Teatro & Cinema

visitata

volte 

 

>:: sceneggiature

Lorenza  Colicigno
pagina visitata per
 

IL CORPO DI ISABELLA

 

Soggetto cinematografico 

Presentato al Premio Solinas "Scrivere per il cinema edizione 2003"

l corpo di Isabella giace riverso sulle scale del palazzotto. Il volto, appena macchiato di sangue, rivolto verso l’alto alla ricerca delle stella o della nuvola su cui fuggirsene da Valsinni. Lo faceva spesso, di stare sdraiata sui gradini, l’aveva confessato ad una amica che, amichevolmente, l’aveva riferito a tutte, leggendo il sonetto sghembo al quale aveva affidato la speranza di fuga.
Il commissario Adele Pasquaretta, donna sensibile, dedita con passione al suo lavoro, dimostra una certa difficoltà a pensarla morta, così, giovane, bellina, morbida. Probabilmente pensava: questa dorme.
Non le è difficile raggiungere i parenti, che vivevano ormai da anni al piano terra del palazzo Morra, come guardiani. Come si saprà successivamente l’avvocato, il proprietario, dopo la morte della madre, non si vedeva quasi più, viveva a Potenza, e se n’era ormai quasi dimenticato della bella dimora di Valsinni. Ma quando tornava era una festa per il palazzo, si aprivano le stanze di sopra, entrava aria, il giardino vociava, la cima del Monte si riempiva di escursionisti romantici, l’avvocato ci portava i suoi amici, patiti della poetessa; Isabella Morra, dicevano, era ormai la padrona che non era mai stata. La biblioteca, un salone a piano terra, portava in giro in giro una raccolta di volumi dedicati a lei, da studiosi e cultori, le foto dei convegni, le lettere di appassionati, il suo libro, piccolo e prezioso documento di una vita letteraria e di una morte reale, nelle diverse edizioni. 
Adele Pasquaretta, mentre da uno sguardo all’ambiente attorno, sembra essersi dimenticata della morta di oggi: la commozione non era il suo forte, ne vedeva di morti, anche ammazzati, non che non avesse cuore, ma il mestiere...
Si rivede ragazza a Potenza, quando studiava al liceo, con una professoressa d’Italiano, una strana, la Bochicchio, che nulla aveva da fare che portare i suoi alunni in biblioteca a ricercare su Isabella Morra, e lì, giù a commuoversi, più che a leggere e commentare “criticamente”, come diceva la pazza, i pochi e a loro parere poco interessanti sonetti, e le canzoni, poi, lunghe, il che già era un difetto imperdonabile. Ma commuoversi, quello sì, e arrabbiarsi, quello sì, contro il padre, i fratelli, che l’avevano uccisa. E Diego? Alla fine si erano tutte innamorate di lui, e Antonia, antipatica quasi a tutte, ma molte ne avevano subito il fascino ambiguo. La ricerca si era esaurita per stanchezza, la Bochicchio non la finiva più di lamentarsi del loro disinteresse per la poesia, né lei, di carattere discreto, amava i pettegolezzi, neppure a distanza di tanto tempo. Qualcuna di noi, un po’ più esperta di cose di cuore, aveva cercato di coinvolgerla: ma il padre, che stronzo, e i fratelli, ma non ci sarà stato qualche problema di …incesto. Perché se n’era andato così per sempre, il padre? e Scipione? in fondo sembrava che di lei non importasse proprio niente a nessuno. La gente mormorava, la madre, mah, i fratelli, l’abbiamo già detto, magari…la sorella piccola, muta per sempre, e lei, sempre lì a dire, dire dire, piangere piangere piangere, pregare pregare pregare, ma nessuno se la filava. Diego, invece, e Antonia, invece, loro sì, era loro amica, ma che ne dite, professoré, c’era qualcosa di strano… Le immagini della sua classe ciarliera, a posteriori insopportabile, in maniera intermittente si sovrappongono a quelle di quel giorno. Le voci sfumano e, volente o nolente, mentre è intenta ad osservare la casa, una voce, la sua, immagina, recita versi, ma quando mai li aveva imparati, ah, sì, si ricorda che li aveva imparati bene bene, ma che non aveva mai avuto il coraggio di recitarli fino in fondo, avrebbe fatto la figura della secchiona. 
Il pianto sommesso della madre la riporta al presente, se mai se ne era allontanata, insieme al lamento, quasi un coro muto, del padre. Quello che più la colpisce, mentre compie le operazioni di rito, insieme ai carabinieri che l’hanno accompagnata, è che nessuno sia corso lì. Ormai la notizia doveva essersi sparsa, il palazzo era appena isolato dalle altre case, ma la volante non poteva essere passata inosservata, eppure nessun curioso. Si dice: i compaesani, proprio lucani, discreti o indifferenti, o complici? Non sa decidersi, e ancora non vuole sbilanciarsi nei giudizi, ne sa veramente poco di quella storia di oggi.
- Signora Costa, capisco, è terribile, ma mi potrebbe dire qualcosa, sua figlia, quando è uscita di casa? Lei, quando si è accorta di quello che era successo. Ha chiamato lei, no? – mentre cerca di capire cosa sia accaduto, si guarda attorno, ma il pianto della madre è come un fiume che scorre lento e inarrestabile, gli occhi socchiusi, la testa tenuta appena alta accompagna con un movimento ritmico il lento inesauribile scorrere delle lacrime. 
E` morta, si vede, anche lei, sussurra. 
Inutile chiedere ancora, pensa. L’ingresso, dove li hanno trovati, seduti, quasi fossero stati da sempre lì pronti per le condoglianze, è abbastanza spazioso, più un soggiorno che un ingresso. Un tavolo basso ospita di tutto, piccole bomboniere d’argento, una conchiglia tropicale, un posacenere, di cristallo forse, una pietra con conchiglia fossile, non difficile da trovare qui in Basilicata, il mare una volta la ricopriva fino a circa 1000 m., un attizzatoio da caminetto, antico o molto sporco, una cornice con una foto che ritrae un gruppo, certamente ospiti dell’avvocato in visita al castello. Un imponente attaccapanni riempie un intero angolo, forse era lì tutto il guardaroba della famiglia, tanto era carico di cappotti, giacche, cappelli, borse. Un disordine nel suo genere abbastanza ordinato, perché si poteva intuire dal tipo di abiti che ognuno della famiglia avesse scelto il suo gancio. Una piccola vetrina sulla destra esibisce qualche piatto e numerosi bicchieri di una certa qualità, qualche orologio di quelli a cipolla, una pistola vecchia, forse antica, forse una riproduzione, sulla sinistra una cassa, bella, lineare, un lavoro di intarsio ne arricchisce il frontale. Antica, e molto, bofonchia Adele, a lei i mobili “antichi” non erano mai piaciuti, ma proprio per questo era in grado di riconoscere un originale. 
