Racconti di Scanzano Ionico

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Il racconto di Scanzano 

001

Le 6:00. Non mi pesa alzarmi. Anzi. L’idea di andare a Scanzano mi piace. Dovrò fare circa 10 chilometri a piedi. Bene, smaltisco un po’. Anche il caffè mi piace, è abbastanza amaro da darmi la carica. Sono amara dentro, amara e battagliera. Un giorno per il nostro destino di terra che ha subito il miracolo del petrolio e che non vuole più saperne di subire. Mi sento immersa in un fiume, un fiume di respiri e passi impazienti o frenati, un fiume di grida e volantini, di sorrisi e imprecazioni, c’è gioia intorno, molta gioia. Saluto ad ogni passo qualcuno, e vedendoci ci sentiamo più giusti e forti. Fino alla morte, sembrano dire le sopracciglia aggrottate dei vecchi. Scanzonati combattenti i giovani di un gruppo folk di Accettura scuotono parole, suoni, sfogliati dal loro cespuglio di Maggio. Perché oggi è un maggio del cuore. Si nasce a vita comune, per poi certo dividersi, ognuno per la sua strada quotidiana: ma più forti, più contenti.

Un futuro … radioso (di Marcello Milazzo)

002

C’eravamo affidati ai raggi di sole come una delle risorse da sfruttare per riportare la regione lucana ad una realtà più decorosa e più rispondente alle esigenze di rilancio che sembrano ancora tutt’oggi nascoste nei patrimoni fisici e umani di questa meridionalissima regione della nostra penisola.
Lenta ma progressiva appariva la risalita, come su quelle strade che si inerpicano sulle sue cittadine ed i suoi paesi collinari e pian piano permettono al viaggiatore di raggiungerne la vetta, cima di rapa e cicoriella che ci aspetta nel piatto prelibato di un pranzo che funge da sosta in una giornata sempre piena di riflessi e di particolarità da scoprire e da valorizzare in questo territorio ancora vergineo.
C’eravamo affidati a quei raggi di luce che fendevano da quelle piccole cavità nelle rocce, case e chiese che conducevano nel tunnel dei tempi ad epoche oramai tramontate e in cui le storie degli avi erano nate da monastiche clausure o da vite separate dagli agi e frutto di una cultura della coltura, di una campagna che trasudava di vita e di natura.
C’eravamo fidati di quei raggi come se il sole o la luce portino da soli un messaggio di vita, come se bastino a testimoniare il bisogno di un popolo a crescere e ad accrescere il suo bagaglio, il suo insegnamento, le sue tradizioni e la sua voglia di migliorare.
Sembrava che pian piano stessimo eliminando le scorie di un’infinita rimonta che questo popolo va perseguendo dalle notti di quei tempi in cui il futuro era nelle mani di quei pochi che pensavano per tanti, di quelle promesse mai mantenute, di quei costanti debiti con la memoria e di quei crediti faticosamente costruiti e mai riscossi. 
Ecco che oggi invece le scorie, quelle scorie, piombano inesorabilmente su di noi, con uraniche e plutoniche apparizioni s’insinuano sotto le strade su cui camminiamo e allungano le loro radici fino alle profondità rievocando i fantasmi di quegli Inferni a cui decenni fa era accostata la nostra terra, gli spettri di una realtà che mai va mutata, che incatena e imprigiona alle soglie del proprio destino.
C’eravamo affidati, c’eravamo fidati dei vostri raggi, del vostro sole, ma adesso ci dovremmo fidare solo del nostro destino che, contrariamente a quanto pensano in molti, è legato solamente alle nostre mani, quelle stesse mani che per millenni hanno coltivato la terra con lucano orgoglio, quelle stesse mani che adesso si protendono in alto per fermare i raggi d’uranio e sempre più protese a cercare di toccare i raggi di quel sole che dovrà risplendere ancora e per sempre su ogni lembo di questa terra.

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