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testata Ri ~Vista

EDITORIALE

a cura di Lorenza Colicigno

Storie al femminile

013

   

Sì, sono io, quella entrata in proverbio. Quale proverbio, mi chiedete? Come, non ricordate il detto: ti possano fare come la femmina del veleno! Sono io la femmina del veleno, Antonia De Gregorio, detta Papone. E chi se la può ricordare una povera femmina, una vecchia cenciosa, una mendica che si permette di aver fame in tempi di colera. Come dice il cronista, il buon Raffaele Riviello, nell’estate del 1854 il colera invase le nostre contrade. “I pregiudizii, i sospetti, la diffusione di voci partigiane e malvagie, il divieto delle pompe funebri, le prescrizioni di ec¬cezionale sepoltura, l’isolamento degli ammalati, esaltavano le fantasie, rinfocolavano le apprensioni e le paure di veleno, in guisa che la città si aveva aspetto triste, torbido ed ango¬scioso. Erasi nel pieno della mietitura, ed i contadini credevano ogni cosa avvelenata.” Ad avvalorare i pregiudizi del volgo concorreva, a somi¬glianza delle “grida” contro gli untori di Milano, un Editto dell’In¬tendente Spagnolo contro gli untori nostrani. Era il 17 Agosto, all’ora del vespero, avevo fame. Dal forno Viggiani presso la Chiesa di S. Michele usciva il profumo invitante del buon pane e voci, anch’esse invitanti, di donne. Mi sentii sicura per queste voci, io, una mendica, nel forno, in tempi di colera. Troppa fiducia in donne che il morbo e il potere aveva reso cagne guardinghe. Come mi vedono si spegne il vocio, allungo la mano… basta questo gesto innocente. “Ecco la birbante che sparge il veleno”, si leva una voce e d’un tratto, come se le paure represse ed eccitate insieme dai decreti spagnoli avessero finalmente trovato la loro attesa origine, la folla furiosa si addensa. Le donne si avventano su di me e mi percuotono, mi tirano fuori del forno per i capelli. “Bruciamola, Bruciamola, andiamo a prendere la fascine dal forno”, in men che non si dica s’innalza un’immensa catasta. Si cercano altri untori nelle case sospette. Cresce il tumulto, più insistenti si fanno le voci, allorché si alza un grido: “è morta, è morta”. Facevo orrore trafitta com’ero da spilloni, da chiodi e da coltelli; il capo quasi privo di capelli, strappati via con i brandelli della cotenna; gli occhi crepati, fuori dalle orbite a furia di unghiate; le ossa rotte e lividi su tutto il corpo, in ogni sua parte presenti i segni della ferocia o della vendetta della folla inferocita. Non ero ancora morta, ma la mia fine era vicina, finalmente il mio corpo avrebbe smesso di soffrire, mentre ancora si dannava e si danna di incredulità la mia anima. Quel 17 Agosto del 1854 per placare la mia fame avevo contato sul gesto generoso di una donna, un errore imperdonabile in tempi di poteri dispotici e di colera. Arrivederci alla prossima storia.

 

a cura di Lorenza Colicigno

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