Di sottecchi guarda il padre, se ne sta accanto alla moglie come di gesso, dritto e perso nel suo coro sommesso.
- Signor Costa, la prego, signor Costa, mi dica, mi dica com’è accaduto. – prova a chiedere, senza molte speranze.
- E` caduta, è caduta, è caduta, la criatura è caduta, la criatura è carutta, è carutta, la criatura, Isabbella, è carutta, commissà – riesce a dire, praticamente senza interrompere il lamento.
- Un incidente, dunque, voi dite, è probabile – disse Adele, rivolta all’appuntato Loisi - questi gradini sono abbastanza ripidi e lisci. La pioggia, poi, può essere, uno scivolone - e addio Isabella, poveretta – conclude tra sé e sé.
- Commissà, avete visto – dice l’appuntato - la scarpa sta molto più giù, tre gradini, mi pare, più sotto, tacco alto, pericolosi con queste scale e questo tempo…ma che ne sappiamo, una ragazza bellina, il paese è piccolo, qualcosa sapremo di certo. Che facciamo, commissà, qua intorno non si vede nessuno. –
Adele guarda giù verso la valle: le case del paese parevano ostili o solo disabitate. L’orizzonte era breve, sotto, la statale, e subito dall’altra parte, il paese che non si nomina, arroccato, come Valsinni, su un’altura; guarda poi verso l’alto, la cima più alta, ma prossima, del monte caro ad Isabella, dove saliva per guardare il mare, aspettando il ritorno del padre. Ovviamente la Morra, ma chissà forse anche questa qui, poveretta, si dice sommessamente. Sulla statale passano poche automobili, il silenzio neppure s’interrompe lassù, del resto sono le sette del mattino, che tutti dormano ancora? Non conosce gli usi del paese, bisognerà chiedere ai vigili. 
Il corpo di Isabella è sempre lì, mentre le operazioni del caso vengono completate. Adele ha cercato qualcosa per coprirlo, quel vecchio plaid liso trovato su una poltrona in una specie di studiolo poteva essere utile. La sua poltrona, il suo studiolo, osserva e riflette: molti libri su una scaffalatura, molti sul tavolo, anche sulle sedie, due, aperti, forse l’aspettavano per completare un argomento, un racconto, una guida e un libretto universitario, lettere, lasciate aperte, un po’ dovunque. Ne prende una, è quasi un curriculum, Adele la legge: Isabella studiava lettere all’Università di Potenza, lettere moderne, i fratelli a Pavia, medicina. Isabella aveva frequentato il Liceo classico a Potenza, si era distinta, soprattutto per certi compiti sentimentali e delle poesie a mezzo tra Petrarca e Leopardi e, ovviamente, la sua omonima, Isabella Morra. Avrebbe scelto la tesi su di lei. Aveva già il titolo, a quanto pare, sul tavolo un appunto in bella vista: prof. Centola, Modelli poetici in Isabella Morra. Molti materiali sono accatastati su uno sgabello alto e largo. Sfoglia qualcuno di quegli scartafacci, siglati da una mano insaziabile: Isabella Costa ISABELLA COSTA isabella costa isabellacosta i s a b e l l a c o s t a isabella costa Isabella Costa Isabella Isabella Isabella, isabella, ogni pagina ne è istoriata, graffita, ornata, quasi filigranata. Adele si riconosce bene in quel senso d’insicurezza, nel bisogno di siglare, di riconoscersi. Un’istantanea: la Bochicchio, la pazza, Luisa, la peggiore, Marika, la timida, Eugenia, la maligna e lei, Adele, la sgobbona. Invadente tra i memo–fotogrammi Diego, quasi nudo, proprio come ritornava nei loro discorsi di ragazze inibite a praticare il sesso, ma non a parlarne, e a descriverlo. Antonia l’avevano bloccata in un’immagine discinta, da una parte Isabella, sempre rigorosamente vestita, dall’altra Diego, che declamava, ma usava intanto le mani da sotto per toccare, massaggiare, impudico e impudente, ma desiderabile e perdonato, sempre di più, sempre oltre. Tornava nel feudo di Bollita di rado, ma quando tornava le visite di Isabella si infittivano, e si infittivano le voci, tremende e definitive. I servi raccontavano scene da brivido, i particolari dei loro amplessi giravano nei due palazzi come bombarde pronte a colpire. 
- Perché vestita, lei, e togliet’ a cammësella, gnornò giornò giornò… -
- Ma cosa ridi, quella c’è morta, poveretta –
- Peggio per lei, se fossi stata io, avrei preso u sciarabballë e më në sarei fujuta: ‘n cul a tuttë quantë. –
- Si dice – azzardava Adele, che già si sentiva commissaria – ma poi ti trovano e ti chiudono –
- Ma lei già stava chiusa – terminava Elisabetta, la razionale.
Il dato di fatto, con la sua ovvietà, consentiva a Isabella di rimanere vestita nelle loro rievocazioni.
Il corpo di Isabella viene seppellito, a Potenza, da dove i genitori provenivano e dove avevano comprato i loculi per sé. L’accompagnano silenziosi solo i genitori e i fratelli. Che si fosse trattato di un incidente o altro, non era stata chiesta un’autopsia. La madre, però, non si convinceva: caduta o non caduta, avrebbe voluto saperne di più.
Ne parla con Adele, che si è interessata delle pratiche necessarie: ora che ha superato, si fa per dire, lo shock, che ha dovuto subito le visite tardive dei compaesani, che ha risposto agli interrogatori degli investigatori e alle chiamate dei giornalisti, che ha ignorato gli sguardi obliqui dei parenti e ossequiato l’Avvocato venuto per farle coraggio, che ha cucinato per il marito e i figli, distrutti, venuti da Pavia appena possibile… i fratelli non si capacitavano, ma una caduta era possibile, gli studi di medicina abbastanza avanzati li rendeva capaci di dire una parola competente, ma Arcangelo, il più grande, si era lasciato andare ad una confidenza con la madre, e da quel momento l’incidente, oggettivamente possibile, era diventato soggettivamente impossibile. Arcangelo era un ragazzo intelligente, attivo, “faceva politica” e studiava molto, sapeva bene dei sacrifici che facevano tutti, anche Isabella, che aveva rinunciato ad andare fuori sede, cioè oltre Potenza, per gli studi universitari. Si scrivevano spesso i fratelli, si raccontavano molte cose, minore confidenza c’era con Vito, più piccolo di Arcangelo e quasi suo coetaneo, e proprio per questo ritenuto inadatto al ruolo di confidente. Isabella inviava ad Arcangelo anche i suoi componimenti poetici, degli endecasillabi faticosi e con qualche zeppa metrica, ma era sua sorella, e a lui piacevano comunque. Erano gli inizi di marzo quando Arcangelo aveva ricevuto un messaggio che lo aveva colpito molto: il sonetto era perfetto, il tema molto triste, inquietante, se l’era conservato in tasca per molto tempo, poi, come accade spesso, non l’aveva più trovato. Se ne era dimenticato, fino alla telefonata disperata della madre: - Venite a casa, che Isabella è morta. - Durante il viaggio i frammenti di quei versi inquietanti avevano ronzato nella sua testa, senza che fosse riuscito a ricostruirli completamente, anche se il senso se lo ricordava, si parlava di un oltraggio, di un’ambascia segreta, di un destino crudo e indicibile. Ma la poesia, si sa, non è vita. L’ispirazione non è verità, forse più che verità, diceva sommessamente angosciato, interrompendo di tanto in tanto la madre.
