Ri ~Vista

aprile

2004

7

Anno IV

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CANZONE LUNGA E TERRIBILE

testata Ri ~Vista

 

CLAUDIO ELLIOTT

Canzone lunga e terribile, di Lorenza Colicigno


È un libro al femminile. L’autrice è Lorenza Colicigno; l’argomento è femminile, Isabella Morra, poetessa lucana nata nel 1520 e uccisa dai fratelli a fine 1545 o agli inizi del 1546;
a donne sono dedicate alcune liriche (Ester Scardaccione, Giuliana Brescia, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Sylvia Plath, tutte morte suicide; e poi Safya e Alda Merini). Sono tutte donne legate da un destino in qualche modo crudele, e se non si vuole usare la parola destino potrei dire da una condizione crudele: o per la loro decisione di porre fine alla vita o per la loro condizione passata e attuale. E verrebbe da chiedersi, mettendo ben in evidenza l’aggettivo: condizione umana o condizione femminile tout court?
Il libro della C. è attraversato in orizzontale da queste presenze, tutte racchiuse dalla tragedia di Isabella.
Il testo non è di facile lettura, innanzitutto perché andrebbe recitato e cantato (ne verrà tratta un’opera musicata, infatti) e quindi ascoltato più che letto; e poi perché l’autrice, con una perizia invidiabile, alterna versi di chiara poesia lirica a versi volutamente oscuri, come se solo Isabella potesse comprenderli, con un linguaggio forbito e contemporaneamente sperimentale (lentalunga la carezza, nulla hai vedutosaputosritto, sguardi ansiosastosi, iopoeta, iodonna) che sono invenzioni stilistiche di rara intensità e sintesi.
Nella poesia a Sylvia Plath lo sperimentalismo stilistico ed espressivo raggiunge il suo culmine in una sorta di acrostico rovesciato, per poi terminare in una cascata di lettere dell’alfabeto confuse al nome della poetessa, cascata premessa dal verso: lanciarsi dal niente nel niente, in una ulteriore sintesi di una certa condizione femminile della poetessa, persa tra le parole, che ha vissuto con le parole (aveva anche sposato un poeta), e che sembra morire tra le parole, in una sospensione temporale e spaziale indicata dalla mancanza del punto fermo dopo nel.
La condizione femminile e tragicamente femminile della poetessa di Favale (oggi si chiama Valsinni) si dispiega nel libro, da un capo all’altro, attraverso le quattro stagioni (e chi non pensa qui alla sublime musica di Vivaldi?), che trovano spazio nelle pagine 24 25. In questa sorta di dialogo tra una donna del 21° secolo e una del 16°, la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno prendono forma come in una serie di dipinti, in cui il linguaggio della poetessa di oggi non può nascondere la tragedia che sta per venire. 
Sono quattro poesie introdotte dall’anafora, la ripetizione di uno stilema.
Ci fu una primavera lungo la tua vita, quando il sorriso di tua madre bastò a prometterti quieti risvegli: sembra un situazione idilliaca; è il quarto verso che inizia con un ma che rompe l’incantesimo, che poi viene totalmente fugato dall’invidia fraterna dell’ultimo verso. 
Ci fu un’estate lungo la tua vita quando al sapore dei frutti si mischiò astuto il sapore delle parole: è l’estate della fecondità letteraria, delle prime rime, della consapevolezza della sua condizione di donna, affannata di stupore e solitudine.
Ci fu un autunno lungo la tua vita quando l’amore ti chiese emozioni: fu breve l’autunno di Isabella, morta a 25 26 anni, e furono gli anni della passione erotica e letteraria (che vanno di pari passo in lei).
Ci fu un inverno lungo la tua vita quando il silenzio padrone, pur assopito, dello spazio e del tempo sfidò la tua loquacità mentale e ti costrinse al silenzio: qui la condizione di donna colta ma isolata, innamorata ma isolata, viene fuori in tutta la sua icasticità: è la morte che sorprende la poetessa, inquieta.
In altre pagine del libro il dialogo tra Isabella e Lorenza continua, e a volte le voci s’intrecciano nella stessa poesia (la lirica a pag. 33, per esempio, la si gode – ripeto – ascoltandola da due diverse voci femminili). In questa bellissima poesia la psicologia di Isabella- Lorenza (più Isabella che Lorenza) viene delineata da una serie di contraddizioni psicologiche che hanno fatto già grande altra poesia: amore-odio per il padre, disprezzo e orgoglio di sé stessa, pietà e indifferenza per la madre.
La si vede, Isabella, nel suo castello, in altre poesie, che conta i giorni inquieta, che spera di incontrare Diego, ma è chiusa da mura vere e mura anch’esse vere ma simboliche, quelle del corpo e dell’anima; e intanto, mentre lei è lì, giovane innamorata speranzosa, la valle ride cupa, sapendo dell’inganno che l’aspetta. E cosa è questo, se non il ritratto vero e proprio della sua prigionia, della sua limitazione di reclusa (già il fatto di vivere in uno sperduto paese della Basilicata lontana da ogni legame culturale con la capitale è di fatto una reclusione; in questa si inserisce, come in un gioco di scatole cinesi, la sua reclusione nel castello, e poi nella sua stanza, e poi nel suo corpo e nella sua anima)? Fui costretta – dice Isabella nella canzone IX – a menare il viver mio, qui posta da ciascuno in cieco oblio.
A 26 anni anche muore suicida Antonia Pozzi, poetessa milanese (1912-1938): nella sua poesia, come in quella di Isabella, si accampano paesaggi desolati d’anima specchiati in autunni rovinosi, in nudi inverni: un’atmosfera di rovina, di dramma, di morte, ben riassunti dalla Colicigno nella iterazione ossessiva combatti scrivi combatti scrivi combatti scrivi, che alla fine della poesia diventa scrivi muori scrivi muori scrivi muori.

Torniamo a Isabella, e alla sua lettura attraverso i versi di Lorenza. La sua condizione di donna isolata dal mondo trova un appiglio alla vita, l’occasione di fuga dalla piatta verginità quotidiana, in Diego, un marito un amante un poeta, esperto in amori d’accademia. Non sappiamo con esattezza se la loro fu una vera e propria relazione o solo un amore, appunto, d’accademia, un incontro di anime elette, un amore di parole (come Lorenza fa dire a Isabella). È comunque un tentativo della poetessa di Valsinni di uscire dalla sua condizione di reclusione fisica ma, ancor di più, spirituale: è una fuga di Isabella verso la parola, verso la lettura di Petrarca e verso la scrittura dei suoi versi di carattere petrarchesco.

Nel libro parte importante è il coro, che – come ricorda la predatrice Adele Cambria – ha la funzione classica del Coro nella tragedia greca: un gruppo di cantanti e danzatori accompagnati dalla musica commentano l'azione scenica e talvolta vi prendono parte, interloquendo con i personaggi. Nelle tragedie e nelle commedie del VI e V secolo a.C. il coro si disponeva nell'orchestra, ai piedi della cavea; il canto dei coreuti (i componenti del coro) costituiva nel corso della rappresentazione un momento lirico, una pausa di riflessione, nella quale veniva ricapitolato il dilemma morale entro cui si dibattevano i personaggi, perché il pubblico ne avesse coscienza e potesse prendere posizione. È quest’ultima la funzione che il coro ha nel testo di Lorenza, anche se la posizione del pubblico è ben chiara.

 

CLAUDIO ELLIOTT

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