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testata Ri ~Vista

EDITORIALE

a cura di Lorenza Colicigno

Storie al femminile

014

   

Buenos Aires 29, 8, 1921. Sorella cara, rovistando tra le mie carte da tempo silenziose, ho ritrovato la poesia che ti dedicai in un ormai lontano pomeriggio di agosto: tu dormivi, io, come era mio costume, tenevo tra le mani il quadernetto dove appuntare i versi che sgorgavano come fonte inesauribile dal mio cuore. Ti invio la parte che a mio parere meglio esprime il nostro comune sentire: “Dormi. A te de la vita son le amare/angosce ascose, o vago fiorellino,/e rilucente di speranze care/è la primizia del tuo bel mattino…/Dormi, sorella mia. Quando saprai/gli affanni e le miserie della vita/ne l’imo del tuo cor lamenterai/la gioia e la speranza inaridita./Ma nei perigli de l’umana stanza/ah, non ti rattristar, deh, prega e spera, conforto ti sarà la ricordanza/dei sogni lieti de l’età primiera.” So che a rileggere questi versi ti assaliranno i ricordi degli anni trascorsi insieme, i pochi anni dell’adolescenza, prima che andassi sposa a Luigi Manzoni, la cui irreparabile assenza piango e piangerò sempre. Qui in Argentina la mia vena poetica si è inaridita, i miei figli richiedono che io completi l’opera della loro crescita e della loro educazione, non meno impegnativa della poesia, così saranno loro i miei ultimi frutti poetici. La verità è che San Martino d’Agri mi manca, mi mancano le sue primavere ricche di mandorli fioriti e voi tutti. Soprattutto mi mancano i nostri discorsi di fanciulle innamorate dell’Italia, innamorate dei garibaldini… ricordi i miei versi per l’eroico Tito de’ Micheli? Avevo appena quindici anni e davo alle stampe “Affetti e memorie”. Certo ricordi l’emozione che provai nel leggere le lodi dell’Aleardi, il poeta cui avevo dedicato la mia prima fatica poetica. Le attese mie e quelle di voi tutti erano altre: “Teresina Di Pierro è una grande poetessa”, dicevate. Forse è vero, ma sono anche una madre e una vedova in una terra lontana ed estranea. Spesso nei miei pomeriggi argentini, a volte troppo stancanti, a volte troppo pigri, ricompongo idealmente i miei versi; non li salvo tutti, alcuni mi sembrano ingenui, altri improvvisati, ma il pensiero spesso corre alla romanza “Giannina”, dove, imitando Berchet, sono certa di aver
dato una buona prova poetica: “Guerra, guerra! Questo è il grido,/che prorompe da ogni cor./Libertà! dal nostro lido/sgombriamo l’oppressor!//O Giannina, il suol natio/pur difendere saprò!/Vincitor tornerò anch’io/o sul campo morirò.//E partì! Col guardo anelo/la fanciulla il seguitò./Poi levò le mani al cielo/desiosa e sospirò./Ahi, s’aggiunge giorno a giorno…/di Giannina nel pensier/sorge un dubbio…e far ritorno/non si vede più il guerrier!//Egli cadde della terra,/in difesa, che il nutrì,/pria di scendere sotterra/il tuo nome profferì./O Giannina! Ahi come fiore,/che sul cespite sfrondò,/la bufera il vergin core/il tuo affanno ti spezzò!//Da quest’orbe di dolore/il tuo spirto si partì,/O bel giglio di candore,/che la brezza inaridì!//Sulla tomba di Giannina/Canta spesso un rosignol,/e quel sasso ogni mattina/coi suoi rai ribacia il sol.” Ti lascio, sperando di riabbracciarti al mio forse imminente, ma ahimé breve, ritorno a San Martino d’Agri. Tua Teresina. Arrivederci alla prossima storia.

 

a cura di Lorenza Colicigno

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