“Non tarderà l’angoscia a trasparire/fuor dai miei occhi, ch’ora son già spenti/…………………./la carne mia legata al tuo destino//brucia d’ardore e insieme di tal pena/che ………………//Non lascerò mie pene fino a quando/il mondo non saprà di mia sventura;/…………/di lieti giorni mai potrò godere//se tu non mi darai alfine ascolto/e di vendetta giurerai …..”
La ricostruzione dei versi era avvenuta a fatica, ogni parola, aiutata dal ritmo, era tornata pian piano al suo posto: c’era un oltraggio, una pena, una richiesta di vendetta. Arcangelo si chiedeva come avesse potuto leggere e passare oltre, magari lodando la maturazione dei mezzi stilistici, ignorando totalmente la “vita” che si era fatta “letteratura” per essere detta, comunicata. Ne era ossessionato. Parlarne con il commissario era l’unica soluzione, aveva detto la madre, che l’aveva definita una persona con la P maiuscola, ma lui non sapeva decidersi se dire o non dire. Ma dire cosa? si chiedeva. Dei versi smozzicati? Comunque se li era scritti, convinto che il puzzle si sarebbe ricomposto, ammesso che, una volta ricomposto, potesse costituire una prova. Ma una prova di che? Isabella era caduta e aveva battuto la testa, così era morta, il referto era chiaro e convincente, anche per lui, fratello che mal accettava la tragica evenienza, ma anche futuro medico, capace di riconoscere i danni di una caduta rovinosa. Alla madre non aveva potuto non dirlo. Parlavano di lei, mentre con gli occhi appannati di lacrime cercavano di ricostruire episodi della loro vita comune per fissarli ben bene e riempire di lei il tempo senza di lei. Era stato Vito a provocare la rivelazione, come poi la chiamò la madre. Aveva chiesto, infatti, se Isabella non tenesse manchë nu zitë. La madre aveva risposto che non ne aveva, di zitë, ma chi discìa, sua sorella era riservata, lo sapeva, e poi teneva la poesia, pë zita. Esci, le diceva, e le rispondeva, che non aveva dove andare, mo che andava a Potenza per gli esami si comprava i libri, e së facia na camënata inta a li libbë, teneva solë n’amica sua, Isabella Prima, la chiamava. Stava già in trattative per la tesi, ma lei se l’era già fatta, quasi tutta. Almeno così mi disse una volta. Starà là, fra le carte sue. Ci dobbiamo guardare, la facciamo pubblicare, mó che è morta, la facciamo pubblicare, nè, sitë d’accordë o no, diceva. I fratelli approvavano, certo, certo, si doveva pubblicare, se era a buon punto. L’avrebbero cercata per leggerla e decidere. La cercarono, senza trovarla…e fu così che Arcangelo, ancora più intristito, aveva raccontato l’episodio della poesia dimenticata. 
E così quei versi smozzicati avrebbero cominciato a turbare anche i sogni di Adele Pasquaretta.
Quando la madre l’aveva chiamata il giorno dopo le confidenze del figlio, lei non lo avrebbe confessato a nessuno, nella sua mente tra un verbale e un ordine di servizio vedeva passare come su un rullo, di quelli che in televisione visualizzano le scritte delle sigle, questi versi: 
I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etate,
me che 'n si vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna;

e, col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta,
esser in pregio a più felici rive.

Questa spoglia, dove or mi trovo involta,
forse tale alto re nel mondo vive,
che 'n saldi marmi la terrà sepolta. 
Si era rivista a scuola: l’aveva imparata questa poesia, su richiesta, contestatissima dalle altre, della pazza, la Bochicchio, l’aveva anche detta in parte, tra i sorrisetti e le smorfie delle altre, tant’è vero che la prof. le aveva tacciate di ochismo acuto, motivo per cui qualche genitore avrebbe poi presentato ricorso al Preside, con grande rimorso della prof., il cui rispetto per gli alunni era universalmente noto. 
Il rullo sta passando inesorabile, quando le giunge la telefonata della sig. Costa. Così che i rulli diventano due. 
Il corpo di Isabella era stato ormai seppellito, sicché, per chiedere di riesumarlo, serviva ben altro che pochi versi smozzicati, citati a memoria dal fratello. Comunque i rulli non le permettevano di considerare la telefonata della povera sig. Costa come l’effetto della sua mancata rassegnazione alla perdita della figlia. Così decide di parlarne con il procuratore, questi la invita a fare qualche discreta ulteriore indagine, così, tanto per far sentire il calore dell’Istituzione ad una famiglia devastata dal dolore, ma niente di più, a meno che non fossero emersi altri elementi. In questo caso avrebbe consentito la riesumazione del cadavere. 
Questo allora il programma del commissario: 
Primo: consultare internet
Secondo: fare visita alla famiglia Costa 
Terzo: recarsi in biblioteca. Lei era rimasta alla vecchia biblioteca provinciale, ma ora, era venuta a sapere, ce n’erano altre in città, la biblioteca nazionale, ad esempio, anche mediateca. C’era poi anche l’Archivio di Stato che poteva conservare documenti utili. Conosceva il Direttore, lo chiama e questi le parla di documenti interessanti.
Inutilmente si ripeteva che stava indagando su Isabella Costa e non su Isabella Morra. L’istinto, il mestiere, o forse solo una fissa di donna, le collegava le due morte in un inscindibile unicum. I rulli…i rulli, pensa. Ormai aspettava solo che le parole dell’una si mischiassero con le parole dell’altra per chiedere alla sua amica Anna Maria, psicologa, il da farsi. 
La scena si sposta a Valsinni, dove la morte di Isabella sembra non avesse lasciato tracce. Non era trascorsa una settimana e non c’era più alcun annuncio in nessuno spazio riservato dal Comune a quest’uso. Neppure davanti al palazzo, dove non avevano resistito più di tre giorni, perché l’Avvocato, mortificato, aveva telefonato che era in arrivo un pullman da Avellino, di togliere i fogli mortuari, per non turbare gli ospiti, sperava che capissero, ed eseguissero. 
