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In un suo saggio del 1993, la Zambon riflette approfonditamente sul fatto che le scrittrici italiane, nel periodo compreso tra otto e novecento, hanno in comune un modello di formazione e di educazione alla lettura di tipo prevalentemente autodidattico : “…in effetti, tutte rivendicano, di contro, non a fianco dell’esperienza scolastica, le «lezioni pratiche della vita». Nessuna di loro…si duole compiutamente di non aver avuto studi classici, studi approfonditi, alla base della sua formazione di scrittrice, quelli sui quali peraltro potevano contare i loro fratelli. Nelle loro autobiografie, e bisognerebbe poter soppesare quanto sia detto anche in polemica con la critica contemporanea che per le loro opere avrebbe continuamente battuto il tasto della scarsa, mediocre, insicura padronanza (e maturità) dei mezzi formali, tutte teorizzano, ma anche, in parte, rivendicano, il peso preponderante che ha l’esperienza nella loro formazione, e peraltro, implicitamente, non solo nella loro. Anche come scrittrici…”
(1) Dunque si rileva per le scrittrici di fine ‘800 – inizio ‘900, una diffusa tendenza a discostarsi dallo studio istituzionalizzato per rivendicare un approccio del tutto personale alla lettura ed alla stessa scrittura.
Prendendo in esame i suoi numerosi scritti autobiografici, risulta evidente come anche a Natalia Ginzburg possa attribuirsi questo specifico percorso di formazione. La scrittrice di origine siciliana, infatti, non ha frequentato da subito la scuola pubblica ed ha ricevuto la sua prima educazione dalla madre, peraltro donna molto colta e raffinata amante della lettura. Riteniamo dunque che il suo approccio alla letteratura debba essere stato non proprio ortodosso o comunque poco standardizzato.
E’ la stessa autrice a ripercorrere le tappe della suo percorso stilistico in un saggio intitolato Il mio mestiere e pubblicato nella raccolta Le piccole virtù :”… Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo… dopo i dieci anni l’ho saputo sempre, e mi sono arrabattata come potevo con romanzi e poesie…”
(2) Già da bambina, la Ginzburg, scopre in sé una inesauribile vena poetica che la porta a comporre versi quotidianamente, ma le è da subito chiaro che la sua vera vocazione è quella narrativa: “… non pensavo mai che avrei scritto poesie tutta la vita, volevo scrivere dei romanzi presto o tardi. Ne ho scritti tre o quattro in quegli anni. Ce n’era uno intitolato Marion o la
zingarella, e un altro intitolato Molly e Dolly (umoristico e poliziesco) e un altro intitolato Una donna (dannunziano: in seconda persona: storia di una donna abbandonata dal marito: mi ricordo che c’era anche una cuoca negra)…”(3)
Ci sembra di poter affermare che questi tentativi iniziali non si discostino da alcuni modelli narrativi di fine Ottocento oramai abusati, i riferimenti a D’Annunzio, al cliché della letteratura di intrattenimento, come si intuisce dalla definizione di “poliziesco”, od anche dal breve sunto di una trama abbastanza standardizzata (la donna abbandonata dal marito) non sembrano essere casuali. In queste prime prove narrative si fondono tra loro, dunque, gli elementi di una cultura non unitaria né sistematica e sicuramente molto lontana dalla didattica scolastica. Le sue letture sono molte e, come ella stesa dichiara, spaziano da Carola Prosperi a Victor
Hugo, dalle avventure di Nick Carter ai romanzi di Annie Vivanti (che ricordiamo essere l’autrice di uno scritto intitolato appunto Marion,
N.d.R.). Diretta conseguenza è una sorta di confusione tra l’antico e il moderno che la stessa Ginzburg individua come caratteristica nell’ambientazione delle sue primissime prove narrative.
Ma pian piano le capacità della scrittrice si affinano, i suoi scopi narrativi si precisano e si arriva ai primi elaborati di un certo valore: “…la prima cosa seria che ho scritto è stato un racconto. Un racconto breve, di cinque o sei pagine: m’è venuto fuori come per miracolo, in una sera e quando sono andata a dormire ero stanca, stordita e stupefatta…quel racconto mi sembrava bello da qualunque parte io lo guardavo: non c’era nessuno sbaglio: tutto succedeva a tempo, nel momento giusto…”
(4) La Ginzburg inizia così a comporre racconti basati sulla descrizione di personaggi incontrati per strada, ampliando gli appunti raccolti in un taccuino. Inoltre il suo stile si modifica e si fa forte di quelle che lei stessa definisce come due “armi”: l’ironia e la malvagità. Questi due elementi vengono scelti dalla scrittrice perché sono caratteristici della scrittura maschile, infatti la Ginzburg dichiara: “…allora desideravo terribilmente di scrivere come un uomo, avevo il terrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo. Facevo quasi sempre personaggi uomini, perché fossero il più possibile lontani e distaccati da me…”
(5) Sappiamo anche che le prime prove della scrittrice vengono pubblicate con uno pseudonimo, quello di Alessandra
Tornimparte, che manifesta questa volontà di mascherare il proprio io, di velare la sua presenza nella propria opera letteraria, tendenza che manterrà anche successivamente, almeno nelle principali opere narrative degli anni Sessanta, attraverso il suo inconfondibile stile che le consente quasi di scomparire come “corpo” nello svolgersi del racconto pur assumendo il ruolo di voce narrante.
