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Il poema che Lorenza Colicigno ha dedicato a Isabella Morra non è solo un dialogo a distanza tra un io e un tu – come nella tradizione montaliana, magari rivista attraverso la lente deformante della neoavanguardia – ma anche, con tutta evidenza, un discorso sulla condizione femminile. Isabella è un personaggio poetico, ricalcato su una figura storica; ma il personaggio, in poesia, è a tutti gli effetti una struttura simbolica, il cui funzionamento non è poi tanto dissimile da quello di una metafora. Isabella e la sua interlocutrice contemporanea formano un campo simbolico, che a sua volta aggrega altra figure femminili, a loro volta personaggi, figure storiche determinate, metafore di un’umanità schiacciata e di una violenza subita attraverso le epoche. Dare la parola a Isabella, interloquire con lei, significa aprire un ragionamento più vasto, che coinvolge tutte le donne umiliate e offese; la storia di Isabella è allegoria e figura di un lungo sopruso, che la poesia illumina, racconta, riscatta.
Premesso che la riflessione sulla storia di Isabella, e per sineddoche sulla condizione femminile, rappresenta un aspetto centrale del libro, dico subito che personalmente preferisco non parlarne: in parte perché a queste cose allude con competenza e passione Adele Cambria nella prefazione al volume; in parte perché la stessa autrice saprà spiegare con maggiore cognizione di causa le segrete simmetrie che legano Isabella all’altro io che parla nel libro, ed entrambe alle altre figura di donna che popolano la raccolta. Mi limito a constatare che questo libro di Lorenza Colicigno è anche, nonostante l’alto tasso di lirismo ‘puro’ che profonde, un esempio di poesia civile; vale a dire un tipo di poesia dotato di uno statuto per certi versi ‘speciale’, che pone a chi la scrive (e anche a chi la legge) alcuni problemi supplementari.Ed è proprio dall’identificazione di questi aspetti che vorrei cominciare il mio discorso per arrivare a esprimere l’originalità della soluzione trovata da Lorenza.
Ora, che per uno scrittore moderno sia sempre più difficile mettere in versi, accanto al discorso privato che normalmente ci si aspetta da un poeta, qualcosa che quella dimensione privata trapassi e trascenda, è cosa immediatamente visibile, se solo si pensa alla storia della poesia italiana degli ultimi venti o trent’anni. I poeti di «Officina» - Fortini, Pagliarani, Leonetti – sono stati forse gli ultimi, a metà degli anni Cinquanta, a tentare di incastonare nella forma del poema un ritratto poetico che fosse anche denuncia sociale, riscatto morale, insomma messaggio implicitamente ‘politico’ – che è quanto Lorenza Colicigno implicitamente ci consegna attraverso questo suo lungo dialogo con Isabella (il quale non a caso si sviluppa nelle ampie campiture del poema). Ma «Officina» rappresenta un modello ormai remoto, rimasto sostanzialmente senza eredi. Non è mia intenzione entrare nel merito del ‘messaggio’ specifico di Canzone lunga e terribile, nella questione dei diritti negati, della violenza da secoli perpetrata sulle donne (per me ha ragione Pasolini: le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti; altrettanto adorabili sono quelle che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono, o addirittura ci rinunciano; meno diritti si rivendicano, maggiore è la libertà, almeno in poesia). Voglio però sottolineare come il libro di Lorenza Colicigno rafforzi la possibilità di rendere di nuovo praticabile, dopo un lungo oblio, la strada di un poema moderno – e linguisticamente e stilisticamente aggiornatissimo - il cui oggetto sia insieme pubblico e privato: come da tempo non si usava più.
Non c’è dubbio infatti che nel suo ambizioso tentativo di elaborare la partitura di un poema non solo lirico, ma anche intrinsecamente ‘politico’, Lorenza Colicigno abbia affrontato con originalità e coraggio un argomento da tempo tabù: la lunga e progressiva disaffezione della poesia al discorso civile. Non è stato sempre così, ma certamente è così da un paio di secoli a questa parte. E’ noto che la classicità prevedeva per i temi civili e la polemica ideologica un genere di versificazione a parte, uno stile, una metrica, un timbro particolari; la poesia italiana, dal canto suo, ha coltivato per secoli, in virtù della sua ben nota fissazione linguistica, una sostanziale separatezza tra una poesia di effusione lirica, di respiro breve e di maggiore intensità formale, e un’altra più distesa, legata ad argomenti sociali, ideologici o direttamente politici. Per molto tempo sono rimasti rari, ed eccezionali, gli esempi di una sintesi riuscita tra questi due modi di scrivere versi (e penso naturalmente alla Commedia dantesca, e al suo splendido isolamento). Tuttavia anche in Italia la nascita della poesia moderna, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, ha finito col rendere arcaica questa distinzione. Da Leopardi in poi – si pensi ad esempio alla Ginestra- i generi della versificazione sono confluiti in un unico supergenere, assoluto, e libero dalle convenzioni, che assume in sé tutti i temi e tutti gli stili, ma finisce per metabolizzarli in un tendenziale primato dell’io, e dell’effusione metaforica. Da allora tutta la poesia è diventata poesia lirica: ogni oggetto poetico è stato fagocitato nello spazio discorsivo dell’esperienza soggettiva, nell’incontro quasi religioso tra io empirico e io universale. Ma col restringersi di tutta la poesia alla sola lirica la concentrazione si è imposta a scapito della varietà: la prima vittima della rivoluzione simbolista è stata la dimensione pubblica e sociale del discorso poetico, con la crisi di tutti quei generi e sottogeneri (il poema didascalico, l’epistola in versi, l’invettiva, etc.) che tradizionalmente ne esprimevano i valori. Non stupisce allora che in epoca moderna il lettore sia assuefatto ad opere che parlano, attraverso una lingua soggettiva, di esperienze assolute e isolate: di ‘anima’, come si dice, e non di conflitti sociali, di argomenti politici, di diritti negati.