Il sig. Costa non aveva né saputo né voluto dire di no, dimenticare che Isabella era morta era la cosa che desiderava di più, pensarla in viaggio, o magari residente a Potenza, come quando frequentava il Liceo. Un inganno che quell’annuncio svelava ogni volta che usciva fuori del palazzo, ed ogni volta era come saperlo di nuovo, la prima volta. 
Prima di partire per Valsinni, Adele Pasquaretta naviga un po’ su internet, e recupera queste notizie, che riporta diligentemente su alcune schede e conserva in un suo archivio riservato, ma registra anche su un piccolo mangianastri, che portava sempre con sé, per sfruttare i tempi morti: 
Scheda n.01
La famiglia Morra era tra le più antiche, nobili ed insigni, risalendo le origini ai Normanni. Nel sec.XVI uno dei componenti di essa, Giovanni Michele Morra, era signore di una terra baronale sul Sinni, chiamata Favale e, poi, Valsinni. Dal Morra e dalla moglie Luisella Brancaccio, nacque, dopo altri figli, Isabella, la quale coltivò studi letterari unitamente al giovane fratello Scipione, distinguendosi, ammiratissima, come geniale poetessa. Nel 1523 allorché il Regno fu invaso dai francesi comandati dal maresciallo Lautrec, Michele Morra per fronteggiare un Sanseverino, Ferrante principe di Salerno, che possedeva presso Favale il castello della Rotondella, patteggiò per gli invasori. Dopo la sconfitta dei francesi esulò in Francia riparando alla corte di Francesco I, seguito dal secondogenito Scipione. Il primogenito Marcantonio, rimasto in Italia, rientrò in possesso del feudo e vi si ritirò con la madre, i fratelli Decio, Cesare, Fabio e Camillo e le due sorelle, Porzia e Isabella. L'altro germano- che come abbiamo detto aveva seguito il padre in Francia - diventò, morto Francesco I, segretario favorito della regina Caterina de' Medici. Sulla scorta di documenti d'archivio (Archivio di Simancas-Estado, Leg.1036, f.104) sappiamo, inoltre, che preso Favale (Valsinni) vi era il feudo di Bollita, governato da una Caracciolo, Antonia, moglie dello spagnolo Diego Sandoval de Castro, governatore di Taranto. Questi - che era anche un fervido cultore della poesia petrarcheggiante - dovette provare particolare simpatia per la Morra. Infatti la mancanza assoluta di cenacoli letterari spinse il de Castro ad avere frequenti rapporti epistolari con Isabella. Sembra - ma su questo non vi sono fonti attendibili - che tra la Morra ed il governatore tarantino dovesse esserci anche un'intesa per l'occupazione armata del feudo di Favale. I fratelli di lei, infatti, la sospettarono di tradimento e la rinchiusero in "agreste solitudine". Ma quando la sorpresero con un messo del Sandoval, decretarono la sua morte. Stessa sorte toccò, nel corso del 1546 al Sandoval de Castro che fu trovato ucciso di una località del fiume Sinni. 
Scheda n.02
Per primo il regio consigliere Marcantonio Morra, nipote della poetessa, figlio del di lei fratello Camillo, pubblicò in Napoli quest’opera: MARCANTONIO MORRA: Familiae nobilissimae de Morra istoria, D. Roncalioli, Napoli, 1629.
Scheda n.03 
Isabella nacque il 1520, terza di otto figli, dal feudatario di Favale Giovanni Michele Morra e da Luisa Brancaccio; con il fratello Scipione seguì gli studi sotto la guida paterna e del precettore di casa. 
Furono gli anni nei quali scoprì il talento artistico e assimilò lo stile petrarchista nel quale avrebbe introdotto quei toni di malinconia e meditazione che danno un'impronta personale alle sue liriche. 
L'infelice vicenda umana che avrebbe riversato nel Canzoniere e che si doveva concludere tragicamente, ebbe inizio con la fuga in Francia del padre, condannato all'esilio dagli Spagnoli vittoriosi sui Francesi, per i quali parteggiava il Morra. Non sarebbe più tornato dalla famiglia. Il dolore per il distacco dell'amato padre fu terribile per la fanciulla, abbandonata anche dal prediletto fratello Scipione che seguì il destino paterno. L'esistenza di Isabella piombò nella desolante monotonia quotidiana. Racconta con struggente malinconia e disperazione: "I fieri assalti di crudel fortuna schivo, piangendo la mia verde etade me che in sì vili e orride contrade spendo il mio tempo senza loda alcuna". Confinata nell'ignorante rozzezza della vita del feudo, sola con la madre e ignorata dai fratelli sempre più ostili e prepotenti, si rifugiava, con il cuore gonfio di pianto, sulla vetta del Coppolo "onde si scorge il mare" e "miro sovente io tua figlia Isabella s'alcun legno spalmato … di te padre a me, doni novella". Che non giunse mai. Giunse invece il conforto della poesia, e con le sue ali Isabella evase dall'inferno fino all'incontro con Diego Sandoval De Castro, il castellano spagnolo che, come lei, amava la poesia. Fu per la fanciulla il sogno della libertà, della vita, della bellezza, e … dell'amore. Fatale, perché Diego era ammogliato. Iniziò allora, ora appassionata ora tenera, una segreta corrispondenza epistolare attraverso il fidato precettore, "messaggero d'amore". Il segreto non poteva durare a lungo. Furono chiacchierati, spiati, seguiti. Le lettere furono scoperte, e si scatenò il furore dei fratelli che, oltraggiati nell'onore di padroni e custodi della sorella, smaniosi di punire il nemico spagnolo, e irritati per l'infedeltà del pedagogo, meditarono il tragico epilogo. Ucciso il precettore, pugnalarono Isabella e, in un agguato nel bosco di Noia con la complicità degli zii Cornelio e Baldassino, assassinarono don Diego. Era il 1544. L'innocente fanciulla aveva solo 24 anni. Fu sepolta nella chiesa di San Fabiano. 
Aveva vissuto in un'epoca che considerava la donna intellettualmente inferiore all'uomo, e in un paese dove, come avrebbe scritto Carlo Levi, nessuna donna poteva frequentare un uomo se non in presenza di altri; e le era stato negato il conforto di una famiglia che l'amasse. Ci ha lasciato una storia che è uno spaccato del suo tempo e della sua terra, e una poesia che, per dirla con Croce, contiene quell'immediatezza passionale e quell'abbandono al sentimento che sono la virtù della migliore poesia femminile. (Michele Szost). 