Ricorderemo, a questo proposito, le parole di Virginia Woolf che già all’inizio del ‘900, in un suo articolo tratto dal saggio Le donne e la scrittura, riflette sulla necessità dell’uso del maschile da parte di alcune scrittrici : ”…Donne che volevano essere prese per uomini in ciò che scrivevano ce ne furono di certo; e se ora hanno lasciato il posto alle donne che vogliono essere prese per donne, non si può dire sia un cambiamento in meglio, perché ogni enfasi, di orgoglio o di vergogna, posta coscientemente sul sesso di un autore è non solo irritante ma superflua…la scrittura di una donna è sempre femminile; non può fare a meno di esserlo: l’unica difficoltà sta nel definire che cosa intendiamo per femminile…”
(6) e conclude dicendo che: “…la differenza essenziale (tra autori ed autrici,
N.d.R.) non sta tanto nel fatto che gli uomini descrivono le battaglie e le donne la nascita dei bambini, bensì nel fatto che ciascun sesso descrive se stesso…ma anche se a tutti è palese l’assurdità di un eroe creato da una donna e di un’eroina creata da un uomo, ciascun sesso è poi estremamente acuto a cogliere i difetti dell’altro…”
(7)
Per quel che riguarda l’utilizzo dello pseudonimo comunque, non possiamo fare a meno di richiamarci ad un saggio di Starobinski nel quale il critico indaga sulle motivazioni che si celano dietro questo particolare accorgimento tecnico : “…Un uomo che si maschera o si ammanta di uno pseudonimo, si rifiuta a noi. Ecco perché ne diffidiamo e tentiamo di smascherarlo, volendo sapere da chi cerca di nascondersi, di quale Potere ha paura, di fronte a quale Sguardo si sente arrossire; e inoltre, com’è il suo volto se ha ritenuto di dovere nasconderlo. E a queste domande se ne aggiunge un’altra: cosa vuol dire il nuovo volto di cui si fregia, che senso dà ai suoi comportamenti mascherati, quale personaggio sta ora simulando, dopo aver dissimulato quello che voleva far scomparire…”(8) Il discorso affrontato da Starobinski riguarda lo scrittore francese Stendhal ed il critico ipotizza che la sua volontà di utilizzare lo pseudonimo sia legata sì ad una serie di problemi politici, ma anche e soprattutto alla volontà originaria di negare il patronimico : “…Assumere uno pseudonimo, significa innanzitutto ripudiare, per vergogna o risentimento, il nome trasmessoci dal padre. Il nome, come la figurina di cui si trafigge il cuore, contiene sostanzialmente la vita che si vuole annientare. Se il nome è davvero un’identità, dove può essere raggiunta e violentata l’essenza di un essere umano, il rifiuto del patronimico equivale all’assassinio del padre ed è la forma meno crudele dell’uccisione in effigie…”(9) Se è vero dunque che per Stendhal la negazione del patronimico può corrispondere ad una sorta di Edipo ideale, tutto muta di segno se si considera che la stessa azione viene compiuta da una donna. Sottrarsi all’autorità del padre, sorta di simbolo del potere della classe maschile, darsi un nome, “ri – nascere” a se stessa, ha per una scrittrice un valore rivoluzionario, nel senso originario del termine: ritornare indietro per mutarsi di segno, per dare nuovo valore alla propria esistenza, alle proprie parole. Ma ri – nominarsi ha anche un altro significato, quello della sottrazione: darsi un nuovo nome per sottrarsi alla vista, per difendersi da un “Potere” del quale si ha paura, da uno “Sguardo” che fa arrossire. E’ indubbio che tale sguardo, nel caso di una scrittrice sia quello della critica, quello della comunità letteraria istituzionalizzata, che è per lo più maschile, che giudica, condanna, esclude. Il desiderio di “scrivere come un uomo”, e quindi in senso traslato di darsi una nuova identità sessuale, corrisponde per la Ginzburg al tentativo di farsi ascoltare, di dare valore al proprio lavoro, di sottrarsi ad una discriminazione fin troppo diffusa.
