segue piccolo assaggio della prosa trevisana:
"... Sì, pensavo, il mondo è davvero meraviglioso, siamo noi che suoniamo male, abbiamo sempre suonato male e suoniamo sempre peggio, più passa il tempo, peggio suoniamo, e senza rendercene conto facciamo delle nostre vite degli spaventosi assoli fuori tempo, stonati, abborracciati, ognuno per conto suo; credendo di suonare insieme agli altri, pensavo, in realtà suoniamo sempre e solo da soli, uno da una parte e uno dall'altra, ognuno il suo strumento, crediamo di parlarci e non ci parliamo, facciamo a pezzi il meraviglioso tema che abbiamo a disposizione in tanti piccoli insignificanti presuntuosi pezzetti, creiamo una gigantesca cacofonica distonia alla quale non si può prestare orecchio senza rischiare di impazzire. E tutto perché nessuno ascolta nessuno, tutti suonano e nessuno ascolta che cosa l'altro sta suonando... " |
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