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Rita Enrica Librandi, Preside della Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi della Basilicata, ha sottolineato che Lorenza Colicigno scrive con questo suo libro di poesie un canto o, come dice Adele Cambria nell sua prefazione, una sinfonia non a Isabella Morra, ma alle donne o forse, ancor meglio a un simbolo della storia delle donne. Lo dimostra il fatto che ognuna delle sei stanze che compongono l’opera si apre con un testo dedicato a una donna e, ancor più, alla sofferenza del loro esistere: dalla donna afgana, il cui corpo negato alla luce “dà bagliori” e urla al mondo come il “ventre squarciato” di Isabella, alla più nota Sylvia Plath, la cui “anima scheggiata dalla furia” non fu annullata dalla morte indotta dall’insensibilità maschile, alle altre Antonia Pozzi, Giuliana Brescia, Amelia Rosselli, tutte morte suicide, a Safya Husseini Tungar-Tudu, salvata dalla lapidazione, ad Alda Merini, poetessa vivente di cui sono ben note le vicende di sofferenza vissute in un ospedale psichiatrico. Si tratta di donne che hanno lottato contro la negazione di sé e, nella maggior parte dei casi, di donne che hanno lottato per esprimere sé nella scrittura. Tutto ciò potrebbe scadere nello stereotipo dell’oppressione femminile, ma ciò che salva da questo rischio è la capacità di comunicare attraverso un testo che voglia essere prima di tutto testo poetico. Si nota nella scrittura di Lorenza il tentativo di far scivolare la lingua come acqua fluente dove il continuum fonico è reso visibile dall’assenza di spazi (lentalunga), dall’allitterazione (Sguardi ansiosastiosi), dalle iterazioni e assonanze che trovano il culmine nello splendido endecasillabo “amara scoperta scoprirsi peso”....
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