Leggendo, pensa che deve sbrigarsi ad andare in biblioteca, ma forse più importante era andare in Archivio, magari a Simancas-Estado, o forse proprio in Francia, a Versailles, dove Caterina, l’Italiana, aveva fatto da messaggera della cultura rinascimentale italiana, di cui poi la Francia avrebbe assorbito il succo di potere, di intrighi e di grande capacità costruttiva.
Adele sale in macchia e parte per Valsinni. Durante il tragitto ascolta la registrazione, cerca la notizia che faccia scattare qualcosa nella sua mente, ma nulla, tranne le considerazioni del caso sulla durezza delle condizioni di vita fisica e spirituale di una ragazza castrata dalla condizione sociale, e stretta in una situazione, come si dice, più grande di lei. Finché, e non era una novità per il suo istinto, Caterina dei Medici non si accampa sull’orizzonte dei suoi pensieri e della sua immaginazione. 
Adele si ferma un attimo, non può né vuole resistere all’immaginazione che la trascinava lontano, nel tempo e nello spazio. 
Scipione è seduto accanto a Caterina, la testa di lui sul grembo di lei, madre, amante, amica, che insieme scambiano in lingue diverse, ma simili, esperienze, confidenze, ordini e trame.
Caterina ne aveva apprezzato il padre, un poeta decoroso, sulle cui spalle si era rovesciato un grande dolore; ma lo reggeva bene, era un cortigiano, e sapeva che il suo dolore non doveva turbare il suo re. A corte tutti sapevano di Isabella, lì era famosa, benché nessun l’avesse mia conosciuta, ma Scipione aveva per lei un’adorazione e ne parlava ne parlava e osava con alcuni leggere i versi che da bambina gli lasciava sull’origliere, come un dono notturno. Erano inseparabili, diceva, il sangue, gli interessi comuni li rendevano una sola persona, spesso li avevano trovati abbracciati nel letto di lui, che parlavano fitto e si baciavano dolcemente. Il padre aveva reagito, dapprima con furore, a quell’amore fraterno che pericolosamente si incamminava, a suo parere, su una via ambigua. Isabella era impetuosa, ardente, il piccolo Scipione se ne riempiva gli occhi e l’immaginazione. I loro versi infantili ne erano colmi, di quell’amore: “Che mai ci rechi affanno lontananza/che veggo in fondo al cor nemica ria/dell’amor nostro che pur senza speranza/ci pinge innanzi per la nostra via”. I versi infantili di Isabella, tenuti da Scipione sul cuore, in un piccolo sacchetto, lo confortavano del suo silenzio inspiegabile. Fino a quando, morto il padre, aveva guardato tra le sue carte per sistemarle e lì in un cofanetto le aveva trovate le sue lettere, di fuoco, di dolore e di sgomento, di vendetta per quella solitudine totale, temuta e mai accettata. Scipione, il suo fratello germano, il suo idolo, il suo cavallo per balzare nel mondo, il suo vascello per navigare nel Siri ed esistere, lì alla corte di Francia. Lui, l’aveva abbandonata, e il padre, per il cui onore aveva scelto il silenzio. Le notizie della sua morte l’avevano straziato, ma di più la gelosia per Antonia e Diego, così vicini al suo cuore e alla sua carne. Scipione impallidiva, ogni volta che Isabella tornava nei discorsi di corte, Caterina non poteva non accorgersene, l’amava di un amore totale esclusivo da quando era giunto lì, giovanissimo e colto italiano, che portava negli occhi turbati da un’ombra inquietante il segno dell’innocente e torbido amore infantile. Il fascino di Scipione era nel rossore che lo invadeva al nome di Isabella. Anche nell’amplesso, se lei, crudele, ne nominava il corpo, la verginità, l’odore di fanciulla. Scipione temeva Caterina, il suo potere, la sua incostante passione per lui, che l’esponeva al rischio della vita, al rischio dell’infelicità, comunque. Ma fu lei a voler divulgare le poesie di Isabella che Scipione aveva ritrovato, in un gioco crudele e ormai necessario, in cui lei, madre amante e regina, metteva tutta se stessa e la sua gelosia. Scipione ne era prigioniero. Tacere e godere di Isabella attraverso le sue perfette e dolenti parole, i suoi versi duri di verità non dette e che pure ne trasudavano: il padre invocato, perché fossero tollerate le invocazioni al fratello. Chi mai poteva sapere di lui, avvinghiato a loro nel letto, che godeva godendo il loro tenero innocente gioco d’amore. Aveva scelto Scipione e abbandonato Isabella, come era conveniente, meno sospetto, meno indagabile. Del silenzio di lei era certo. Ma poi la sorte aveva voluto che lei, avvezza a giochi d’amore inquieti e segreti, avesse trovato in Antonia e Diego degni compagni. Allora bastò assecondare i due fratelli, e il silenzio fu senza più rischi. Su Scipione poteva contare, la sua colta conversazione, la sua vena poetica, dotta e versatile, la sua bellezza inquietante l’aveva posto accanto al cuore della regina. Non avrebbe parlato, per pudore e convenienza. Quando morì, Scipione scelse ancora il silenzio, e Caterina l’amò di più perché seppe essere discreto, come si conveniva ad un cortigiano di rango, al suo segretario particolare, al suo amante. Eppure nei loro dialoghi d’amore tornavano eccitanti i particolari delle esperienze d’amore di Favale. Quei giochi di bambini erano la fonte dei loro giochi di adulti. I versi di Isabella erano musica che attraversava i loro cuori e il loro sesso. Gesualdo da Venosa, la sua musica, era il legane ideale tra due desideri. Li feriva e li appagava. 
Caterina voleva saperne di più, era un’esigenza che le veniva dal profondo. La storia di Isabella, cui era ormai così intrecciata la sua vita, aveva bisogno di analizzarla, studiarla nelle sue ragioni, capire fino a che punto le ragioni private si fossero connesse, o avessero mascherato, ragioni pubbliche. Il regno, che aveva conquistato per la bellezza e l’intelligenza, per l’acume di suo padre e la debolezza della corte di Francia, non doveva rischiare nulla: cancellare, distruggere; ogni indizio, se mai ve ne fossero, delle relazioni incestuose in cui era stato coinvolto Scipione, doveva scomparire. Non erano ignote alla corte le trame politiche di Isabella, e non c’era da fare altro che accendere un po’ d’odio in più tra i suoi cortigiani, lasciando in ombra Scipione e la sua vita francese. Chiamò la contessa di***, sua confidente, legata a lei dalla complicità in un delitto, e le ordinò di recarsi in Italia, a Napoli, se necessario a Favale, meglio evitare Bollita, ovviamente, fino a che fosse possibile. Occorreva non mettere in crisi i rapporti con la Spagna e i suoi alleati o protetti. Avrebbe dovuto ricercare su Isabella, Isabella Morra, la sorella di Scipione. Sì, la poetessa. Lo scopo della ricerca, le disse, era raccogliere tutti i suoi testi, anche quelli più insignificanti, ogni testimonianza, ogni documento, ogni memoria privata, ogni annotazione sulle sue carte, tutto doveva essere raccolto, sì, forse sarebbe stato necessario giungere ai margini del mondo. Per la pubblicazione, le disse, per farne dono a Scipione. 
