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~Vista
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maggio |
2009 |
N° |
9
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Anno |
VI |
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quadrimestrale
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volte
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SPECIALE 53.BIENNALE
DI VENEZIA |
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51.Biennale di
Venezia
Conversazione in Arsenale
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Conversazione tra
Elisa Laraia e Isabella Falbo |
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Isabella Falbo:E’ stato divertente
percorrere l'Arsenale, la sezione curata da Rosa Martìnez, che prende il
nome dal titolo di un libro di Hugo Pratt: Sempre più lontano. Sono
stata piacevolmente sorpresa dall’energia tutta femminile nelle prime
sale del percorso espositivo. |
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Rivane
Neuenschwander |
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Elisa Laraia: Mi ricordo la grinta della
Martìnez nella prima conferenza tenutasi ad Artissima a Torino nel
Novembre scorso, non avevo dubbi che soprattutto le presenze femminili
alla Biennale mi avrebbero confermato questa energia. |
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I.F.: Il lampadario di assorbenti interni,
l’opera di Joana Vasconcelos, appare all’ ingresso dell’arsenale come
una struttura effimera ed ingannevole, dove tra tradizione e modernità,
l’artista comunica con ironia un aspetto dell’evoluzione sociale
femminile occidentale. L’opera, con la sua struttura portante in acciaio
e quella esterna in cotone, perdendo la sua dimensione oggettuale,
diventa inoltre metafora della donne in senso lato: fortissime e
delicate. |
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E.L.: Guadando l’opera mi immagino
immediatamente di essere nel ventre di questa donna grandissima dalle
curve rinascimentali, dai fianchi prorompenti, una Venere di Botticelli
contemporanea. Penso alla negazione della maternità per tante donne
nella molteplicità dei contesti sociali sempre più difficili oggi..
Penso all’impossibilità di vivere la femminilità sino in fondo anche per
tante di noi donne che viviamo, sperimentiamo, ricerchiamo nel mondo
dell’arte. La mia mente adagiata sul candore degli ob afferra la
struttura d’acciaio portante dell’opera che diventa immediatamente
rossa, incandescente. |
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Guerrila Girls |
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I.F.: Nella stessa sala, i manifesti delle
Guerrilla Girls, circondano e catturano l’attenzione: nello stile delle
locandine pubblicitarie degli anni ’60 e ‘70, sfidando l’audience
maschile, a vantaggio di noi donne dell’arte. Lanciano slogan di
straordinaria attualità nel segno di un nuovo femminismo, contro il
sessismo nel mondo delle arti, invitano a riflettere: Devono le donne
essere nude per entrare nei musei? La statuetta dell’oscar del cinema è
anatomicamente corretta? |
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E.L.: In effetti la polemica sul mondo
dell’arte si espande subito dal lampadario al centro della sala alle
pareti, due linguaggi formali totalmente diversi ma entrambi
efficacissimi, il pvc coloratissimo delle Guerrilla Girls mi porta
subito in strada e le immagino a decorare con molta ironia maschi
grattacieli. |
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I.F.: Anche nella sala successiva, con il
video di Runa Islam, il percorso espositivo rimane sui toni femminili,
facendosi tuttavia apparentemente meno battagliero. Be The First To See
What You See As You See It, appare come un manifesto di rottura con la
tradizione e presenta, avvolta in un’aurea nostalgica, una giovane donna
impegnata nella lenta distruzione di porcellane. Le scene enfatizzano
quei momenti di impenetrabilità della comunicazione umana, dove solo
l’attenta analisi dei gesti permette di decodificare il messaggio. |
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Joana Vasconcelos |
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E.L.: Sono d’accordo, il ritmo narrativo, i
movimenti di questo video così rallentati sottolineano ancora un viaggio
cauto della donna che, pur vivendo in un mondo che le affida il ruolo di
custode, è in grado di rifiutarlo, anche con violenza, peccato che io
non ami le gallerie d’arte che si trasformano in set. Interessanti le
videoinstallazioni “Scala (1/16= 1 foot)” su due schermi sovrapposti
presentate presso la Biennale di Istanbul nel 2003 e SHUGOARTS nel 2004. |
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I.F.: Nella sala successiva l’universo
femminile rientra anche nell’opera dell’artista indiano Subodh Gupta. In
scala teatrale, un drammatico insieme di oggetti da cucina ci appare
davanti agli occhi, trovando il modo di parlarci nel locale del globale
e forzandoci a rivalutare i nostri parametri estetici. |
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E.L.: E’ il nostro riflesso in questi piatti
e tu che mi spieghi il procedimento di creazione del “Curry”, titolo
dell’opera, che mi fa porre molte domande, mentre raggiungo la video
installazione su due monitor “Ramallah/ New York 2004/2005” di Emili
Jacìr, artista giovanissima della Giordania, che mette a confronto
identiche situazione che si svolgono in due realtà spaziali diverse, ma
che sembrano sovrapporsi perfettamente, dandomi la sensazione della
meccanicità dei gesti umani. |
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Mariko Mori |
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I.F.: Con Leigh Bowery cambiamo
completamente dimensione e ci troviamo catapultati nello mondo di una
delle icone della Londra alternativa degli anni ’80. Stravagante,
esuberante, eclettico e oltraggioso, fece della sua vita un’arte, fino
ad esporre se stesso, dall’11 al 15 ottobre 1988, alla Anthony D’Offay
Gallery. In esposizione alcuni dei suoi abiti più famosi, autentici
pezzi di storia d’arte di vivere. |
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E.L.: La Londra di quei tempi doveva essere
