|
Buenos Aires 29, 8, 1921. Sorella
cara, rovistando tra le mie carte da tempo silenziose, ho ritrovato la
poesia che ti dedicai in un ormai lontano pomeriggio di agosto: tu
dormivi, io, come era mio costume, tenevo tra le mani il quadernetto
dove appuntare i versi che sgorgavano come fonte inesauribile dal mio
cuore. Ti invio la parte che a mio parere meglio esprime il nostro
comune sentire: “Dormi. A te de la vita son le amare/angosce ascose, o
vago fiorellino,/e rilucente di speranze care/è la primizia del tuo bel
mattino…/Dormi, sorella mia. Quando saprai/gli affanni e le miserie
della vita/ne l’imo del tuo cor lamenterai/la gioia e la speranza
inaridita./Ma nei perigli de l’umana stanza/ah, non ti rattristar, deh,
prega e spera, conforto ti sarà la ricordanza/dei sogni lieti de l’età
primiera.” So che a rileggere questi versi ti assaliranno i ricordi
degli anni trascorsi insieme, i pochi anni dell’adolescenza, prima che
andassi sposa a Luigi Manzoni, la cui irreparabile assenza piango e
piangerò sempre. Qui in Argentina la mia vena poetica si è inaridita, i
miei figli richiedono che io completi l’opera della loro crescita e
della loro educazione, non meno impegnativa della poesia, così saranno
loro i miei ultimi frutti poetici. La verità è che San Martino d’Agri mi
manca, mi mancano le sue primavere ricche di mandorli fioriti e voi
tutti. Soprattutto mi mancano i nostri discorsi di fanciulle innamorate
dell’Italia, innamorate dei garibaldini… ricordi i miei versi per
l’eroico Tito de’ Micheli? Avevo appena quindici anni e davo alle stampe
“Affetti e memorie”. Certo ricordi l’emozione che provai nel leggere le
lodi dell’Aleardi, il poeta cui avevo dedicato la mia prima fatica
poetica. Le attese mie e quelle di voi tutti erano altre: “Teresina Di
Pierro è una grande poetessa”, dicevate. Forse è vero, ma sono anche una
madre e una vedova in una terra lontana ed estranea. Spesso nei miei
pomeriggi argentini, a volte troppo stancanti, a volte troppo pigri,
ricompongo idealmente i miei versi; non li salvo tutti, alcuni mi
sembrano ingenui, altri improvvisati, ma il pensiero spesso corre alla
romanza “Giannina”, dove, imitando Berchet, sono certa di aver
dato una buona prova poetica: “Guerra, guerra! Questo è il grido,/che
prorompe da ogni cor./Libertà! dal nostro lido/sgombriamo
l’oppressor!//O Giannina, il suol natio/pur difendere saprò!/Vincitor
tornerò anch’io/o sul campo morirò.//E partì! Col guardo anelo/la
fanciulla il seguitò./Poi levò le mani al cielo/desiosa e sospirò./Ahi,
s’aggiunge giorno a giorno…/di Giannina nel pensier/sorge un dubbio…e
far ritorno/non si vede più il guerrier!//Egli cadde della terra,/in
difesa, che il nutrì,/pria di scendere sotterra/il tuo nome profferì./O
Giannina! Ahi come fiore,/che sul cespite sfrondò,/la bufera il vergin
core/il tuo affanno ti spezzò!//Da quest’orbe di dolore/il tuo spirto si
partì,/O bel giglio di candore,/che la brezza inaridì!//Sulla tomba di
Giannina/Canta spesso un rosignol,/e quel sasso ogni mattina/coi suoi
rai ribacia il sol.” Ti lascio, sperando di riabbracciarti al mio forse
imminente, ma ahimé breve, ritorno a San Martino d’Agri. Tua Teresina.
Arrivederci alla prossima storia.
|
 |