La voce registrata prosegue, la scena si sposta a Favale. 
La panoramica del paese antico si conclude sull’inquadratura di Marcantonio Morra che legge, seduto al suo scrittoio, alcuni documenti che fanno riferimento alla morte della zia, Isabella Morra. Marcantonio prende appunti, li rilegge, decide di selezionarli secondo un suo personale criterio di chiarezza, e di decenza. Ne parla con un suo sottoposto, un bibliotecario, o uno scrivano, cui affida il compito di trascrivere per intero i passi scelti. Lo scrivano non condivide, anzi afferma la pericolosità dell’indagine, per la sua carriera, insiste, gli suggerisce di tralasciare quel particolare dell’accordo tra i due poeti amanti e complici in un piano sovversivo. Marcantonio esclude che quei fatti possano ancora danneggiare qualcuno. Le vittime erano ormai state sacrificate, il feudo era al sicuro, Scipione, segretario della regina Caterina, aveva portato nell’Olimpo la stirpe, Isabella aveva scritto pochi sonetti, qualche canzone, niente che avrebbe potuto oscurare il suo nome di autore di un’autentica storia di famiglia, curata fin nei più piccoli particolari, un’opera unica nel suo genere. Ma, in effetti, non aveva la stoffa del ricercatore, si fermò alla superficie dei fatti, non lesse nient’altro, tra le righe e le parole, che quello che volle leggervi, ogni volta che fu vicino alla verità lasciò che la vanità e la superficialità lo distraessero. Isabella, vittima innocente di una violenza dovuta, era quanto di meglio si potesse sperare in una storia di famiglia, quel brivido, quel perverso erotismo che emanava dal feudo di Bollita, le dicerie rovinose dei servi, finalmente sconfitte dal coraggio degli zii, la vox populi privata di autorità dalla morte della sua causa, il casato reso solido, baluardo della Francia, dalla posizione di Scipione, giovane intelligente, che aveva saputo resistere alle provocazioni della sorella, grazie alla saggezza di Giovan Michele, il padre che aveva saputo ricostituire la fortuna del feudo, rimanendo lontano dalle beghe di una ragazza troppo colta. Fino al 1546 aveva difeso il sensibile Scipione dall’influenza negativa della sorella, nascondendo le sue lettere, che poi leggeva nella sua malata solitudine; dopo la morte di lei, lo difese dal dolore, mettendolo astutamente nelle mani della regina italiana. La morte della figlia, decisa in un’incontro segreto a Napoli, era stato l’esito necessario per il buon nome della stirpe e per la solidità del feudo. Camillo, suo padre, pavido e solitario, non aveva preso parte alla vicenda, in effetti l’aveva subita, era schivo e insicuro, lui non avrebbe mai raggiunto le vette della storia, peccato, quindi toccava a lui collaborare al quadro perfetto che Gian Michele aveva dipinto, mancava il tocco finale, ripulire dai colori eccessivi la “Historia della familia nobilissima de Morra”. 
La contessa di *** non tardò a capire. Il profilo di Isabella, ricostruendo il quadro complessivo, era deciso e ben definito. Isabella si portava dietro l’infelicità di chi ha conosciuto il sesso nell’età dell’innocenza e ne sente l’onta e il bisogno di levarne le tracce infangandosi ancora. Il disprezzo dei luoghi in cui non poteva dimenticare il calore del corpo tenero di lui, quel corpo che neppure Diego le aveva fatto dimenticare, che neppure Antonia, liscia al pari di lui, le aveva fatto dimenticare; sembrava darle un brivido essere sulla bocca degli zotici, era come essere sulla bocca di suo padre, lui non aveva potuto chiamarla a ragione puitana, mentre le teneva le mani tra le gambe e le premeva la bocca con il suo sesso, parole interdette dalla superbia e dalla pena. Lei s’era lasciata prendere tra il sesso tenero del fratello e la turgida verga del padre, persa come tra le nuvole, avida del piacere come solo i bambini sanno esserlo, dentro la carne fino in fondo, senza difese e senza pudori.
Da allora ogni parola di dolore, ogni grido lanciato al Siri, al monte Coppolo, al padre, a Francesco I, era l’eco del grido del suo sesso violato e conteso dai più dolci amanti della sua vita. Ogni gesto, ogni sorriso, ogni pianto, ogni ribellione, ogni amore erano per Scipione, l’amante fratello, che rendeva ogni volta accettabile la brutalità del padre. Le carte di Isabella avevano un colore indefinibile, un giallognolo stinto, gli angoli consunti dal furore, bolle di lacrime ovunque, né il nome di Scipione, né quello di Gian Michele comparivano, sostituiti da nomi di convenienza, ma l’aria era autentica, autentica la passione, autentica la vergogna, autentica la vendetta. 
La contessa *** aveva trovato lo scartafaccio tra altri che Marcantonio non aveva neppure aperto, una volta completata la storia della nobilissima famiglia de Morra, a misura della sua fama futura. Nessun nuovo documento, del resto, avrebbe modificato il quadro perfettamente costrutto. 
Mandò messi a Caterina, con parole sibilline la informò di particolari che minavano alla radice la felicità sua e di altri. Chiedeva l’indirizzo da dare alle sue ulteriori ricerche. Il dispaccio reale giunse, in tempi rapidissimi: - La felicità mia e di altri è la ragione stessa della ricerca -. 
La felicità di Scipione fu assoluta. Nel libro VII delle “Rime di diversi signori napoletani e d’altri” (Venezia, de’ Ferrari, 1556), Ludovico Dolce, seguito nel 1559 da Ludovico Domenichini (Rime diverse di nobilissime et virtuosissime donne, Lucca, V. Busdrago, 1559), avevano trovato posto i sonetti e le canzoni di Isabella, confinando per sempre il travaglio della sua vita, della loro vita, fuori della finzione e dalla storia. 
Adele Pasquaretta aveva avuto l’autorizzazione a perquisire il palazzo. C’era qualcosa che non la convinceva in quella morte al di là dei versi che la giovane aveva spedito al fratello, per questo aveva chiesto un tempo ragionevole per ulteriori ricerche, nella convinzione che il palazzo conservasse, o nascondesse, documenti utili all’indagine. Ed eccola a Valsinni.
La madre di Isabella si mostra molto contenta di portarla a visitare il castello, visto che era stato aperto per gli ospiti dell’avvocato. 