davvero emozionante, trovo che scelte di questo tipo oggi non abbiano
più nessuno spessore artistico, in questo millennio in cui la nostra
intimità è già così tanto scoperta. Qualche passo più avanti mi riempie
di entusiasmo la scultura in fango “Hope Hippo” ippopotamo di dimensioni
reali dolcemente adagiato sul pavimento ed il video “…..” nel quale la
telecamera da un elicottero descrive il viaggio in mare di un uomo che
usa per la navigazione un tavolo rovesciato, mentre il paesaggio deserto
ospita rottami di ogni tipo; è l’acqua protagonista di queste opere di
Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla, acqua capace di dare forma e di
condurre idee. |
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Leigh Bowery |
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I.F.: Il percorso prosegue al femminile con
l’opera della palestinese Mona Hatum, l’installazione + e - appare
minimalista, concettuale e raffinatissima. |
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E.L.: Adoro il suo lavoro così freddo, così
rituale, un giardino zen che si ricrea continuamente. Mi fa pensare a
Rebecca Horn, a Gino De Dominicis. |
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Runa Islam |
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I.F.: Una delle opere più divertenti della
biennale è certamente Quest, della serie Little Men, presentata dal
gruppo russo Blue Noses. L’ istallazione formata da 12 scatole di
cartone cattura subito l’attenzione per i pigolii e le risatine che
fuoriescono da esse, avvicinandosi e sporgendosi all’interno ci si
accorge che contengono piccole figurine umane, proiettate in loop, colte
durante la loro corsa nella vita. E’ un opera dai molteplici contenuti,
in chiave ironica e parossistica, sul percorso vitae dell’uomo
contemporaneo. |
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E.L.: Sicuramente divertentissimo,
ironico…donne nude che aspettano sorridenti di essere prese da uomini
con boxer che simulano l’atto sessuale, per poi continuare la loro corsa
verso la ciclicità della vita; in forte contrapposizione con “Cube
Venice”, il progetto serissimo di Gregor Schneider, che vorrebbe
costruire in Piazza San Marco un enorme cubo nero riproponendo il modulo
architettonico della Ka’ba; mi interessa molto l’idea di proporre
progetti che interferiscono in maniera forte con la vita dei luoghi e
degli uomini che li ospitano. E credo che sia giustissimo esporre un
progetto al pari di un’opera d’arte compiuta, è per me più stimolante,
infatti, poterne ipotizzare il percorso, collaborare con l’artista a
rendere concreta l’opera, anche se soltanto attraverso le vie
immateriali dell’immaginazione. |
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Blunoses |
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I.F.: Gli agglomerati di Jhon Bock, che
siano le cataste di panni stracci o i macchinari dell’assurdo, sono
costruzioni dell'immaginario che paradossalmente ci aiutano a capire
meglio la realtà, sono metafore della molteplice complessità del nostro
momento storico. In esse possiamo leggere la disperante condizione
esistenziale contemporanea, il qui ed ora schizofrenico e confuso e
ritrovare i simboli senza vita della società passata. |
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E.L.: Trovo molto interessante il lavoro di
Bock, la sua sensibilità è talmente distante dalla mia che mi cattura,
il caos che pervade la sua opera appare assolutamente necessario.
Ricordo la mostra presso la Stazione Centrale di Milano, lo scorso
novembre, organizzata dalla Fondazione Trussardi, anche lì, nonostante
fossero esposti solo video, la polvere e le protuberanze falliche dei
suoi costumi pervadevano lo spazio. |
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I.F.: Mariko Mori, presentando il suo “Wave
UFO”, astronave cornucopiforme a grandezza naturale, sembra incitare al
viaggio, o alla fuga, in uno spazio tutto celebrale. Opera creata nella
logica di un’arte fruibile e interconnessa con lo spettatore, offre la
possibilità dell’esperienza di penetrare l’opera d’arte. |
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E.L.: Il mio amore per la fantascienza mi
rende felice alla vista del lavoro di Mariko Mori, l’impatto visivo
dell’esterno fa scomparire ogni cosa alle mie spalle, mi porta in un
mondo diverso, sento forte la sospensione nello spazio, il viaggio al
suo interno mi fa perdere l’equilibrio; si legge dal colore rosso che
appare solo per un attimo nella proiezione delle onde alfa del mio
cervello, nessuna claustrofobia, nonostante che il pulsante verde tra i
piedi bianchi la suggerisse, anzi il desiderio di costruire qualcosa che
sia ancora di più oltre, oltre il futuro. |
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I.F.: La poesia, la meraviglia e il fascino
dei fondali marini, attraverso l’uso del linguaggi visivi di Jun
Nguyen-Hatsushiba si caricano di una intensità ed evocatività tale da
rendere lo spettatore immediatamente partecipe. Colto da un sentimento
panico si trova a commemorare momenti della tradizione vietnamita, a
condividerne i valori. |
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E.L.: Credo di essere nell’arsenale oggi
soprattutto per fruire del suo video, mi aveva colpito moltissimo a
Miami nella Collezione Rubell all’interno del progetto curatoriale di
Luisa Lagos Memorials of Identità. Sempre sul fondo del mare, uomini
creavano percorsi a bordo delle classiche biciclette carrozza
Giapponesi, la vita quotidiana subacquea, una idea di opera d’arte
delicatissima che ci porta a scoprire noi stessi attraverso il suono del
nostro respiro. |
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Costruendocrafting dramatic ensembles of
objects |
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Conclusioni |
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I.F.: Un percorso felice, nel quale si
incontrano o si ripercorrono gli stati d'animo della vita, si ritrovano
le diverse culture nazionali, si gioca imparando.
craftig dramatic ensembles of objects |
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E.L.: Una Venezia
indimenticabile. |
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