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Sì, sono io, quella entrata in
proverbio. Quale proverbio, mi chiedete? Come, non ricordate il detto:
ti possano fare come la femmina del veleno! Sono io la femmina del
veleno, Antonia De Gregorio, detta Papone. E chi se la può ricordare una
povera femmina, una vecchia cenciosa, una mendica che si permette di
aver fame in tempi di colera. Come dice il cronista, il buon Raffaele
Riviello, nell’estate del 1854 il colera invase le nostre contrade. “I
pregiudizii, i sospetti, la diffusione di voci partigiane e malvagie, il
divieto delle pompe funebri, le prescrizioni di ec¬cezionale sepoltura,
l’isolamento degli ammalati, esaltavano le fantasie, rinfocolavano le
apprensioni e le paure di veleno, in guisa che la città si aveva aspetto
triste, torbido ed ango¬scioso. Erasi nel pieno della mietitura, ed i
contadini credevano ogni cosa avvelenata.” Ad avvalorare i pregiudizi
del volgo concorreva, a somi¬glianza delle “grida” contro gli untori di
Milano, un Editto dell’In¬tendente Spagnolo contro gli untori nostrani.
Era il 17 Agosto, all’ora del vespero, avevo fame. Dal forno Viggiani
presso la Chiesa di S. Michele usciva il profumo invitante del buon pane
e voci, anch’esse invitanti, di donne. Mi sentii sicura per queste voci,
io, una mendica, nel forno, in tempi di colera. Troppa fiducia in donne
che il morbo e il potere aveva reso cagne guardinghe. Come mi vedono si
spegne il vocio, allungo la mano… basta questo gesto innocente. “Ecco la
birbante che sparge il veleno”, si leva una voce e d’un tratto, come se
le paure represse ed eccitate insieme dai decreti spagnoli avessero
finalmente trovato la loro attesa origine, la folla furiosa si addensa.
Le donne si avventano su di me e mi percuotono, mi tirano fuori del
forno per i capelli. “Bruciamola, Bruciamola, andiamo a prendere la
fascine dal forno”, in men che non si dica s’innalza un’immensa catasta.
Si cercano altri untori nelle case sospette. Cresce il tumulto, più
insistenti si fanno le voci, allorché si alza un grido: “è morta, è
morta”. Facevo orrore trafitta com’ero da spilloni, da chiodi e da
coltelli; il capo quasi privo di capelli, strappati via con i brandelli
della cotenna; gli occhi crepati, fuori dalle orbite a furia di
unghiate; le ossa rotte e lividi su tutto il corpo, in ogni sua parte
presenti i segni della ferocia o della vendetta della folla inferocita.
Non ero ancora morta, ma la mia fine era vicina, finalmente il mio corpo
avrebbe smesso di soffrire, mentre ancora si dannava e si danna di
incredulità la mia anima. Quel 17 Agosto del 1854 per placare la mia
fame avevo contato sul gesto generoso di una donna, un errore
imperdonabile in tempi di poteri dispotici e di colera. Arrivederci alla
prossima storia.
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