La nascita dei suoi tre figli la cambia profondamente e soprattutto crea una battuta d’arresto nella sua produzione: “…i bambini mi parevano una cosa troppo importante perché ci si potesse perdere dietro a delle stupide storie, stupidi personaggi imbalsamati…”
(10) In uno dei suoi testi più importanti, la Rich ha riflettuto sul difficile e conflittuale rapporto che intercorre tra una madre ed i suoi figli, rapporto che si rivela ancor più complicato quando la madre è un’intellettuale, una scrittrice. Leggiamo in un passo del suo diario : “…Non so se si tratti dell’estrema spossatezza dei primi mesi di gravidanza, o di qualcosa di più fondamentale, ma da qualche tempo provo solo noia e indifferenza per la poesia, sia nel leggerla sia nello scriverla. Specialmente per la mia e per quella dei miei contemporanei. Quando ricevo una lettera di richiesta di poesie, o quando qualcuno allude alla mia carriera, il mio primo impulso è negare ogni rapporto e ogni interesse per quella donna che scrive, o che scriveva. Se nella mia vita letteraria deve esserci un vero momento di sosta, questo può essere il momento adatto. Da parecchio tempo sono insoddisfatta di me, del mio lavoro…”(11)
Possiamo azzardare l’ipotesi di una consonanza con l’esperienza della
Ginzburg, che dopo un periodo di stasi legato ai primi anni della maternità sente il desiderio profondo di mettersi nuovamente al lavoro. Ricomincia così a scrivere racconti nelle ore in cui la tata porta i bambini a fare una passeggiata e la sua scrittura cambia in un certo senso di segno. La maternità è un elemento fondamentale, che la rende diversa e le fa prendere coscienza della presenza inalienabile del suo corpo e di un sapere che non potrà evitare di infondere nelle sue opere.
Il suo modello narrativo, così prepotentemente asciutto e scarno, si definisce già da adesso e risponde a delle esigenze ben precise che hanno radici nel suo passato e che sono una sorta di risposta al suo essere donna: “…adesso non desideravo più tanto scrivere come un uomo, perché avevo avuto i bambini e mi pareva di sapere tante cose riguardo al sugo di pomodoro e anche se non le mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi…scrivevo il mio racconto molto in fretta, come con la paura che scappasse via…perché ho dei fratelli molto maggiori di me e quando ero piccola, se parlavo a tavola mi dicevano sempre di tacere. Così mi ero abituata a dir sempre le cose in fretta in fretta, a precipizio e col minor numero possibile di parole, sempre con la paura che gli altri riprendessero a parlare tra loro e smettessero di darmi ascolto…”(12) E’ così che nasce quell’inconfondibile stile che caratterizza tutte le opere della Ginzburg e che le permette di condensare in poche centinaia di pagine intrecci lunghissimi e complicati. E’ una scrittura veloce e asciutta, quasi che risponda all’esigenza, più o meno inconscia che sia, di occupare quanto meno tempo possibile agli occhi dell’ipotetico lettore, identificato per sovrapposizione con il pubblico dei fratelli adulti che escludono dai propri discorsi la bambina e le sue parole prive di importanza.
La sua narrativa è però sempre dolente, con un sottofondo di cupa e onnipresente mestizia. Sottofondo che trae inevitabilmente le sue origini dagli orrori della guerra mondiale, dalle persecuzioni, dalle morti che la circondano senza darle tregua, impresse come un marchio generazionale nella sua memoria. E’ però immediatamente chiaro a chi si accosti alla lettura dei suoi testi come l’autrice non utilizzi la scrittura come un semplice e banale elemento di consolazione. Non è luogo in cui ci si rifugia per trovare sollievo né mezzo attraverso il quale potersi sfogare delle condizioni terribili che gravano, crisi dopo crisi, sul genere umano. E’ la stessa Ginzburg a chiarire questo concetto quando dichiara che: “…questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lacrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede…”(13) Non è dunque neanche lontanamente ipotizzabile la possibilità rapportarsi a questo “padrone”con leggerezza e senza rigidamente rispondere ai suoi ordini. Il mestiere di scrivere non può non essere considerato alla stregua di una dolorosa vocazione. Sembra quasi che sia la scrittura stessa a possedere la scrittrice e non viceversa, in un percorso caratterizzato dal profondo impegno e dalla irrinunciabile professionalità. |