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EDITORIALE

a cura di Lorenza Colicigno

Storie al femminile

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Piove oggi, a Favale (Valsinni). Donna Luisa cerca di sottrarre al grigiore della memoria quel giorno, fatidico per i suoi figli: Isabella e Scipione ascoltano il padre, che declama i suoi versi, e, come per miracolo, le loro voci di bambini rispondono alle rime con rime…Il barone Giovanni Michele esulta. Invia lettere ai cugini, patrizi napoletani, per un pedagogo che esalti le straordinarie doti dei Morra. Per Donna Luisa, figlia di Luigi Brancaccio, Barone di Spinazzo, Patrizio napoletano, Favale è niente più che un esilio, dove è confinata con i suoi otto figli, Marcantonio, il primogenito, e Decio, Cesare, Fabio, Camillo, Scipione, Isabella, Porzia. Ma è Isabella il suo vero cruccio. La partenza di Giovanni Michele e di Scipione per l’esilio alla corte di Francia, dopo la sconfitta del Lautrec del 1528, l’hanno resa ombrosa e solitaria. Il piccolo castello di Favale risuona spesso dei suoi lamenti in versi. Donna Luisa ricorda quel particolare pallore di Isabella: erano arrivate a Favale notizie del secondo matrimonio di Maria de’ Cardona, marchesa della Padula, con Francesco d'Este, figlio del duca di Ferrara. Bellissima, di vasta cultura, aveva favorito ad Avellino la nascita dell’“Accademia de' Dogliosi”, era tra le signore più illustri. Mario De Leo, poeta di Barletta, le aveva dedicato un poemetto “De l'amore prigioniero”: Quell'altra…/conosco ai crini inanellati ed irti/aver sembianza di Maria Cardona./Oh che gioia n'avran tuoi vaghi spirti/veggendo ora i begli occhi e la persona,/se già la fama de le lode intese/tutta di santo ardor l'alma t'accese!/Quest'è colei per la cui bionda testa/riserbata vegg'io doppia corona:/l'una per mano di Sebeto intesta,/che per mercé di tal vittoria dona;/l'altra che fanno con diletto e festa/le sante abitatrici d'Elicona,/perché farà sentir di Gange a Tile/la dotta voce e l'onorato stile.”. Le sue nozze, in quel festoso giorno nel 1540, erano state un evento culturale, per la rappresentazione nel "teatro" di Palazzo Sanseverino, divenuto a Napoli luogo teatrale per eccellenza, della “Calandria” di Bernardo Dovizi da Bibbiena e del “Beco” di Francesco Belo, dai comici senesi Calando e Beco. Isabella, dal denigrato borgo di Favale, guarda con sgomento a questo mondo di bellezza a lei negato, come la invocata corte francese. Cosa la spinge fatalmente verso Diego Sandoval de Castro, il nobile poeta spagnolo che soggiorna da clandestino presso il feudo di Bollita, governato Antonia Caracciolo, sua moglie? Il desiderio di essere libera e amata, o forse il sogno di un cenacolo culturale? O la volontà di contrapporsi al padre, mostando interessi filospagnoli? Certa è la violenza dei fratelli che l’uccisero insieme al pedagogo, e che con la morte punirono anche don Diego. Certo è il dolore, muto per sempre, di sua madre, donna Luisa. Arrivederci alla prossima storia.

 

a cura di Lorenza Colicigno

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