(Del resto la stessa Isabella Morra, come Petrarca, suo punto di riferimento, scriveva essenzialmente di ‘anima’- quello che diciamo l’anima, potremmo dire, parafrasando un verso di Sereni; e da perfetta poetessa lirica lo faceva perfino manieristicamente, in ossequio a regole formali ferree, rigidamente monolinguiste. Mentre il poema di Lorenza Colicigno prende il petrarchismo di Isabella, le sue parole selezionate e senza tempo, e con intelligenza le mette in situazione, inserendole in un quadro strutturale polifonico assai articolato, che ne arricchisce enormemente le implicazioni narrative).
E dunque il punto è questo: da scrittrice colta e iperconsapevole dei problemi posti dalla storia letteraria, Lorenza Colicigno ha affrontato con coraggio e lucidità il compito oggettivamente enorme che ogni moderno poeta civile ha davanti a sé: emozionare alla dimensione interumana del proprio discorso un lettore avvezzo alla confessione tutta intimistica della lirica; costruire dei personaggi poetici, e non solamente una voce monologante; raccontare, sia pure per frammenti, una storia, o una serie di storie, senza limitarsi alle suggestioni private. Tutte cose oggettivamente difficili da realizzare, rese desuete dalla disabitudine alla narrazione che induce la lirica moderna: per questo ogni poesia di oggi che intenda conservare uno spessore anche civile rischia più di altre di incontrare il disinteresse del lettore. Ma a me pare che la Colicigno abbia raggiunto il suo obiettivo, in gran parte grazie alla trovata di conferire al poema un andamento discorsivo, oggettivamente dinamico. Dialogo tra l’io e Isabella; ma anche dialogo con voci altre (Alda Merini, Safya); e, spesso, dialogo coi defunti, nella sublime lingua morta della poesia: Sylvia Plath, Amelia Rosselli, Antonia Pozzi - ed Ester Scardaccione, nel bel frammento che apre la raccolta.
Va detto però la felicità del libro non è solo nella scelta strutturale, sapientemente dosata, al punto da fondere in uno stesso flusso le parole senza tempo di Isabella con quelle della contemporaneità; la riuscita è anche nel tono, sempre teso, sempre netto, sempre emozionato. Non credo di essere il solo, ma ascoltando le voci che si inseguono nel poema di Lorenza Colicigno ho spesso pensato ad Antigone; e non solo per la presenza frequente di un Coro, a mediare i traumi e a dare i tempi del racconto. Rinvia alla dimensione tragica anche il dispiegarsi di una prospettiva appassionata e giudicante; di un giudizio morale in atto. Ed è questa prospettiva morale a dare forza e spessore a quello che è anche, nel libro, un formidabile tour de force stilistico. Canzone lunga e terribile riesce infatti a tenere insieme ingredienti formali diversissimi: c’è la tensione narrativa dei canzonieri tradizionali, ma anche la frammentazione e il caos linguistico dell’avanguardia (dal Sanguineti di Laborintus allo Zanzotto della Beltà); c’è il lessico del petrarchismo, ma anche i calligrammi, e soluzioni grafiche di matrice futurista o surrealista. Ci sono i cascami della tradizione poetica, da Leopardi (“intenta all’opre femminili”) a Montale (“Oltre il recinto, dove neppure servono per la solitudine/ cocci di bottiglia”); ma anche la voce diretta della lingua di oggi, con tutte le sue urgenze: “Ora insieme cominciamo il giorno sorseggiando odio/ e amore”.
Insieme alla passione civile, Canzone lunga e terribile conosce un’altra passione, quella dello stile. La sua scommessa formale, indubbiamente vinta, è un altro dei pregi del libro.
Gianluigi Simonetti
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