L’avvocato stesso le viene incontro, non lasciando dubbi a nessuno sul fatto che egli fosse il padrone di casa, il castellano, come con spirito qualcuno degli ospiti lo interpellava ogni tanto. 
Le finestre ben aperte davano luce e aria a quegli ambienti solitamente bui, l’odore di chiuso non era ancora svanito, benché ormai fosse stato aperto dalla mattina presto. Gli ambienti non avevano quasi o nulla dell’antica mobilia, che Adele aveva immaginato almeno austera, di tanto in tanto tra mobili dozzinali si stagliavano credenze squadrate dai ricchi intarsi con motivi naturalistici. L’avvocato le spiega che molti dei mobili antichi, dopo la morte della madre, li aveva trasferiti nella sua casa di Potenza. Se per Adele sapere che il palazzo era aperto era stata senz’altro un’ottima notizia, avrebbe così potuto osservare e controllare senza far nascere sospetti e curiosità nei presenti, la notizia che parte dei mobili erano stati trasferiti costituiva il primo problema della giornata. Come assicurarsi che documenti utili alle indagini su Isabella (Costa) non fossero stati inconsapevolmente spostati e praticamente inutilizzabili? Il secondo problema le si presenta quando, dialogando con l’autista, coglie uno suo sguardo meccanico verso l’alto, cui segue un insensibile trasalimento all’apparire dell’avvocato. Era stato l’avvocato, gentilissimo, ad invitare Adele a visitare per intero il palazzotto, lei lo aveva seguito, benché avrebbe preferito un’altra guida, la madre o il padre della ragazza, ai quali con più tranquillità avrebbe chiesto di aprire cassetti e ante. Le stanze ampie, portano evidenti segni di ristrutturazioni, operate in periodi di meno rigide leggi sulle emergenze monumentali, pensa, squadrate, essenziali, sfociano nel bel giardino, ben curato, ma anch’esso veramente essenziale. Dalle stanze più grandi si accede a piccoli ambienti, in uno dei quali, fornito di finestra, il padrone di casa aveva sistemato il suo studio. 
Adele viene presa da uno strano capogiro, entrando nello studiolo, esso appariva come un mondo a parte, sovraccarico di mobilia, di quadri, con un divano scuro addossato alla parete, sotto la finestra, sul tavolo troppo grande per il piccolo ambiente, di tutto, oggetti preziosi, libri, lettere, calendari, penne di ogni tipo. Eppure, in tutto quel bailamme, qualcosa mancava, Adele non capisce cosa in quel momento, del resto non aveva mai visto quella stanza; accusa quindi il mestiere, di quella strana allarmante sensazione. 
Parlarono ben poco di Isabella, l’avvocato era molto preoccupato per la salute dei suoi dipendenti, persone eccezionali, educate, naturalmente cortesi, cui quella tragedia aveva tolto il fiore e il frutto. Quest’espressione viene pronunciata in modo, Adele cerca l’aggettivo giusto, dannunziano, una sottile intonazione erotica nella voce si rispecchia nello sguardo che in quel momento sembrava disarmato, disperato? La bellezza, aggiunge l’avvocato, che capisce (il mestiere, forse) d’essersi in qualche modo spinto troppo in là, in considerazione del fatto che sta parlando con una commissaria di polizia, e di una giovane morta per un tragico incidente.
- Una bellezza semplice, naturale come quella di Isabella merita qualche emozione, non crede, commissario? – soggiunge senza lasciare alcun vuoto di atteggiamenti e di parole. 
- Ha ragione, avvocato, io l’ho conosciuta solo da morta, purtroppo, ma ho avuto la stessa netta sensazione di una naturale armonia, e la morte non le aveva affatto tolto compostezza – le parole di Adele scendono come una mannaia sulla coscienza dell’avvocato.
- Ma mi hanno detto, i poveri genitori, quei poveri genitori, che la ragazza è caduta e ha battuto la testa, non ho potuto fare a meno quindi di immaginare che il corpo fosse stato ritrovato nell’atteggiamento scomposto tipico di chi cade. E me ne crucciavo, perché la sua discrezione meritava dignità anche dopo la morte. – Sa, - aggiunse – in effetti l’ho vista crescere quella creatura, così impegnata nello studio, così interessata alla storia locale, una patita di Isabella, la sua omonima, la Prima, come la chiamava lei. –
- So che stava lavorando alla tesi, benché ancora non l’avesse ufficialmente chiesta, al prof. Centola, se non sbaglio. –
- Sì, ne ho saputo qualcosa, in effetti, l’ultima volta che sono venuto qui, con i miei ospiti abituali, mi ha chiesto, con la sua solita discrezione, se per caso avessi dei materiali utili per il suo lavoro. Così l’ho lasciata ricercare in biblioteca e nel mio studio…, ma non mi pare che abbia trovato granché, molto di più aveva trovato in Archivio, anzi, ricordo, che l’avevo vista eccitata, cosa insolita, mentre mi parlava di documenti molto interessanti…Mi scusi, commissario, mi chiamano…ma forse i genitori ne sanno di più… può provare a guardare tra le sue carte, se glielo consentono, ovviamente. Non mi pare che ci siano indagini in corso, si è trattato di un incidente terribile, ma un incidente, nevvero? In ogni modo faccia conto su di me, se avessero dei problemi, i genitori, dico, ci sarei io, qui sempre pronto ad aiutarli, devo molto loro, senza di loro questo palazzo morirebbe. Mia madre era affezionata a Isabella, e alla madre, loro sono venuti qui nell’ultimo periodo della sua malattia, terribile, un tumore, non si è goduta la sua vecchiaia. E temevo che questo palazzo sarebbe morto con lei, ma grazie a loro, è rinato, ora, chissà, quei poveretti, li vedo distrutti, benché, come sempre, cortesi e disponibili. Mi chiamano. E lavoratori, sa, la casa è sempre a pronta a ricevere ospiti, magari un po’ di polvere, ma la polvere sa di antico e qui si viene per rivivere l’atmosfera di Isabella Morra, il passato ha il suo fascino. Ha visto il salone? Quanti libri, fotografie, ce n’è anche una di Isabella, Costa, ovviamente, ha tenuto una breve relazione sullo stato delle sue ricerche, in un convegno, l’anno scorso. Ricordo che fece sorridere molti, anche i professoroni intervenuti, promettendo rivelazioni. E ora… mah, che tristezza. – 
- Saliva spesso Isabella nel suo studio? – la domanda ebbe uno strano effetto “rallentatore”, l’avvocato che aveva già iniziato a muoversi, parve rimanere per una frazione di secondo col piede sospeso a mezz’aria, ma il richiamo di un ospite accompagnò il piede nel completamento, ora accelerato, del suo percorso. La voce di Adele, in effetti, era stata superata dal richiamo dell’ing. Condelli, esimio studioso di Isabella, la Prima, ma chissà forse, anche lui adoratore della seconda, si dice Adele. 
