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“Michel’Antonio, vedi Virginia, come
le piace leggere già, così piccola.” “Cecilia, che dici, la mandiamo
studiare a Napoli, sarebbe la prima donna della nostra famiglia, ma è
giusto così. Se lo merita”. Così l’adolescente Virginia partì per il
collegio napoletano, accompagnata dall’orgoglio del padre e della madre,
che lei non tradì mai nella sua breve vita. Poetessa sensibile e buona
conoscitrice della letteratura romantica, manifestò una grande autonomia
di giudizio e di gusto nell’ammirazione per George Sand, di cui pur
diceva di non condividere le scelte di vita. La sua nascita nel 1821, a
Palazzo San Gervasio, aveva allietato l’unione di Michel’Antonio
D’Errico e Cecilia Graziano, ma troppo presto morendo a 26 anni, nel
1847 a Potenza, lasciò nel dolore la sua famiglia e il fidanzato, il
letterato, storico, economista e politico Carlo De Cesare. Fu lui a
raccogliere nello stesso anno della sua morte le liriche di Virginia e i
saggi a lei dedicati da amici ed estimatori in un volumetto dal titolo
"Lacrime e fiori", stampato a Napoli per i tipi di Pasquale Ambrosio. Un
dono d'amore e di stima, oggi di fatto introvabile. Le parole di Cesare
Malpica, ospite di Michel’Antonio D’Errico, esprimono bene i sentimenti
per la sua fine prematura: “E in questa casa…regna un profondo dolore.
Un dolore che si cela perché non sia di peso a me cui si vuol dar
conforto, ma che traspare dai volti, e dalle vesti di lutto dei due
fratelli. Non sapete. Questa casa era rallegrata da un angelo tutto
grazie, tutto amore, tutto ingegno. Era la delizia del canuto padre,
degli zii, del fratello, dei cugini, di tutta questa famiglia che ha
tanto talento, e tanta virtù: formava l’ammirazione dei conoscenti, la
meraviglia, il desiderio, e l’amore de’ pochi che ebbero la fortuna di
conoscerla nel suo breve pellegrinaggio, di leggere in quella sua anima
virile, e sublime, sotto la forma della bellezza. Ahi! quest’angelo
disparve nel fior degli anni e della bellezza. Io trovo qui il Sig.
Michele D’Errico, suo affettuoso padre, ma Virginia non è più. Povero
padre! Se no ‘l racconsolasse il pensiero d’aver la figlia mutato la
fragile corona della terra nel serto immortale del Paradiso, il suo
dolore sarebbe disperato”. Nel 1847 Michel’Antonio volle che rimanesse
un ricordo materiale della sua colta figliola e commissionò ai fratelli
Antonio e Michele Busciolano, scultori di Potenza, un monumento funebre.
L'elegante profilo di Virginia sopravvive così su un monumento marmoreo
di fattura neoclassica dentro un medaglione delimitato da un serpente
che inghiotte la propria coda, simbolo di immortalità. Questa "palcoscenica",
dedicata oggi alla giovane poetessa lucana Virginia D’Errico, vuol
essere un piccolo contributo a quella speranza d’immortalità, in parte
tradita dallo scorrere inesorabile del tempo, ma ancor più dalla storia,
che per la sua inclinazione ancora troppo maschile, resta poco attenta
alle presenze femminili. Arrivederci alla prossima storia.
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