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Incontro Antonietta Robilotta,
insieme alle donne della locale associazione "La Fenice", nel locale
della sua casa di Corleto Perticara dedicato al presepe. Tutto l’anno è
scandito da questa occupazione, si comincia a Settembre-Ottobre a
progettare il nuovo presepe, poi la costruzione rigorosamente a mano di
ogni particolare, case, grotte, pecore, personaggi, tutto sarà pronto
per Natale e rimarrà a disposizione di chi vorrà visitarlo fino
all’estate, sarà poi smantellato e il locale rimarrà pronto per
l’installazione del prossimo presepe. Un ciclo continuo di amore e
creatività, con una naturalezza che rende naif il paesaggio, senza
particolari mediazioni culturali, la fantasia di Antonietta domina
sovrana, nel più bello e nel meno bello, mi mostra con orgoglio tra le
altre cose le pecorelle realizzate da lei con la creta rivestita di
pelliccia, l’interno di un giubbotto, mi dice, una sorta di riciclaggio
di materiali poveri finalizzati a realizzare ogni anno un sogno…Quando
Antonietta ha comprato la casa in cui oggi vive, determinante è stata la
presenza di questa grande stanza interna. “Questa sarà la stanza del
presepe, qui si realizzerà il mio sogno.”. E così è stato. Ma la
passione creativa di Antonietta non si esaurisce con la costruzione
dell’annuale presepe. La sua ansia costruttiva, che trova nella malattia
(il morbo di Parkinson), un alleato, un compagno, benché doloroso, nelle
notti insonni, si manifesta anche nella ricerca delle radici di salice e
di ginestra lungo il corso dei tre fiumi che attraversano la sua
campagna, radici che Antonietta pulisce e raschia amorosamente, lucida e
dispone su basi di pietra oppure intreccia a formare cestini e cornici
di specchiere. Le radici di Antonietta Robilotta si volgono arditamente
verso il cielo, si trasformano in rami di alberi e in braccia e corpi
d’uomini e donne, quasi mitiche ninfe e fauni, avvinghiati in strani
abbracci, restituiti alla vita dal genio spontaneo di una donna
contadina. Antonietta è nata a Corleto Perticara, il 15 Ottobre del
1934, insieme al marito Antonio Cirone, col quale è sposata da 52 anni,
si reca al mattino presto in campagna; in particolare dopo la piena, i
fiumi abbandonano sulla riva alberi e cespugli strappati alla terra, ed
ecco Antonietta pronta a raccogliere quei doni della natura. Antonio
racconta che spesso è costretto ad aspettarla a lungo: “La perdë in
tuttë, non si ritira mai, ma l’aggia accuntëntà.” Le parole di Antonio
sono semplici e argute, nel suo sorriso si scopre amore e orgoglio per
quella moglie ormai anziana che ritrova sempre bambina nel suo
entusiasmo di ricercatrice di radici. Antonietta coltiva da circa sei
anni questo interesse, "Rallenta la mia malattia", dice, ed è così anche
secondo la dottoressa che a Milano ne segue il decorso. La coraggiosa ed
originale Antonietta ha tenuto in passato mostre a Guardia Perticara ed
ha anche venduto molte delle sue opere, ma per lei resta un passatempo,
anzi meglio una terapia, né del resto si aspetta molto dalla vita, dopo
dieci anni di malattia. Ricorda suo padre che lavorava il legno e ne
faceva babbucce per lei, ricorda la madre, brava ricamatrice. Anche lei
ricama, quando il male glielo consente. Il lavoro aiuta a vincere la
malattia, è questo il suo messaggio forte. Del giudizio degli altri non
si cura molto, "In paese, dice, c’è chi ti apprezza e chi ti disprezza.
A me, ad esempio, piace ornare le radici di fiori e di foglie finte, a
molti invece piacciono spoglie. Io in genere seguo il mio gusto ed ecco
alberi fioriti che ospitano Biancaneve e i sette nani, i miei personaggi
preferiti.”. Una delicata radice di salice mi rimanda oggi l’immagine di
Antonietta, un’immagine di grande leggerezza: il fiume sorride mentre
sulle sue sponde si aggira lei, ninfa contadina, immemore, nel gesto
creativo, della pesantezza della vita quotidiana.
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