Fu così che più tardi Adele, mentre si intratteneva con l’autista a commentare le difficoltà dei viaggi in Basilicata, terra di tornanti, ritrovò nella memoria il particolare mancante, ovviamente nello studiolo dell’avvocato, l’odore, mancava l’odore di chiuso. Mancava l’odore di chiuso, si disse, e allora? Magari aprivano più spesso, visto che in fondo era l’unico ambiente ancora in uso. Ad ogni buon conto cataloga: odore, rallentamento, sguardo disarmato. 
L’autista parla, parla, parla, tutti parlano molto, lì dove Adele si sarebbe aspettata una maggiore riservatezza, in fondo è sempre un commissario di polizia, o forse un silenzio complice omertoso, e invece ecco che l’autista la trascina in un turbine di parole in quasi tutti i suoi abituali giri turistico-culturali. Ma quello era speciale, specialissimo, dice, cominciava da quando i signori salivano in pullman e si incominciava a parlare di lei, quant’era bella, quant’era brava, nello scenario di Favale, nel castello, con in alto il Coppolo che invitava a passeggiate romantiche e i signori presi dall’atmosfera antica che, insomma, arrivavano ben bene eccitati, la sindrome dell’antico e della bellezza complottavano e tutti si aspettavano di vedersela comparire di notte, Isabella. 
Ma quale, non può fare a meno di chiederselo Adele. Non chiede nulla, aveva imparato che ascoltando si viene a sapere di più che durante un’indagine. Lo ascolta, infatti, anche lui se l’aspettava di notte, Isabella, ovviamente la poetessa, ci scherzò un po’ su, ma quando la madre tornò dopo il rito dell’apertura delle finestre, della colazione, della polvere tolta all’ultimo momento su furtiva indicazione dell’avvocato, lo scherzo si spegne in un silenzio imbarazzato, non senza quello sguardo istintivo verso l’alto, che aveva fatto risuonare il primo campanello d’allarme nella mente del Commissario. 
Adele torna a Valsinni dopo un paio di giorni. La comitiva culturale doveva ormai essere ripartita. Si ferma, prima di salire al castello, nel bar in cui si era già fermata un paio di volte. Ma questa volta è tutto ben diverso dalle altre. Il silenzio, che aveva accompagnato il ritrovamento e il funerale di Isabella, sembrava aver lasciato il posto ad un bisogno irrefrenabile di parlarne. Il commissario, con il suo ingresso, interrompe per un attimo le confessioni pubbliche. Allora sorseggia lentamente il caffè, chiede un bicchiere d’acqua, sceglie un pacchetto di caramelle, scelta difficile tra tre o quattro qualità. Si ferma soprattutto su quelle senza zucchero, poi su quelle con lo zucchero, l’acqua sembrava essere diventata un raro e prezioso liquore, quando…S’avissa cuntà la fiabba rë l’agnellë e dellu dupë, dice un vecchio. Adele decide di prendere un secondo caffè, si è alzata presto dice. Un silenzio imbarazzato. Bisogna cogliere l’occasione.
- Ma che ci sono i lupi, qua? – chiede.
- Mah! – 
- Nun lu stat’a sentë, ma quali dupë, qual’agnellë. Qua va tuttë benë, cummissà. – 
- Nun savimmë niéndë. ‘U palazzë sta dassovä, noi simmë agnellë, cummissä – 
- Ma nun dicirë strunzatë, ma a nnoi chi cë paa, a sta zittë. Avit vistë. Mangh’è morta, fannë i fëstinë. E che cazzë, scusatë cummissà, ma quann cé vò cé vò. –
- Ma, scusate, ma che volete dire, una caduta, no? –
- Sì, cummissà, sicurë, na carutta, può essë. E` stata na carutta, so sicurë, ma chi c’entra, è u cuntornë ca nun gnë piascë. Era na brava figlia, sturiava, scrivia, ma la pigliavënë in girë i paisanë, pëcchë era quasi cumm’a Sabella, a pringipéssa, vulia fa la scrittricia, mi figlia m’ha cuntà, ca era preparà la tesa, per së laureà. Avia scrittë certi fattë, ca la pringipéssa së la facia cu u frà. Ma, po’ essë, purë u patrë. Dië cë në libbera. La figlióla era disperà, c’avia persë certi foglië, quedd, a quantë parë, l’avia truvà l’avvucatë, e së l’era arrubbà pë falla iedd la scuperta. – 
- Ma stattë cittë, mo va finì ca ccusanë l’avvucatë e va fa fotte quatt soldë rë cafë, na vòta tannë – sbottò il barista. 
- Sì, mo u problema so i café dë ‘Ntuninë. –
- Sabella, a Seconna, è morta e noi cë në stammë qua a ffa chiacchierë.-
- Ma tu capiscë a queddë ca s’anna sta cittë, ca perdënë lu postë, ca tènënë li figlë ca sturianë a Pavia. –
- Cummissà, ma cumm la facierénë la investigazione ai tempi, ca nun së n’accurgietterë, rë niente. Tutta colpa di quelli fëtentë d’i compaesani nostri, ca se staciernë zittë cumm’a noie. –
- Facernë tanda chiacchiërë contr’a quedda creatura. Ca purë era fina fina, ma sembë na creatura rë Ddië, era. –
- E mò, chi vulimmë fa’- dice il vecchio, che aveva parlato della favola del lupo e dell’agnello.
- C’amma fa? – dice Adele.
- Ca questë so i fattë, po’ avita veré voi, che site li ‘nvestigatori. O va a fërnì cumm’a d’ata vota? – 
- Ma nui ammë parlatë, á fa ‘n culë i café –
- E i paninë, addo li méttë –
- Mo, vuò vëré, ca tutta quedda fatia, ca ha fattë la guagliona, së n’appropria l’avvucatë, o queddu professorone, ca vannë sembë nzzemmëla. Cm së chiama. Cendina, Gendilë… -
- Centola – precisò Adele.
- Ah. Sì propi iedd, quedd cu la mana morta, cë capimmo cummissà. ‘U professoronë, quedd è famosë, ca all’Università së në vérë bonë, cu tuttë quedd figliuleddë, ca volënë fa i scrittricë, cum’a Sabbella. Fess’a essë, ca po’gné mettëné i mmanë ngodda. – 
Adele sale al palazzo, un po’ stordita. Spera di trovare la tesi, di vanificare i dubbi che intanto andavano a pescare da soli nel catalogo dei sospetti e dei sospettati. La tesi non si trovava, i genitori erano costernati, perché volevano pubblicarla in suo ricordo. 
Il procuratore, subito chiamato da Adele, le fissa un appuntamento per il giorno dopo. Le indagini potevano essere riprese, su denuncia dei genitori.